

C’è una parola che ricorre sempre più spesso quando si prova a raccontare il nostro tempo, ma che raramente viene presa sul serio come categoria politica: degrado. La si usa per le periferie, per le stazioni, per i marciapiedi. Quasi mai per il potere. O non a sufficienza.
Eppure è proprio lì che il degrado ha fatto il salto di qualità. Non come incidente, ma come scelta consapevole. Un linguaggio. Uno stile. Una cifra condivisa.
Negli ultimi anni il potere ha smesso di presentarsi come autorevole, competente, persino coerente. Ha iniziato a esibire l’opposto: disordine, brutalità, trascuratezza. Non per incapacità, ma perché abbassare il contesto è diventato un modo efficace per governarlo.
Questo mutamento non coincide con l’affermarsi di una nuova ideologia, né con una particolare visione del mondo. È più elementare e pervasivo. Riguarda il modo in cui il potere si rappresenta, il livello di qualità che pretende da sé stesso, il rapporto che instaura con le regole e con il linguaggio. In molti casi, ciò che viene messo in discussione non è una singola norma, ma l’idea stessa che esistano standard da rispettare.
L’esperienza della presidenza di Donald Trump ha reso esemplare questo processo. Non tanto per le singole decisioni politiche, quanto per la trasformazione della scena istituzionale. La Casa Bianca ha progressivamente perso la sua funzione di spazio separato, carico di una forma che imponeva misura e continuità. È diventata un luogo esposto, immediato, attraversato da una comunicazione costante e personalizzata. Il linguaggio istituzionale ha lasciato il posto a un flusso di dichiarazioni estemporanee, spesso contraddittorie, in cui la coerenza non era più un requisito e la forma non costituiva più un limite. Il risultato non è stato semplicemente uno stile più rozzo, ma l’idea che la dimensione istituzionale potesse essere ridotta a una piattaforma come le altre, priva di una specifica responsabilità simbolica.
In Russia, con Vladimir Putin, il degrado assume una configurazione diversa, meno caotica e più strutturata. Qui non si manifesta come esposizione continua, ma come svuotamento progressivo. Le istituzioni continuano a esistere, i rituali formali vengono rispettati, il linguaggio ufficiale mantiene una sua apparente solennità. Tuttavia, il rapporto tra parole e realtà si è progressivamente dissolto. La menzogna non serve più a persuadere, ma a rendere irrilevante la distinzione tra vero e falso. La violenza non è giustificata, è normalizzata. Il potere non chiede consenso attivo, ma adattamento. In questo contesto il degrado non è una rottura, bensì una stabilizzazione: un sistema che funziona proprio perché non pretende neanche più di essere credibile.
Un processo analogo, pur in un ambito completamente diverso, si è manifestato nella trasformazione delle grandi piattaforme digitali, in particolare dopo l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, oggi X. Anche in questo caso non si è trattato di imporre una linea ideologica chiara, ma di modificare l’ecosistema. Regole rese instabili, mediazione ridotta, conflitto incentivato. Il risultato non è una maggiore libertà di espressione, ma un ambiente in cui il rumore prevale sistematicamente sul contenuto e l’attenzione diventa l’unica misura di valore. Il degrado, qui, non è un fallimento del sistema: è una sua conseguenza coerente, perché un contesto più caotico produce più interazioni e quindi più visibilità.
Questo stile del potere, fondato sull’abbassamento degli standard, trova eco anche in contesti che non ne condividono né la forza né la complessità. In Italia, alcuni partiti e settori dell’opinione pubblica mostrano una persistente indulgenza verso il modello putiniano, non tanto per una valutazione strategica quanto per attrazione verso un certo modo di esercitare l’autorità. Ciò che viene importato non è un progetto politico articolato, ma un tono: l’idea che la forza consista nella brutalità, che la semplificazione aggressiva sia una virtù, che il rispetto delle regole rappresenti un ostacolo più che una garanzia. È un degrado per riflesso, imitato senza comprenderne le condizioni, ma efficace nel contribuire all’erosione del dibattito pubblico.
Nel loro insieme, questi fenomeni non descrivono una crisi improvvisa, né una deriva inevitabile. Descrivono piuttosto un adattamento collettivo a un potere che chiede sempre meno a sé stesso e, di conseguenza, sempre meno a chi lo osserva. Il degrado diventa così un ambiente abitabile, un paesaggio a cui ci si abitua, una soglia che si sposta lentamente fino a scomparire.
Il rischio, oggi, non è vivere in un’epoca priva di valori, ma in un’epoca che ha smesso di pretendere qualità dal potere: nel linguaggio, nei comportamenti, nella relazione con le istituzioni. Quando questa pretesa viene meno, il problema non riguarda soltanto chi governa, ma ciò che una società accetta come normale. Ed è proprio in quella normalizzazione che il degrado si trasforma in regola.
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Come viene evidenziato nell’articolo, si pensa che le regole siano un fastidio da poter fare a meno per dare vantaggi immediati a tutti. Ma il risultato è dare più motivazioni e spazio di manovra a delinquenti e aspiranti tali, nascondendosi dietro un’apparente forma di persuasione verso il pubblico.
Certi diritti dovrebbero difendere tutti, ma qualche volta per vari difetti del sistema e delle persone che ne fanno parte, questo non avviene correttamente.
Questo non significa però che bisogna smantellare tutto come fanno credere certi proclami populisti.
TAC perfetta di come sia grave e preoccupante la situazione attuale, ma temo che il peggio debba ancora venire. Deprimente è assistere a come presunti leader siano in tutto e per tutto simili alla peggior specie di criminalità, non da ultimo nei gusti, negli stili: basta vedere come il POTUS ha orribilmente riallestito la sala ovale della Casa Bianca, in perfetto stile Casamonica. E quanto ho detto non significa accettazione remissiva di tale involuzione, è la ragione per cui bisogna fare il possibile perché voci come questo articolo debbano essere amplificate, nella speranza – ultima a morire – che qualche seme germoglierà.