

Trentasei anni fa un confuso portavoce della DDR, Günter Schabowski, annunciava inaspettatamente che era stato siglato un nuovo accordo che permetteva ai cittadini della Germania orientale di attraversare liberamente il confine verso ovest.
Un corrispondente dell’ANSA lì presente chiese incredulo “A partire da quando?”. Il funzionario, guardandosi intorno spaesato e cercando una risposta negli occhi degli astanti, sbigottì tutta la sala: “Per quanto ne so, ha effetto immediato” rispose. Il risultato fu fulmineo, con migliaia di berlinesi dell’est che si riversarono verso il muro.
La polizia di frontiera era frastornata e non ricevendo ordini dai superiori alla fine non poté che alzare i cancelli e consentire ai due pezzi della città di riunirsi dopo ventotto anni.
Si stima che dal 1945 a quando il muro fu costruito nel 1961 fino a 3,5 milioni di tedeschi erano passati in Occidente attraverso il confine aperto di Berlino. Per fermare questa emorragia il leader della DDR, con il benestare di Krusciov dall’URSS, prese la decisione di sigillare la frontiera utilizzando la scusa della difesa da possibili aggressioni occidentali e dalla corruzione morale dei vicini capitalisti.
Insomma, quello che le autorità ebbero l’audacia di chiamare “Vallo di Protezione Antifascista” doveva impedire ai cittadini dell’Est di votare con i piedi, fuggendo dal regime del socialismo reale.
Guardie armate, cemento e filo spinato non fermarono il flusso. Si stima che almeno 5000 ce la fecero ed almeno 100 morirono tentando, uccisi dai colpi di arma da fuoco delle guardie di confine, cadendo rovinosamente o suicidandosi dopo aver fallito.
Per chiunque voglia la Stiftung Berliner Mauer (Fondazione del Muro di Berlino) ha svolto un lavoro meticoloso e fondamentale di documentazione. Qui voglio riportare solo tre casi esemplari di cosa abbia rappresentato quella colata di cemento.
La prima storia è quella di Gunther Litfin, un 24enne che lavorava a Berlino Ovest ma risiedeva a Berlino Est. A solo undici giorni dall’inizio della costruzione del muro cercò di attraversare a nuoto il canale della Sprea per raggiungere la libertà dall’altro lato. Scoperto, fu colpito dalle guardie di frontiera e lì morì. Il mondo era cambiato in meno di due settimane e Gunther fu una delle prime vittime.
Il secondo episodio è quello di Jörg Hartmann e Lothar Schleusener. I due amichetti, di dieci e tredici anni, furono freddati al confine Berlino-Treptow nel 1966. Oltre l’orrore della giovane età delle vittime, questa storia racconta delle operazioni di insabbiamento tipiche del mondo sovietico. Solo dopo la caduta del muro negli anni ’90 infatti vennero fuori le carte e i loro parenti poterono scoprire che i due bambini non erano morti annegati come era stato loro raccontato.
L’ultima storia è quella di Peter Fechter. Insieme ad un amico riuscì a scavalcare la prima barriera dalle parti del Checkpoint Charlie ma fu ferito a morte mentre cercava di arrampicarsi sul muro finale, crollando in quella definita la striscia della morte, ossia la parte di terra tra la recinzione interna ed esterna.
Sotto gli occhi della polizia dell’Ovest e dei soldati americani, Peter morì dissanguato gridando aiuto per più di mezz’ora. Nessuno osò intervenire per paura delle conseguenze politiche e militari e così il diciottenne divenne il simbolo non solo della brutalità del regime dell’Est, ma anche dell’immobilismo imposto dalla Guerra Fredda.
La costruzione del muro cominciò con Palmiro Togliatti ancora alla guida del PCI. Fedele alla disciplina del blocco sovietico ne giustificò la costruzione come una misura necessaria per contrastare le “provocazioni occidentali”, stabilizzare la situazione politica e garantire la pace in Europa.
Senza dubbio i segretari successivi del più grande partito comunista d’Europa avevano posizioni meno indecenti e tentarono un distacco dall’universo sovietico ma l’ambiguità della sinistra (non solo extraparlamentare) sul tema rimase scioccante.
Non a caso la cosiddetta svolta della Bolognina di Occhetto, che avrebbe portato alla fine del PCI e la nascita del PDS, fu possibile solo pochi giorni dopo il fatidico 9 novembre 1989. L’operazione non fu semplice e vide uno strappo tra una larga parte degli iscritti che non avevano alcuna intenzione di rinunciare al simbolo e superare un mondo per fortuna ormai collassato.
Oggi fa impressione quanta gente abbia dimenticato una storia davvero così vicina a noi. Abbiamo piazze fin troppo piene di persone che guardano con ammirazione ad un passato terribile, professori universitari come Orsini che riguardo le ambizioni russe in Ucraina utilizzano stravolgimenti simili a quelli della propaganda di allora, storici nostalgici con una fan base enorme come Barbero che in nome della dichiarata affiliazione comunista riescono a validare la peggiore propaganda sovietica arrivando a negare il bersagliamento volontario dei civili da parte dell’esercito moscovita e personaggi come Salvini che dicono di preferire Putin (che tra l’altro lavorava per il KGB proprio nella DDR) al nostro capo di Stato.
Il muro è stato abbattuto, ora dobbiamo fare i conti con le macerie.
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Fu per me un anno di grandi speranze. Già il settembre era stato pieno di eventi che avevano aperto il cuore alla gioia: l’apertura del confine in Ungheria, l’inizio della fine dell’apartheid in Sudafrica, la fine della guerra civile libanese. La caduta del muro mi dava una gioia profonda e una enorme forza positiva: mio figlio era nato 4 mesi prima, ne avevo bisogno. Per questo oggi non sopporto i “nostalgici” dell’ URSS, del PCI e della “guerra fredda”.