


Marina Puviani studia all’Università degli Studi di Padova e collabora con diverse testate giornalistiche. Scrive di cronaca, politica europea, società e cultura, con particolare attenzione ai processi storici e politici che hanno contribuito alla costruzione dell’identità europea. Benvenuta Marina.
Jean Giraudoux riscrive il mito di Troia per interrogare un’Europa che, pur conoscendo l’orrore della Grande Guerra, corre verso una nuova catastrofe. Attraverso Ettore e le figure secondarie che rendono normale il caos, “La guerra di Troia non avrà luogo” mostra come il dialogo fallisca quando nazionalismo, ambizione e retorica trasformano la distruzione in destino.
Troia, la culla distrutta del mito occidentale o il ricordo della civiltà che sopravvive alla propria sconfitta?
Secondo Jean Giraudoux, uno degli scrittori e drammaturghi francesi più importanti del Novecento, il significato di Troia risiede nella realtà che non ha mai potuto affrontare: la pace.
Per comprendere il valore che Giraudoux attribuisce alla comunicazione e al dialogo nella risoluzione dei conflitti è necessario ripercorrere alcune tappe fondamentali della sua vita.
Appartenente alla piccola borghesia, lo scrittore nasce a Bellac nel 1882. Egli è un grande amante della cultura tedesca e, grazie a una borsa di studio presso l’École normale supérieure, riesce a specializzarsi in letteratura tedesca.
Dopo la laurea ha l’opportunità di vivere in Germania e nel 1910 entra nel Ministero degli Esteri francese, iniziando la carriera diplomatica.
Già durante gli anni formativi, l’intreccio tra professione diplomatica e spirito teatrale è un tratto distintivo del suo obiettivo artistico. Inoltre, l’esperienza diretta della guerra, avendo combattuto al fronte durante la Prima guerra mondiale, gli consente di plasmare il suo pensiero profondamente pacifista.
Nonostante l’occupazione nazista della Francia nel 1940, Giraudoux non smette mai di amare la tradizione tedesca, distinguendo sempre la cultura dalla politica e dalla guerra.
Da questa concezione nasce una delle sue opere più edificanti: “La guerra di Troia non avrà luogo”.
Un gioco linguistico che suggerisce una consapevole riscrittura del mito greco, ma la sfida che Giraudoux pone a sé stesso e al suo pubblico raggiunge una traiettoria decisamente più ampia: “Perché una guerra che tutti sembrano voler evitare finisce comunque per scoppiare?”.
È una revisione antibellica del poema provocata dal trauma antecedente generato dalla Prima guerra mondiale.
Gli studiosi e gli intellettuali del Novecento di cui Giraudoux fa parte osservano che la Grande Guerra introduce un paradosso devastante: la modernità non è capace di impedire le barbarie, anzi le ha rese tecnicamente sofisticate ed efficienti.
E gli anni Trenta del Novecento confermano questa nuova rotta europea: Hitler è cancelliere dal 1933 e consolida il regime nazista; Mussolini invade l’Etiopia nell’ottobre 1935.
L’Europa perde progressivamente la bussola di ciò per cui era originariamente emersa durante l’Illuminismo: la ragione umana.
È qui che Giraudoux espande il mito del progresso e lo traduce in una forza autodistruttiva quasi inarrestabile, alimentata dalla follia collettiva dei comportamenti umani.
L’altra faccia dell’evoluzione è la distruzione cosciente di ciò che veniva costruito inconsapevolmente. L’uomo prova gusto nel divenire boia e martire, invertendo e reinterpretando i ruoli in base alle proprie ambizioni di dominio.
Ma è qui che la lettura di Giraudoux rende la questione intellettualmente inquietante: non sono i grandi protagonisti della storia a rendere normale il caos, bensì le figure secondarie.
Non è un caso che ne “La guerra di Troia non avrà luogo” siano personaggi come Démokos, poeta guerrafondaio, e Busiris, giurista, a minacciare l’equilibrio del mondo antico.
Tuttavia, il protagonista assoluto è Ettore, definito anche il vero alter ego di Giraudoux: un tenace guerriero che, memore dell’esperienza bellica, ripudia le sue disonorevoli riproduzioni.
Secondo Ettore, non c’è eroismo capace di giustificare il fallimento dell’umanità davanti alla perdita della vita umana: un messaggio cardine dell’opera, ma non dell’andamento politico e sociale dell’Europa degli anni Trenta del ventesimo secolo.
Se la guerra di Troia era già stata raccontata nell’Iliade e l’esito era inevitabile, il rigurgito postbellico della Grande Guerra, sprofondato in un aggressivo nazionalismo e in un compiaciuto colonialismo, non era forse il pilastro su cui reggeva il nuovo significato della ragione?
Troia e l’Europa degli anni Trenta condividono il destino della catastrofe, ma se già Troia si è sacrificata in nome dell’epica per elaborare la caduta occidentale senza il reale pericolo di guardare i danni, cosa ha spinto l’Europa a frantumare lo specchio prima di osservare l’ignaro deterioramento?
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