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Ecco un breve riepilogo piccante degli ultimi tre giorni in Medio Oriente. Per non distrarci.
Sabato: Partiamo con Abbas Nilforoushan, il vice comandante dell’IRGC, che si sveglia in un bunker con Hassan Nasrallah e decide di dichiarare a tutti il suo sogno d’infanzia: “Distruggere Israele da quando avevo 6 anni”. Certo, la maggior parte dei bambini sogna una bicicletta o una gita al parco, ma no, lui sognava la distruzione d’Israele. Inshallah, però. Finisce che sacrifica davvero la vita, ma forse non nel modo in cui aveva immaginato. Poi, un elicottero si schianta nell’Iran occidentale, portando con sé una colorata collezione di terroristi islamici e Houthi, incluso Mohammad Abdul Salam, il portavoce degli Houthi.
Domenica: Passiamo ad Hezbollah, che dimostra quanto siano bravi nel passaggio del testimone. Hanno già nominato il successore di Nasrallah: Hashem Safieddine. La notizia arriva mentre probabilmente qualcun altro è già pronto a rimpiazzare Safieddine, perché in quella parte del mondo è sempre meglio avere una lista d’attesa. Quanto durerà? I betting shop londinesi impazzano. Intanto, nello Yemen, tra bacini petroliferi, centrali elettriche e aeroporti in fiamme, gli Houthi potrebbero considerare l’acquisto di qualche estintore. Ma forse sono troppo occupati a capire chi ha stretto la mano a chi e come Israele sia riuscito a seguirli per giorni come se stessero usando Google Maps in modalità “caccia al terrorista”.
E Nasrallah? Si scopre che qualcuno (appunto) ha fatto l’errore di stringere la mano a una persona sbagliata, ma non una stretta normale: l’ha “imbrattata” con una sostanza che ha permesso a Israele di seguirlo come se fosse il protagonista di un reality show. Nasrallah era tranquillo nel suo quartier generale a Dahiyeh, Beirut, fino a quando Israele ha deciso di aspettare due minuti, sì, solo due minuti, per ricevere la conferma e far piovere fuoco sulla sua posizione. E il corpo è stato pure ritrovato intatto, a scanso di equivoci.
Ma tranquilli, nel frattempo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ci rassicura che non lascerà che Israele smantelli uno per uno i Paesi dell’asse della resistenza. Beh, Presidente, le notizie degli ultimi giorni forse ti sfuggono, ma l’asse sembra avere delle “lievi” difficoltà. Se poi aggiungiamo la probabile eliminazione del generale Maher Assad, fratello di Bashar, in un attacco aereo israeliano, la famiglia Assad avrà sicuramente bisogno di un nuovo “risolutore” per gestire il caos siriano. Maher, dicono, era noto per la sua brutalità: il classico tipo da “sterminiamo mezzo Paese” durante una guerra civile.
Lunedì: Israele ha continuato la sua striscia vincente, eliminando Fateh Sherif Abu el-Amin, leader di Hamas in Libano. Ma il colpo di scena? Hamas ammette che il tizio era anche a capo dei sindacati dell’UNRWA. E Philippe Lazzarini lo sapeva. Infatti UN Watch ne aveva già richiesto il licenziamento a giugno. Ma loro sono ebrei, vatti a fidare. Beh, se c’è una cosa che impariamo da questo è che forse dovremmo iniziare a controllare meglio chi gestisce i sindacati, perché, a quanto pare, potrebbe essere lo stesso tizio che lancia i razzi. Va da sé che sarebbe pure meglio controllare chi ha appuntato il controllore ma tocca bussare direttamente all’ONU.
Nel frattempo, la figlia di Nasrallah ci ricorda che non si arrenderanno mai, sono “più forti di prima”, e presto pregheranno a Gerusalemme. Quanto presto? Non si sa, ma se continuiamo così, Israele potrebbe già essere lì ad aspettarli con un tè.
E gli stati sunniti? Qatar, Emirati Arabi, Bahrein? Silenzio totale. Come se avessero messo il “non disturbare” sul loro WhatsApp collettivo.
D’altra parte invece Netanyauh ha voglia di parlare e lancia un appello a tutte reti al popolo iraniano sottintendendo che dovrebbe scendere in piazza. Niente di nuovo, direbbero alcuni, non fosse che di questi tempi, con Khamenei rintanato in un bunker c’è da chiedersi se non sia il caso di prenderlo come una dichiarazione d’intenti.
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