Pazienza quando sono i soliti noti a dire che sarà necessario trattare con la Russia e far cedere all’Ucraina il 20% del suo territorio (in nome della pace, s’intende). In fondo lo dicono dal 24 febbraio del 2022 (e si parlano tra di loro anche se sono tutti i giorni in TV). Ma quando all’improvviso lo fanno insigni giornalisti che fino al giorno prima rivendicavano l’integrità territoriale dell’Ucraina, allora c’è da stare attenti perché, nella logica della comunicazione, sono i portavoce più efficaci per far uscire la narrativa da bolle specifiche e imporre una nuova linea al grande pubblico: “se lo dicono anche loro, allora vuol dire veramente che…”
A quel punto, se cerchi di spiegare perché non si può trattare con la Russia (a meno di una colossale Caporetto occidentale) passi per una specie di fanatico irrazionale che si oppone come Don Chisciotte contro i mulini a vento alla ferrea logica della realpolitik.
Si gioca con l’ignoranza dei più o la scarsa memoria, tanto da avere perfino dimenticato “perché” l’Occidente si è mobilitato per l’Ucraina. Allora, cerchiamo di ricordare quanto è avvenuto in Georgia nel 2008 e cosa è successo dopo il trattato di pace firmato con la Russia.
Cominciamo con una delle frasi più velocemente datate della Storia: quella di Angela Merkel, pronunciata dopo un incontro con Medvedev (nelle brevi vesti di presidente della Federazione Russa) a Sochi il 15 agosto 2008.
“Il punto fondamentale per una soluzione politica deve essere l’integrità territoriale della Georgia”
Alcuni giorni prima, Il 12 Agosto, il presidente georgiano, Saakashvili e Medvedev, avevano firmato il trattato di pace proposto dal presidente francese Sarkozy. Avveniva a 12 giorni dall’invasione russa della Georgia, nel corso della quale la Russia aveva occupato il 20% del territorio georgiano (ai russi proprio deve piacere questa percentuale – in fondo si tratta solo di un quinto, che vuoi che sia?)
Anche allora avevamo assistito alla classica storia dei Sudeti. In questo caso, si trattava dei poveri russi dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che avevano bisogno della difesa della santa madre patria.
Il tentativo della Federazione Russa di annettere quei territori in realtà era coinciso con l’ascesa di Putin che già dal 2003 aveva considerato l’idea di un’invasione militare. In quegli anni esistevano già contingenti sul territorio e si era assistito alla “passaportizzazione” nelle due regioni da parte della Russia. Un’operazione che nel 2008 poteva dirsi in larga parte completa, con il 70% della popolazione che aveva acquisito la cittadinanza. Si trattava di una libera scelta? Non proprio. Rifiutare la cittadinanza poteva avere come conseguenze perdita del lavoro, arresti, persecuzioni, espulsioni. Per tanto chi non fuggiva, per sopravvivere era costretto ad accettare il passaporto russo. La Russia però ora poteva dichiarare che le regioni erano abitate prevalentemente da russi.
Intanto, mentre la sottomissione della Cecenia era ormai quasi un fatto compiuto, in Georgia il timore di un’invasione russa cresceva.

Basta osservare la mappa per capirlo. A nord la Georgia confina direttamente con la Cecenia che era, fino alla seconda guerra cecena, l’unico paese indipendente dalla Federazione Russa con cui confinava a nord. Nella politica di annessione dei territori ex sovietici perpetrata da Putin, la Georgia rappresentava il prosieguo naturale, inoltre avrebbe consentito alla Russia di riprendere possesso delle coste a est del Mar Nero.
Per i georgiani, la ricerca di una protezione internazionale divenne un problema impellente. Infatti, l’orientamento verso la NATO della Georgia era largamente sostenuto dal pubblico che temeva quei vicini potenti, intenzionati a riprendersi ciò che consideravano “loro”. Il 5 gennaio 2008 in un referendum popolare sull’adesione alla NATO, il 77% dei votanti si espresse a favore dell’adesione.
Successivamente, l’allora presidente Saakashvili fece richiesta formale per la Georgia (allo stesso tempo dell’Ucraina). Nel corso del Summit NATO a Bucarest, tenutosi all’inizio di aprile 2008, la richiesta fu accolta, dando avvio all’Open-door policy. Francia e Germania però si opposero subito all’allargamento a est per evitare attriti con Mosca.
Nel porre un freno all’allargamento della Nato, Sarkozy e Merkel avevano scelto una politica conciliatoria con Putin, ma non funzionò. Anzi, ottenne l’effetto contrario. A Putin restò la giustificazione di un possibile allargamento della Nato (anche se “congelato” da Francia e Germania), mentre la Georgia rimase vulnerabile. Il 1 agosto 2008 le truppe russe invasero la Georgia.
Un’altra giustificazione all’intervento era stata la dichiarazione d’indipendenza unilaterale del Kosovo, avvenuta il 17 febbraio dello stesso anno. Se era stato consentito al Kosovo – sosteneva Putin – avrebbe dovuto essere consentito anche ad Abkhazia e Ossezia del Sud di dichiararsi indipendenti unilateralmente. L’esercito russo era lì per “difendere il loro diritto all’autodeterminazione” (i russi puntano sempre sulla scarsissima memoria storica del pubblico per ripetere lo stesso pattern ogni volta ed essere pure presi sul serio).
In realtà, dal giugno 2008, Gazprom aveva cominciato a pianificare l’esplorazione di petrolio e gas in Abkhazia. Inoltre, l’Abkhazia rappresenta la metà dell’accesso della Georgia al Mar Nero.
Realpolitik
Al contrario che per l’Ucraina, nell’agosto 2008 per la Georgia non vi fu alcuna mobilitazione e supporto militare da parte dell’Occidente. Si scelsero le vie diplomatiche e la pace. Così il 12 Agosto, Saakashvili e Medvedev ratificarono il trattato di pace tra Georgia e Russia proposto da Sarkozy.

Il trattato (ancora più favorevole di quello che si vorrebbe propinare all’Ucraina, in quanto comprendeva, almeno sulla carta, la restituzione dei territori) consisteva in sei punti.
- 1. Nessun ricorso all’uso della forza
- 2. Cessazione definitiva delle ostilità
- 3. Libero accesso agli aiuti umanitari (per consentire il ritorno dei rifugiati)
- 4. Le forze militari georgiane devono ritirarsi nelle loro normali basi di accampamento
- 5. Le forze militari russe devono ritirarsi sulle linee esistenti prima dell’inizio delle ostilità. In attesa di un meccanismo internazionale, le forze russe di mantenimento della pace implementeranno ulteriori misure di sicurezza (sei mesi)
- 6. Apertura di discussioni internazionali sulle modalità di una sicurezza duratura in Abkhazia e Ossezia del Sud (basate sulle decisioni delle Nazioni Unite e dell’OSCE)
Dei 6 punti del trattato solo i primi 4 furono rispettati.
Il punto 5 fu ignorato dalla Federazione Russa che mantenne il proprio “contingente di pace” anche dopo lo scadere dei sei mesi. Medvedev infatti, insistette sul fatto che la Russia era “il garante della sicurezza nel Caucaso e nella regione” e che le truppe russe sarebbero rimaste in Georgia.
Quanto al punto 6, Il mandato della missione OSCE scadde il 1 gennaio 2009 e successivamente la Russia rifiutò la sua continuazione e negò l’accesso dell’ European Union Monitoring Mission (EUMM) nei territori di Abkhazia e Ossezia del Sud che dunque rimasero sotto permanente occupazione militare russa.
Che poi, è stato più o meno lo stesso modus operandi del dopo Minsk I e II quando gli “indipendentisti” di Crimea e Donbas rifiutarono sistematicamente le ispezioni OSCE.
Le conseguenze dell’appeasement
In sostanza, l’appeasement della Merkel e di Sarkozy aveva sì evitato l’escalation del conflitto, ma anche costretto la Georgia alla perdita del 20% del proprio territorio. La Russia aveva occupato militarmente un quinto del territorio georgiano senza alcuna conseguenza.
Questo può già aiutarci a comprendere perché l’appeasement non aveva funzionato. Non solo aveva castrato la Georgia territorialmente, ma anche mostrato alla Russia la debolezza dell’occidente democratico, incapace di muoversi unilateralmente contro invasioni militari.
Se aveva funzionato in Georgia, perché non farlo in Crimea e Donbas? E se aveva funzionato in Crimea e Donbas perché non prendersi anche gran parte del sud dell’Ucraina e tagliarle l’accesso al Mare di Azov? E se adesso funzionasse perché non tagliarle anche l’accesso al Mar Nero? E se… Seriamente c’è qualcuno che in perfetta buona fede creda che la Russia, dopo averla avuta vinta, vivrà con il resto del mondo felice, pacifica e contenta?
La realpolitik non è quella di chi ti dice che devi accettare la realtà sul campo, è quella della comprensione del nemico. Se ci è chiaro cosa è avvenuto nel 2008, è più facile capire le ripercussioni dell’appeasement di allora, ovvero in decine di migliaia di morti in Ucraina tra il 2014 e il 2024. Infatti, non sempre la pace salva vite umane: talvolta, un trattato di pace che salva poche vite umane oggi può costarne migliaia domani.
Ma non è il solo problema. Non tutti i trattati di pace ripristinano equilibrio e legalità, e non tutti vengono rispettati. Così anche se un trattato di pace soddisfa sempre l’opinione pubblica, può risolversi in un pezzo di carta senza valore e non risolvere alcun problema. Il conflitto, la violazione dei diritti umani, le deportazioni e le uccisioni continuano indisturbate, lontano dai fari internazionali.
Questo è stato il caso della Georgia.
L’annessione progressiva
Dalla guerra del 2008 e la successiva occupazione militare russa di Abkhazia e Ossezia del Sud, il governo russo considera i territori come stati indipendenti: la Repubblica di Abkhazia e la Repubblica dell’Ossezia del Sud. Da allora le truppe russe hanno dato avvio a un processo di demarcazione del confine tra la Georgia e l’auto-dichiarata Repubblica dell’Ossezia del Sud. Tale demarcazione è nota anche come “annessione progressiva”, in quanto spinge sistematicamente la linea di confine sempre più all’interno del territorio georgiano, incorporando interi villaggi, passando spesso anche attraverso le case. In breve, pur non essendoci un conflitto in corso, la Russia continua ad avanzare e ad appropriarsi del territorio georgiano, così, un metro oggi, cinque metri domani, qualche chilometro all’anno l’avanzata russa continua.
Secondo il think tank del Centro di ricerca sulle politiche economiche, tra il 2011 e il 2022 sono stati registrati 155 casi di avanzamento del confine. Amnesty International nel 2018 riferi che almeno 34 villaggi erano stati divisi a causa dello spostamento progressivo della linea di confine.
Il 13 settembre 2021, Nino Lomjaria, difensore pubblico della Georgia, e Lyudmila Denisova, commissario del Parlamento ucraino per i diritti umani, avevano visitato il villaggio di Khurvaleti lungo la linea di occupazione analizzando le similitudini e differenze rispetto alle occupazioni di Donetsk, Lugansk e Crimea. Il difensore pubblico aveva informato la sua controparte ucraina della situazione della popolazione dei territori occupati.
“Sembra che la forza di occupazione agisca secondo lo stesso schema, ma la situazione in Georgia è aggravata dalla mancanza di comunicazione a livello umano e dipartimentale, che è ovviamente il risultato della pressione russa. Una delle questioni più dolorose è la continuazione dell’occupazione progressiva e sfortunatamente il nostro governo non ha modo di fermare questo processo.”
Lyudmila Denisova aveva osservato:
“Come in Georgia, la nostra identità sta venendo distrutta (anche imbrattando chiese). Stanno cercando di distruggere ogni traccia dell’Ucraina nei territori occupati. Allo stesso tempo, siamo ancora in guerra, molte persone stanno morendo e dobbiamo fare del nostro meglio per raggiungere la comunità internazionale e porre pressioni sulla Russia.”
Solo cinque mesi prima dell’invasione dell’Ucraina dunque, il governo georgiano e quello ucraino collaboravano per cercare di attirare l’attenzione della comunità internazionale per risolvere un problema comune. Per entrambi i paesi esisteva la consapevolezza che una volta firmato un trattato e spenti i riflettori su di un conflitto diventa quasi impossibile farli riaccendere al mondo, ed è in quell’oscurità mediatica che la Russia si muove.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, i georgiani esprimevano preoccupazione. “Non sappiamo quando la Russia deciderà di lanciare un’altra provocazione contro la Georgia,” affermò Natia Seskuria, esperta di sicurezza georgiana. “Penso che il nostro destino, in un certo senso, sia stia decidendo in Ucraina proprio ora. Da come andranno le cose in Ucraina, dipenderanno minacce alla nostra sicurezza più serie in futuro.”
Nonna Valya, nel villaggio di Khurvaleti (dove russi oltre che a spostare il confine di notte hanno anche l’abitudine di fare incursioni nel territorio georgiano e rapire i cittadini), è uno dei simboli dell’annessione progressiva della Georgia.
“Qui stanno accadendo cose mostruose nel nome del nostro Paese,” dichiarava Boris Zolotorevskiy, ex team Navalny, attivista russo in Georgia, durante una visita a nonna Valya. “Dal 2008 a oggi 3.400 georgiani sono stati rapiti dall’FSB con lo scopo sia d’intimidire la popolazione che derubarla. Chiedono circa 800 lari ($ 275) per ogni ostaggio. Denaro che poi deve essere raccolto da tutto il villaggio. Perpetuano un’occupazione progressiva. Le guardie di frontiera russe spostano i pali e avanzano annettendo continuamente nuovi territori.”
Nonna Valya ha più di 80 anni. Nel 2011, le guardie di frontiera russe spostarono il confine di notte. Al mattino, lei e suo marito, Davit Vanishvili, si ritrovarono nella regione di Tskhinvali nell’Ossezia del Sud e non più in Georgia. Entrambi rifiutarono il passaporto della Federazione Russa. Di conseguenza, Davit fu malmenato più volte dalle guardie di frontiera e spesso arrestato per aver varcato il confine.
Dopo la morte di Davit, Vanya rimase sola. Da allora, Cibo e medicine le vengono passate attraverso il filo spinato.
Ora che abbiamo davanti questo colossale disastro di fantomatica realpolitik, pensiamo al tipo di trattato di pace che la Russia vorrebbe in Ucraina:
- Uno che, dietro una parvenza “bilaterale”, disarmi di fatto l’Ucraina e mantenga le truppe russe nei territori occupati come “truppe di protezione”
- Uno che conterrà all’interno un paio di punti che sembrano favorire l’Ucraina (c’è sempre tempo d’ignorarli dopo)
- Una affidata alla supervisione di organizzazioni internazionali (alle si potrà negare l’accesso dopo qualche mese dalla firma del trattato, quando tutti si saranno dimenticati della guerra e nessuno vorrà cominciarne un’altra)
- Uno che “in difesa della popolazione” la renda facile preda delle mafie locali e dell’FSB
- Una nella quale l’Ucraina non potrà fare niente se il confine venisse spostato di qualche metro di tanto in tanto a meno di non ricominciare un’altra guerra. In tal caso si potranno sempre accusare i “nazisti” ucraini di essere “provocatori” e “guerrafondai”.
Davanti a questo scenario, la vera Realpolitik è un: “no grazie, in Georgia abbiamo già dato”.
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Articolo bellissimo e illuminante! Andrebbe letto ai pacifisti nostrani 3 volte al giorno!
Grazie
Se si continua a concedere a Putin la possibilità di ottenere dei risultati minacciando un olocausto nucleare e spaventando i capi di stato dell’occidente, lui non si fermerà più. Dovremo solo cercare di predire quale sarà la prossima nazione che attaccherà dopo l’Ucraina. Un giorno potrebbe toccare anche a noi se non lo si ferma.
Peccato che i decisori politici europei stanno dimostrando a tutto il mondo che sono una manica di peracottari, incapaci e tremebondi e la ruzzia ringrazia!!! Il buffo e che si credono <>. Che pena!!
Putin gioca sempre sulla lentezza e l’indecisione dell’Europa.