

Trump ha annunciato oggi, 3 gennaio 2026, la cattura di Maduro su Truth Social. Non lo ha fatto dalla Casa Bianca, non attraverso il Dipartimento di Stato, non con una conferenza stampa istituzionale. Lo ha fatto da una piattaforma di sua proprietà, quotata in borsa con il ticker DJT.

Poteva usare i canali ufficiali, ma non lo ha fatto.
Non è una scelta obbligata. Si tratta, invece, di una dichiarazione di potere.
Nel preciso momento in cui il post è stato pubblicato, ogni testata mondiale ha ripreso un annuncio pubblicato su una piattaforma proprietaria del presidente degli Stati Uniti. Il Washington Post, Bloomberg, CBS News, i giornali europei citano tutti la stessa fonte: Truth Social.
La gerarchia informativa tradizionale si è rovesciata. In questo modo, i follower di Trump sono informati prima dei giornalisti accreditati, prima dei diplomatici, prima del Congresso. I media definiti mainstream, allo stesso tempo, diventano diffusori secondari di una piattaforma che tutti considerano marginale.
Mi permetto di definirla come una manifestazione di quello che ormai chiamo “algoritmo del proprietario”, nella sua forma più estrema.
In questo caso, non si parla più di contenuti penalizzati o link che perdono visibilità. Parliamo di azioni come quelle che stanno avvenendo in Venezuela comunicate attraverso infrastrutture private, controllate, non mediate. E anche monetizzabili.
La conferenza stampa, prevista per le 17 ora italiana, sarà a Mar-a-Lago. Vale a dire, la residenza privata, non istituzionale. E il cerchio si chiude.
Chi analizza la comunicazione digitale non può ignorare cosa sta accadendo.
Fermiamoci un secondo su cosa significa. Il presidente degli Stati Uniti annuncia un’operazione militare su una piattaforma di cui è azionista di maggioranza. Ogni visualizzazione, ogni ripresa mediatica, ogni citazione genera valore per un’azienda quotata in borsa a suo nome. La comunicazione istituzionale diventa un tutt’uno con l’interesse economico personale.
Se guardiamo ai predecessori di Donald Trump, un piccolo appunto va fatto, per rendere ancora più chiara la situazione odierna.
C’è un filo che attraversa la storia della comunicazione presidenziale americana. Franklin D. Roosevelt usò la radio con le sue “fireside chats” per parlare direttamente agli americani durante la Grande Depressione. John F. Kennedy comprese il potere della televisione e ne fece lo strumento della sua ascesa. Qualche anno più avanti, Barack Obama intuì le potenzialità dei social media e costruì su Twitter una relazione diretta con milioni di cittadini.
Ogni presidente ha cavalcato il medium emergente del proprio tempo. Ma nessuno, prima di Trump, era proprietario del medium stesso.
Questa anomalia rappresenta la differenza che cambia tutto.
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Trump soprattutto sfrutta la presidenza per portare avanti i propri interessi privati facendo affari con soggetti istituzionali stranieri e utilizzando strumenti monetari digitali dal controllo abbastanza blando, manipolando e distorcendo la borsa e i mercati interni.
Oltre a influenzare quelli esteri attraverso politiche protezioniste e ricatti vari.
L’impressione è che non si è ancora arrivati a un chiaro limite nelle sue intenzioni.
In effetti Trump ha sostituito la geopolitica (in tutte le sue forme e declinazioni) con il totale interesse economico personale e dei suoi sodali. Tanto è vero che ora usa il dossier Groenlandia come stress-test nei confronti degli alleati UE/NATO.
Buona fortuna a noi….