

Trump in calo nei sondaggi, i bianchi a basso reddito si allontanano e le midterm si avvicinano. In questo quadro, il presidente punta sul “Save Act”, irrigidendo l’accesso al voto in nome della sicurezza elettorale. Sullo sfondo resta l’ombra delle accuse di brogli del 2020.
Complici anche l’aumento del costo della vita e la guerra con l’Iran, Donald Trump è un presidente sempre più impopolare. I sondaggi segnalano un calo costante dei suoi indici di gradimento: i numeri oscillano a seconda delle rilevazioni, ma in media circa il 53 per cento degli americani disapprova il suo operato, mentre poco più del 40 per cento lo sostiene. Secondo un’analisi del sondaggista G. Elliott Morris, pubblicata il 17 marzo scorso sulla newsletter “Strength in Numbers”, il gruppo sociale che più di ogni altro ha contribuito alla sua rielezione – i bianchi a basso reddito – gli sta voltando le spalle.
Un dato tutt’altro che rassicurante, soprattutto alla vigilia delle midterm, le elezioni di metà mandato che rinnoveranno l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato.
Ma, pur di non perderle, il tycoon newyorkese è capace di tutto. Anche di “militarizzare” i seggi, ipotesi da lui affacciata qualche mese fa con la scusa di impedire possibili brogli nel voto. Intanto, in cima all’agenda presidenziale c’è una questione non estranea alle preoccupazioni dei repubblicani di andare incontro a una sonora sconfitta. Si tratta del “Safeguard American Voter Eligibility Act” (“Save Act”), un disegno di legge che impone a ogni cittadino americano di dimostrare documentalmente la propria cittadinanza per potersi iscrivere alle liste elettorali.
In altri termini, si tratta di un provvedimento volto a irrigidire fortemente i requisiti di identificazione degli elettori.
La Camera dei Rappresentanti ha già approvato la misura a febbraio, ma al Senato la situazione è bloccata, perché mancano i numeri per farla passare. Proprio per questo Trump è arrivato a minacciare di non firmare nessun’altra legge finché il provvedimento non sarà sulla sua scrivania per la firma. Per capire perché la questione sia considerata così importante da Trump, però, bisogna prima vedere come funzionano oggi i sistemi di identificazione degli elettori negli Stati Uniti.
Il sistema elettorale americano è fortemente decentralizzato, ragion per cui ogni Stato adotta regole diverse. Una delle poche caratteristiche comuni è che l’inserimento nelle liste elettorali non è automatico: ad eccezione del North Dakota, tutti gli Stati richiedono infatti che siano i cittadini stessi a registrarsi. In molti casi l’iscrizione può avvenire anche nel giorno stesso del voto, mentre in altri deve essere completata con un certo anticipo, secondo scadenze che cambiano da Stato a Stato.
Il “Save Act” interviene proprio su uno dei requisiti necessari per registrarsi, imponendo la presentazione di una prova documentale della cittadinanza americana e rafforzando, più in generale, i criteri di identificazione degli elettori. Per noi può sembrare una cosa quasi ovvia, ma negli Usa la situazione è molto diversa: non esiste infatti una legge federale che imponga il possesso di un documento d’identità. Di conseguenza, non vi è nemmeno un equivalente generalizzato della nostra carta d’identità.
Secondo alcune stime, circa il nove per cento degli elettori non possiede un documento, l’undici per cento non ha accesso al certificato di nascita e più della metà non dispone di un passaporto.
Oggi, tuttavia, trentasei Stati richiedono agli elettori di esibire una qualche forma di riconoscimento ai seggi, ma le norme sono tutt’altro che uniformi. In ventitré Stati è richiesto un documento con fotografia, patente, passaporto o altre tessere ufficiali. Negli altri tredici, invece, sono accettati anche documenti privi di foto, bollette, estratti conto o certificati con nome e indirizzo. In alcuni Stati – Arkansas, Georgia, Indiana, Kansas, Mississippi, North Carolina, Ohio e Tennessee – la richiesta di un documento con foto è esplicita e particolarmente rigida.
In altri, invece, il quadro è più vago: Oklahoma, per esempio, consente anche l’uso della tessera elettorale rilasciata dalla contea, pur priva di fotografia, mentre in Wyoming sono accettate fino al 2029 anche le tessere Medicare e Medicaid, che non riportano alcuna foto. La vera differenza, però, riguarda soprattutto ciò che accade quando un elettore si presenta senza un documento ritenuto valido.
In alcuni Stati esistono procedure alternative che consentono comunque di far valere il voto: ad esempio, tramite una dichiarazione giurata, una verifica successiva da parte degli uffici elettorali o l’attestazione di funzionari presenti al seggio. In altri, invece, chi non ha con sé un documento può votare solo in via provvisoria e deve poi presentarsi nei giorni successivi davanti all’amministrazione elettorale per dimostrare la propria identità, altrimenti la scheda non viene conteggiata.
Per capire perché il tema sia così importante per i repubblicani bisogna tornare alle polemiche seguite alle presidenziali del 2020. Basta riandare ai giorni successivi al voto per ricordare quanto Trump abbia insistito, senza prove concrete, sul problema dei presunti brogli elettorali, accusando i Democratici di aver alterato il risultato finale. Da allora, una parte rilevante del Gop (Grand Old Party) ha continuato a speculare sul rischio del voto truccato, fino a farne uno dei propri principali cavalli di battaglia.
Il “Save Act” va letto in questa chiave. Ne vedremo delle belle. Anzi, delle brutte.
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