


La disinformazione contemporanea non ha più bisogno di inventare i fatti: le basta isolarli, interpretarli e rivestirli di un significato politico utile. È così che un’immagine vera, una frase vera o un frammento reale diventano strumenti di manipolazione emotiva e polarizzazione elettorale.
Qualche giorno fa discutevo con un’amica di solida formazione progressista, pienamente immersa nelle sensibilità dell’universo woke, ma dotata di un’intelligenza troppo viva per essere liquidata con le solite etichette. Il terreno del confronto è caduto sull’ormai celebre vicenda del faccia a faccia tra la Presidenza del Consiglio e Donald Trump, e su quel presunto senso di “pietà” che la postura della leader italiana avrebbe suscitato nel Presidente americano.
A supporto della sua tesi, mi citava con assoluta certezza un’intervista telefonica trasmessa da La7. La mia domanda è stata disarmante nella sua semplicità: “Ma tu, quella telefonata, l’hai ascoltata in originale?”.
Il punto non è l’esistenza del documento. Quella telefonata esiste eccome. Il problema risiede nell’interpretazione preconfezionata che le viene inoculata per veicolare un significato preciso e univoco.
Oggi il grande inganno del dibattito pubblico non ruota più attorno alla dicotomia tra vero e falso. La fotografia che ritrae la Presidente appoggiata a una sedia, apparentemente in attesa che l’inquilino della Casa Bianca si liberi, è vera. Verissima. Ma qual è l’interpretazione che decidiamo di sovrapporvi?
La verità è emersa solo quando è circolato il video integrale: la sequenza completa mostrava come, subito dopo quello scatto decontestualizzato, sia nata una discussione animata in cui la Presidente italiana rivolgeva a Trump una vera e propria ramanzina. Eppure, lo spin dell’area finto-progressista si era già attivato, preferendo il fotogramma comodo alla complessità del filmato.
C’è una perversa necessità strutturale in quella che oggi definiamo l’opposizione culturale e politica: il bisogno sistemico di creare mostri, di inventare nemici antropologici, di manipolare l’ermeneutica dell’informazione. Non potendo più battere l’avversario sul piano delle idee, si sposta l’asse dei fatti su un livello puramente conflittuale. Si decontestualizza l’immagine, si forza la traduzione, si distorce l’intenzione.
L’obiettivo di questa attività è squisitamente elettorale: la radicalizzazione emotiva dei propri elettori. Se il nemico è un “mostro” inadeguato che suscita pietà nei consessi internazionali, non serve più discutere di riforme economiche o di geopolitica; basta l’indignazione permanente.
La disinformazione contemporanea non inventa più la notizia: prende un frammento di realtà, lo isola dal suo contesto e lo riveste di un’ideologia utile a polarizzare il voto.
In questo gioco al massacro interpretativo, l’attuale area di governo si trova in una posizione radicalmente asimmetrica. Un tempo, forse, le parti si equivalevano nell’uso spregiudicato della propaganda. Oggi, tuttavia, all’esecutivo non conviene affatto percorrere la strada della menzogna o del camuffamento della realtà.
Se le forze di maggioranza provassero a replicare la stessa strategia della mistificazione, offrirebbero su un piatto d’argento un doppio vantaggio agli avversari: non solo verrebbero inchiodate alla falsità, ma verrebbero accusate di mentire per edulcorare i propri fallimenti.
Per questo, la strategia comunicativa delle istituzioni deve muoversi su un binario diametralmente opposto. Non la menzogna, ma la forza d’urto dei dati reali.
Se manipolazione deve esserci da parte di chi governa, essa può legittimamente consistere solo nella selezione chirurgica dei dati più favorevoli, nell’enfasi posta sui traguardi raggiunti anziché sulle criticità. Ma la base deve rimanere granitica, verificabile, reale.
Finché l’alternativa progressista preferirà la narrazione rassicurante dei propri pregiudizi alla durezza dei fatti integrali, continuerà a vincere i dibattiti sui social network, ma a perdere rovinosamente il contatto con la realtà del Paese.
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… e a perdere le elezioni.