
Tra guerre aperte, tifoserie ideologiche e un’opinione pubblica sempre più polarizzata, il quadro internazionale appare dominato da letture opposte e certezze fragili. Sullo sfondo, una domanda scomoda: siamo davvero al riparo, o ci stiamo solo raccontando di esserlo?
C’è un vecchio adagio, romanescamente cinico, che recita: “Viva la Francia, viva la Spagna, purché se magna”, che si adatta molto bene alla ribollente situazione attuale del mondo e alle conseguenti reazioni di un’opinione pubblica mai così divisa da molti anni.
I temi sono ben noti: Ucraina, Iran, Israele, Trump, Putin, Netanyahu ed eclissi dell’Europa. Le posizioni sono molto articolate, proviamo a sintetizzarle relativamente ai maggiori punti di crisi.
Ci sono i sostenitori della pace senza aggettivi, dal Papa alla sinistra arcobaleno, che riconoscono l’esistenza di buoni e cattivi, ma ritengono che i buoni, o sedicenti tali, non siano privi di colpe passate e presenti e che i cattivi, o supposti tali, bisogna capirli e convincerli. In ogni caso, tutto deve essere regolato dal diritto internazionale e dalle istituzioni ad esso preposte, in primis le Nazioni Unite.
La seconda categoria è quella relativa ai sostenitori dell’aforisma citato, i quali sono paragonabili a quegli inquilini di un condominio che, chiusa la porta del proprio appartamento, non vogliono problemi, disposti a qualunque compromesso, pure a cedere il posto macchina assegnato in cortile al vicino di pianerottolo rissoso.
All’opposto troviamo coloro che sono convinti che i cattivi vadano combattuti fino a eliminarli dalla faccia della terra con ogni mezzo, anche preventivo, e comunque per costoro vale il detto latino: “Si vis pacem, para bellum”.
La storia insegna che le tre categorie sono applicabili a molte vicende belliche, dall’esito che può dare ragione all’una o all’altra, spesso per il sopravvenire di eventi imprevedibili o causati dalla sorte favorevole o avversa.
Attualmente le guerre in atto non sembrano avere esiti certi, al di là dei wishful thinking e delle previsioni più azzardate e divergenti, nonché delle loro conseguenze sul piano economico e geopolitico.
L’informazione rispecchia questo stato di cose, riversando sul pubblico tesi opposte, tutto e il contrario di tutto, ma la forma più deleteria è riportare i comunicati dei contendenti, viziati dalla propaganda di guerra, il che, invece di informare, aizza e rassicura le tifoserie.
Dunque, per ora non se ne esce in alcun senso; mancano le risposte a domande fondamentali, che però possiamo porre.
A noi europei interessa che gli ucraini siano liberi e autodeterminati? È giusto che l’Iran non sia una minaccia vitale per Israele? Il Medio Oriente, nel suo insieme, lo è per il resto del mondo? Quanto è pericoloso Trump? Israele, sotto la guida del governo Netanyahu, sta smarrendo la sua natura democratica?
I sostenitori delle varie tesi, sostanzialmente politiche, danno risposte diverse e opposte, tutte basate su supposti esiti che ancora non si intravedono.
Chi avrebbe scommesso in favore di Churchill, alla fine del ’40, sull’esito della guerra che opponeva il solo Impero britannico alla Germania hitleriana che con la “Blitzkrieg” aveva occupato mezza Europa continentale e minacciava di invadere l’isola britannica?
Tra i vari teatri di guerra e i temi sul tappeto vale la pena di approfondire il più scottante e controverso, cioè Israele.
La recente pronuncia della Knesset che ha introdotto la pena di morte per i reati di terrorismo, in pratica riservata ai palestinesi di Cisgiordania e Gaza, ha creato sconcerto e delusione anche nei sostenitori più fervidi delle ragioni dello Stato ebraico.
Anche in questo caso, così unico, si possono esprimere due opposte considerazioni, tralasciando l’idea di alcuni, non pochi in verità, della illegittimità stessa dell’esistenza di Israele.
Da una parte abbiamo coloro che sostengono che Israele rappresenta l’unico baluardo all’antisemitismo rinascente e che quindi bisogna guardare con comprensione alla piega illiberale che sta prendendo, pressato com’è da una guerra esistenziale.
Sulla sponda opposta, chi osteggia il disinteresse dell’attuale governo israeliano per le opinioni pubbliche occidentali di paesi dove risiedono molti ebrei sottoposti ad attenzioni sempre più malevole.
L’esempio israeliano è utile per classificare le due sponde delle idee fondamentali che si contrappongono.
Hic et nunc, non prendiamoci pena di ciò che avviene fuori di casa nostra, livore per i disturbatori tipo Trump che fanno mancare i carburanti con le loro iniziative strampalate che non raggiungono risultati, non approdando a nulla.
Ma se domani le guerre dall’Ucraina e dal Medio Oriente si estendessero fino a noi? Questa è la domanda che si pongono i sostenitori della resistenza ucraina all’invasione russa e agli attacchi preventivi all’Iran di Israele e USA.
Nel ’41 il Giappone attaccò proditoriamente l’America a Pearl Harbor perché dipendeva per l’80% da forniture di petrolio dagli USA, che da mesi avevano imposto l’embargo e il blocco dei beni, a causa dell’espansione giapponese in Cina e nel Sud-est asiatico.
Chi non aveva scommesso sull’esito della Seconda guerra mondiale a fine ’40, nel ’41, dopo l’entrata in guerra degli USA e l’invasione tedesca dell’URSS, forse si pentì di non aver scommesso su Churchill.
È la lezione più semplice e più difficile: gli eventi storici non sono lineari, e le certezze del presente sono spesso illusorie. E forse la più pericolosa è proprio quella di considerarsi al riparo, dicendo di sì a tutti.
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La II guerra mondiale ci ha fatto assistere a orrori quali quel tremendo lavoro di bassa macelleria che è stato il bombardamento di Dresda, ma ad un certo punto è finita. FINITA SENZA LASCIARE STRASCICHI. Senza il minimo desiderio, la minima velleità da parte degli sconfitti, di provare a cercare una rivincita. Perché? Perché è stata lasciata combattere fino in fondo, fino a quando lo sconfitto è stato così totalmente sconfitto da non poterlo neppure ipotizzare di tornare a combattere (e, aggiungo, a differenza della I guerra mondiale, senza umiliarlo e imporgli meschine vendette).
Israele è in guerra da 80 anni, e non si vede luce in fondo al tunnel. Perché? Perché ad un certo punto il mondo è diventato buono e ha capito che le guerre sono brutte, sono sporche, sono cattive, i bambini muoiono… E così, adesso, ogni volta che scoppia una guerra il mondo si attiva per fermarla, e ci riesce sempre. Israele è stato fermato nel’49, nel ’67, nel ’73 e via via in tutte le guerre e in tutte le operazioni successive. E sempre nel momento in cui stava per vincere sul serio. Ricordo un incontro con Magdi Allam tanti anni fa, in cui ha raccontato ciò che scrivevano i giornali egiziani nei primi giorni della guerra del ’67, in cui dicevano di stare vincendo: “I nostri soldati stanno marciando per le vie di Gerusalemme, per le vie di Tel Aviv col sangue fino alle ginocchia…” Perché per “loro” vincere è esattamente questo, e ci possiamo giurare che se una volta arrivassero a vincere è esattamente questo che farebbero. Naturalmente nessuno può immaginare che l’esercito israeliano potrebbe mai fare qualcosa del genere, però è un fatto che finché i suoi nemici rimangono in grado di combattere si sentono in diritto di non sentirsi sconfitti, e sono pronti a ricominciare, dopo ogni tregua o pace che sia, non appena si siano rimessi in forze. Ed è ciò che sempre hanno fatto in questi 80 anni. Quindi il motivo per cui certe guerre non finiscono mai è esattamente questo: il fatto che le persone buone non le lasciano combattere fino alla loro naturale conclusione, con la conseguenza che prima o poi riprendono e i bambini riprendono a morire eccetera eccetera..
Il medico pietoso fa la piaga purulenta, si sa. In tutti i campi.
Per quanto riguarda la Germania dopo la completa sconfitta nel 45, direi però che a quel punto come nazione indipendente non esistesse più e fossero stati una concessione dei Paesi Alleati vincitori l’aiuto per la sua ricostruzione e una minima autonomia politica (più a Ovest che a Est) dopo essere stata divisa comunque in due blocchi gestiti separatamente.
Le condizioni poste dopo la fine della Prima Guerra Mondiale erano dure (anche se aiuti e prestiti da parte dei vincitori erano stati proposti e concessi, quindi non tutto era così tragico come fecero passare in seguito i nazisti) ma non segnarono la Germania così profondamente come con quelle ottenute dopo la Seconda.
Su Israele, è vero che è sempre stata fermata per ottenere una vittoria completa, ma è anche vero che una completa occupazione non so se avrebbe risolto la questione definitivamente. Dietro alle milizie regionali ci sono Paesi e attori statali rilevanti come Iran, Russia e anche la Cina. Gli Stati Uniti possono garantire l’autonomia e la difesa di Israele, ma sconfiggere completamente quegli avversari o almeno cambiare i regimi che li sostengono portandoli più vicino ai propri interessi, rimane un’impresa ardua e molto complicata.
Basta vedere gli ultimi fatti con l’Iran, aldilà dei continui sbalzi di umore del presidente Usa in carica più interessato ai propri affari che al resto: per ottenere un vero cambio di regime in Iran serve un intervento militare a terra e gli americani non sembrano disposti a rischiare nuovamente una disfatta o un esito futuro stile Afghanistan.
Analisi interessante. Viviamo in un paradosso quasi tragicomico: nell’era dell’informazione totale, la complessità geopolitica sembra evaporata, riducendosi a un triviale derby tra tifoserie. Osserviamo i drammi del mondo con la profondità di un meme e la miopia di uno scroll distratto, scambiando gli slogan per pensiero critico e la propaganda per esegesi. In questa rissa da stadio digitale, l’apatia viene spesso nobilitata a “prudenza” e il non schierarsi spacciato per saggezza superiore. Eppure il monito di Churchill resta una bussola imprescindibile; la storia, d’altronde, non è un binario rettilineo. Restare immobili rischia di essere l’anticamera di un brusco risveglio. Abbiamo trasformato la tragedia globale in intrattenimento binario, dimenticando che la neutralità raramente funge da scudo contro l’imprevedibilità degli eventi.