


La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ridisegna gli equilibri nel Golfo: le monarchie arabe, colpite direttamente, non temono più solo l’escalation ma soprattutto una pace incompleta. In gioco non c’è la vittoria dichiarata, ma la credibilità americana come garante della sicurezza regionale.
La crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran viene raccontata soprattutto come un banco di prova della leadership americana o come una nuova fase della competizione tra Washington e Teheran. È una lettura incompleta, perché lascia sullo sfondo l’attore che in questa fase ha assunto un peso strategico crescente: le monarchie del Golfo, cioè quegli Stati che all’inizio della guerra temevano l’escalation, ne subivano i costi potenziali e tuttavia, una volta colpiti direttamente dall’Iran, hanno progressivamente modificato la propria postura fino a esercitare pressioni sulla Casa Bianca affinché il conflitto non si chiuda troppo presto.
Il punto, dunque, non è soltanto capire se Trump voglia uscire dalla guerra senza un accordo (come lui stesso ha affermato), ma comprendere perché proprio i partner arabi che più dipendono dalla stabilità regionale guardino con sospetto a una pace incompleta e a una vittoria soltanto dichiarata.
Il nodo reale è questo: la guerra ha trasformato il rapporto tra Washington e il Golfo da normale relazione di sicurezza in un test brutale di credibilità egemonica. Trump ha investito personalmente e politicamente sulle monarchie arabe sin dalla sua prima presidenza e ha rafforzato quel rapporto anche negli ultimi anni, intrecciando interessi strategici, convergenze regionali e una rete di relazioni economiche e personali molto più profonda di quanto si voglia ammettere nel discorso pubblico.
Per questo, se dovesse chiudere il conflitto senza un accordo vincolante e senza una neutralizzazione effettiva della minaccia iraniana, il problema non riguarderebbe soltanto l’Iran o Israele, ma investirebbe in pieno la funzione americana di garante della sicurezza regionale.
Il Golfo dopo i missili iraniani: dalla cautela al riallineamento
Per comprendere la svolta delle monarchie del Golfo bisogna partire da un dato strutturale spesso semplificato: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait non sono attori naturalmente orientati alla guerra, perché il loro modello di potenza non si fonda sulla mobilitazione militare ma su un equilibrio più sofisticato tra stabilità interna, affidabilità energetica, attrazione dei capitali e sicurezza delle infrastrutture.
La loro razionalità iniziale — prudenza, cautela, distanza dall’escalation — non era debolezza, ma coerenza con un assetto che vive di prevedibilità. In condizioni normali, il Golfo non massimizza la forza, ma minimizza il rischio sistemico.
Il punto di rottura si produce quando l’Iran estende il conflitto oltre il perimetro israelo-americano e colpisce direttamente lo spazio del Golfo. Qui si innesta una dinamica strategica che ribalta le intenzioni iniziali di Teheran: l’obiettivo era alzare il costo regionale della guerra per dividere Washington dai suoi partner arabi, ma l’effetto è stato opposto, perché quei colpi — missili, droni, attacchi alle infrastrutture — hanno trasformato una minaccia latente in una vulnerabilità empiricamente verificata.
Il Golfo scopre di non essere più uno spazio protetto. E quando una vulnerabilità diventa visibile, smette di essere gestibile e diventa strutturale.
Da quel momento cambia la gerarchia delle priorità. Il problema non è più evitare la guerra, ma evitare che la guerra finisca senza aver neutralizzato la capacità iraniana di esercitare pressione sistemica sulla regione. È in questo passaggio che il Golfo diventa un attore securitario riluttante ma razionale: riluttante, perché la guerra contraddice il proprio modello di sviluppo; razionale, perché una volta dimostrata la vulnerabilità del proprio spazio strategico, non può accettare una pace che la cristallizzi.
La paura della guerra viene sostituita dalla paura di una pace sbagliata. E una pace sbagliata, in questa configurazione, è quella che produce un Iran indebolito ma non neutralizzato, cioè un Iran “ferito ma vivo”, potenzialmente più aggressivo proprio perché sopravvissuto al confronto.
Questa trasformazione si intreccia con un secondo livello analitico, spesso trascurato: la divergenza sugli obiettivi di guerra tra Stati Uniti, Israele e Golfo. Washington tende a concepire il conflitto come uno strumento per indebolire l’Iran e riportarlo a una condizione negoziale favorevole, mantenendo una logica di guerra limitata e funzionale anche agli equilibri interni. Israele si muove su un piano più radicale, orientato alla neutralizzazione stabile della minaccia iraniana e alla ridefinizione dell’equilibrio regionale.
Il Golfo, dopo essere stato colpito direttamente, si avvicina molto più a questa seconda impostazione: non perché condivida la logica della destabilizzazione totale, ma perché non può permettersi un esito intermedio.
Qui emerge una convergenza solo apparente: il Golfo si riallinea a Trump, ma non condivide pienamente l’obiettivo americano. Gli Stati Uniti possono permettersi una guerra incompleta, calibrata e reversibile; le monarchie del Golfo no, perché restano esposte geograficamente e sistemicamente.
Questo produce una tensione latente: mentre Trump può pensare a una chiusura anche senza un accordo formale, capitalizzando politicamente la “vittoria”, il Golfo ha bisogno di un risultato che sia strutturalmente irreversibile sul piano della sicurezza.
La centralità di questa divergenza si manifesta con particolare evidenza nel nodo di Hormuz, che non è semplicemente un passaggio marittimo, ma un choke point sistemico attraverso cui passa una quota decisiva degli idrocarburi mondiali e, più in profondità, la credibilità stessa del Golfo come spazio economico.
Quando Teheran blocca o minaccia stabilmente lo Stretto, non colpisce solo petroliere e commerci, ma mette in discussione la promessa geopolitica su cui si fonda l’intero modello di sviluppo delle monarchie: essere hub sicuri, affidabili, integrati nei circuiti globali del capitale.
Questo è il passaggio più rilevante e meno compreso. La guerra non apre solo una crisi di sicurezza, ma una crisi di legittimità economica. Se il Golfo non è più percepito come sicuro, se le rotte possono essere interrotte, se i premi assicurativi salgono, se le esportazioni diventano incerte, allora non viene colpito solo il PIL, ma la funzione sistemica di quelle economie.
In questo senso, la richiesta di “andare fino in fondo” non è espressione di una postura aggressiva, ma di un calcolo razionale: una tregua senza garanzie su Hormuz e senza riduzione durevole della minaccia iraniana equivarrebbe a istituzionalizzare la vulnerabilità.
Da qui deriva anche la crescente diffidenza nei confronti delle ipotesi di chiusura rapida del conflitto avanzate da Washington. Le riserve espresse, spesso dietro le quinte, da Arabia Saudita ed Emirati rispetto alle tregue annunciate da Trump non indicano spirito bellicista, ma una percezione strategica molto netta: un conflitto congelato senza esito definitivo rischia di consegnare all’Iran non una sconfitta, ma una nuova leva di intimidazione regionale.
E per attori che costruiscono il proprio potere sulla stabilità, la minaccia permanente è più destabilizzante del danno immediato.
In questa prospettiva, la vera linea di frattura non è tra guerra e pace, ma tra pace sostenibile e pace instabile. Gli Stati Uniti possono permettersi di dichiarare una vittoria anche senza un accordo vincolante, perché il loro interesse è anche politico e comunicativo; il Golfo, invece, misura l’esito del conflitto sulla base della propria sicurezza strutturale.
Ed è proprio in questo scarto che si apre una possibile crisi più ampia: non tanto una rottura immediata, ma una progressiva tensione sulla funzione americana nel Golfo, cioè sulla capacità degli Stati Uniti di restare il garante credibile della sicurezza regionale in un contesto in cui gli alleati chiedono risultati materiali e non solo dichiarazioni di successo.
Trump, diplomazia performativa e il problema della credibilità
Dentro questo quadro, la postura di Trump non è affatto contraddittoria sul piano della sua logica politica, ma lo diventa nel rapporto con gli alleati. L’ipotesi di chiudere le ostilità senza un accordo formale, dichiarando sostanzialmente raggiunto l’obiettivo in virtù della superiorità militare dimostrata, rientra perfettamente in quella che si può definire diplomazia performativa trumpiana.
Non è il trattato a chiudere la guerra, non è il testo a certificare il risultato, non è la procedura negoziale a produrre l’esito: è la parola del leader, che trasforma l’azione in vittoria e la vittoria in realtà politica. Questo approccio è coerente con tutta la grammatica trumpiana del potere, fondata sulla capacità di produrre effetti politici attraverso l’enunciazione e la teatralizzazione della forza.
Il problema è che una diplomazia performativa può funzionare sul piano domestico, dove il successo può essere narrato e capitalizzato anche in assenza di un’architettura negoziale solida, ma incontra limiti molto più duri sul piano sistemico, soprattutto quando si interfaccia con alleati che non chiedono una vittoria simbolica ma una garanzia strutturale di sicurezza.
Il Golfo non ha bisogno che Trump dichiari finita la guerra; ha bisogno che la guerra produca una riduzione tangibile, durevole e verificabile della minaccia iraniana. Se Washington uscisse senza un accordo scritto, senza meccanismi di verifica e senza un assetto che renda davvero impossibile il ritorno della coercizione iraniana, il danno principale non sarebbe reputazionale nel senso generico del termine, ma strategico: verrebbe intaccata la credibilità americana come fornitore di sicurezza.
Qui si apre il vero dilemma. Trump deve tenere insieme due logiche che tendono a divergere. Da un lato, la logica interna, cioè la necessità di mostrarsi come il leader che chiude, vince, evita l’impantanamento e conferma la promessa di non trascinare gli Stati Uniti in nuove guerre senza fine. Dall’altro, la logica esterna, che invece richiede di rassicurare alleati i quali, proprio a causa della guerra, si sentono oggi più esposti di prima.
In altre parole, Trump può forse permettersi una vittoria performativa davanti al suo elettorato, ma il Golfo non può permettersi una sicurezza performativa davanti all’Iran.
Interdipendenza, denaro e funzione di garanzia
A questo si aggiunge un altro livello, che va maneggiato con precisione per evitare letture grossolane. Parlare di “pagare la guerra” o di “comprare” l’intervento americano è analiticamente debole, perché riduce il problema a una caricatura transazionale.
Ciò che si osserva, piuttosto, è un intreccio molto più sofisticato tra sicurezza, investimenti, relazioni personali e pressione strategica. Gli accordi miliardari, i flussi di capitale, le iniziative immobiliari e le relazioni tra fondi sovrani del Golfo e circuiti economici vicini a Trump non sono la causa lineare della guerra, ma costituiscono una leva di influenza dentro un rapporto di interdipendenza fortemente asimmetrico.
Il Golfo non “paga” perché gli Stati Uniti combattano; investe perché vuole consolidare una relazione nella quale la sicurezza americana continui a funzionare come bene garantito. In questo senso, gli strumenti economici operano come una forma di assicurazione politica.
Il punto, però, è che una polizza vale finché paga. Se la potenza garante entra in guerra, dimostra forza, mobilita risorse, ma poi si ritira senza produrre le condizioni di sicurezza attese dai partner, allora il problema non è solo l’esito militare, ma il deprezzamento della relazione strategica.
Gli investimenti restano, i rapporti d’affari pure, ma si indebolisce il loro rendimento politico. E per le monarchie del Golfo questo sarebbe un passaggio grave, perché ridurrebbe la capacità di usare l’interdipendenza economica come strumento di stabilizzazione della protezione americana.
Il rischio ulteriore, naturalmente, non è una rottura improvvisa con Washington, ma un’accelerazione di quelle strategie di hedging che già da anni caratterizzano la postura del Golfo: maggiore coordinamento regionale, rafforzamento dei dispositivi comuni di difesa, apertura crescente a interlocutori alternativi come la Cina, tentativo di ridurre la dipendenza da un solo garante.
Non sarebbe un cambiamento spettacolare, ma un lento slittamento. E proprio per questo sarebbe ancora più importante.
Il dilemma americano
Il punto, allora, non è semplicemente stabilire se Trump sia disposto a chiudere la guerra senza un accordo, ma comprendere che una scelta di questo tipo aprirebbe una crisi di fiducia proprio nel segmento del sistema regionale su cui gli Stati Uniti hanno investito di più negli ultimi anni.
Le monarchie del Golfo non vogliono una guerra infinita, ma non vogliono neppure una pace incompleta. Vogliono un esito che renda impossibile il ritorno di quella minaccia che, con i missili lanciati contro di loro, ha già mostrato di saper colpire il cuore economico e politico della regione.
Ed è precisamente qui che la questione della credibilità americana torna al centro. Una potenza egemone non viene giudicata soltanto dalla capacità di iniziare una guerra o di dimostrare superiorità militare, ma dalla capacità di chiuderla senza lasciare i propri alleati più vulnerabili di prima.
Se gli Stati Uniti non riusciranno a farlo, la vera eredità di questa crisi non sarà soltanto il destino del dossier iraniano, ma l’apertura di una fase in cui il Golfo, pur senza rompere con Washington, inizierà a considerare meno scontata la coincidenza tra potenza americana e sicurezza regionale.
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Se il regime iraniano non verrà sconfitto o sostituito, la Cina avrà l’opportunità di estendere ulteriormente la sua influenza e la rete di alleanze con i Paesi del Golfo.
Con tutto ciò che ne conseguirà per gli Stati Uniti, Israele e il resto dell’Occidente, considerando pure le sorti del conflitto in Ucraina.
Non era l’obiettivo di Trump quello di occuparsi della Cina per controllare meglio la sua espansione di alleanze e ridurre la sua presenza geopolitica a beneficio degli interessi americani? Era necessario intervenire ora senza piani alternativi e coordinamenti con gli alleati almeno della regione coinvolta?