
Un aneddoto riferito a Gioachino Rossini narra di un giovane il quale gli sottopose degli spartiti per una valutazione; il maestro lesse rapidamente la musica e, poco dopo, espresse un giudizio lapidario: “qui c’è del nuovo e c’è del bello, ma ciò che è nuovo non è bello, e ciò che è bello non è nuovo”.
Poiché, come insegna da millenni il Qohelet, vi è poco di nuovo sotto il sole, l’originalità si palesa come un bene prezioso e raro, ma anche come indicatore del livello di un’epoca.
Le fasi di progresso umano, dalla Mezzaluna Fertile alla Grecia antica, fino alla Cina delle epoche auree o all’Europa rinascimentale, arrivando alla Germania fin de siècle e all’Austria degli Asburgo, sono, al tempo stesso, anche le più originali ed inventive.
La creazione del cosiddetto “popolo palestinese” coincide con la costituzione, nel 1964, dell’OLP e del mito della “Palestina” al fine di utilizzare questa saga come una clava politico/militare contro lo Stato democratico d’Israele.
Dietro questo scenario, in cui quello che c’è di originale non è nuovo e quello che c’è di nuovo non è originale, vi stanno le ideologie dei blocchi contrapposti della Guerra fredda, con i sovietici dalla parte dell’OLP e gli Stati Uniti alleati con Israele.

Decenni di propaganda e disinformazione, con la ben volenterosa complicità di media, accademia e politica, hanno poi dato luogo a una terminologia ad hoc per legittimare la ripetizione ossessiva di cliché senza fondamento o buonsenso, trasformando un popolo inventato in un Moloch politico contro Israele.
I nazisti, del resto, s’inventarono persino che Gesù era ariano e che esisteva un qualcosa come la “razza ebraica” o “semita”, utilizzando in quest’ultimo caso un termine derivante dalla linguistica ma rivoltandolo entro un’impropria connotazione biologista.
Ancor oggi inquieta la naturalità con cui tale terminologia viene utilizzata dai tanti ubriachi privi di autonomia intellettuale o colmi d’odio cieco.
In società in cui l’alfabetizzazione di base è prossima al 99% questi fatti dovrebbero essere ben noti e, invece, nelle teste di una buona parte di tale percentuale, abitano convinzioni immaginarie fermamente ritenute eventi storici.
Questo perché la propaganda sa da sempre come aggirare la razionalità attraverso l’uso dell’emotività.
L’industria culturale ha un potere immenso e spaventoso sulla collettività e la normalizzazione del linguaggio della falsificazione contro Israele ne è una tra le tante evidenze.
Per sfatare il mito creato dall’OLP basterebbe porre domande semplici: quand’è, prima del 1964, che vengono mai menzionati un popolo o una nazione “palestinese”? Chi era il sovrano o il presidente prima della fantomatica occupazione? Dov’è la letteratura? Dov’è la monetazione?
Di fronte a quest’ultima richiesta alcuni ubriachi pubblicano foto del mill (?), la moneta d’occupazione britannica impressa tanto in ebraico quanto in arabo e inglese.
Sarebbe come se, per dimostrare l’esistenza della lira prima della costituzione della Repubblica italiana, si facesse ricorso alle Am-lire del Governo militare alleato e non alla lira di Umberto I.
L’Italia, poiché esisteva da prima del 1945, aveva una propria monetazione, un sovrano e magari un po’ di letteratura, filosofia, scienza, qualche testimonianza archeologica e, immaginate, persino una lingua comune! Scioccante, vero?
Per gli oltre sei secoli in cui l’area mediorientale si trovò sotto il controllo dell’Impero ottomano, questa era appena una desolata regione amministrativa divisa in eyalet (province) e sanjak (distretti).
Dunque, anche fino all’inizio del protettorato britannico, non c’erano “palestinesi” e gli abitanti venivano variamente identificati come ebrei, cristiani, arabi, etc., residenti nei distretti, tra cui il sanjak di Gerusalemme.
Sotto il protettorato britannico si parlava di “arabi palestinesi”, oppure “ebrei palestinesi”, ma anche “cristiani palestinesi”, maroniti, etc.
Tutti questi gruppi coabitavano sotto l’ombrello del mandato territoriale con cui gli inglesi avevano ridenominato la Palestina, tornando alla terminologia coniata dagli antichi Romani e in uso in Occidente solo in ambito teologico/culturale.
Non dimentichiamo che la lenta cristianizzazione d’Europa si svolge quando i Romani hanno già cancellato il nome d’Israele.
Il 135 d.C. è l’anno in cui la rivolta antiromana di Bar Kokhba venne soppressa nel sangue da Sesto Giulio Severo, inviato dall’imperatore Adriano. I Romani, maestri di punizioni simboliche, soppressero Giudea e Samaria e istituirono la provincia della Syria Palaestina.
Questo, ispirandosi ai “Filistei”, nemici degli Israeliti.
Il recente libro di Barry Strauss, Jews vs. Rome, è un’eccellente guida sul tema. Tutto ciò avveniva quasi cinque secoli prima che l’Islam iniziasse a muovere i primi passi nella penisola arabica (610 d.C.), 1.491 km più a sud.
Adriaan Reland (1676–1718), nella sua Palaestina ex monumentis veteribus illustrata (1714), usa il termine senza riscontrare alcuna evidenza di un cosiddetto “popolo palestinese”.
Il termine “Palestina”, imposto dai Romani, è un conio interamente occidentale, come mostra anche la linguistica: l’arabo non possiede la “p”, come potrebbe creare una parola con una lettera che non possiede?
“Palestina” è un termine importato, ossia – come piace dire oggi – “colonialista”.
L’ironia degli “anticolonialisti” che perorano una terminologia colonialista non deve andar perduta. Laura Robson, in Colonialism and Christianity in Mandate Palestine (2011), sostiene che lo Stato coloniale britannico esasperò il settarismo trasformando identità religiose in categorie giuridiche.
Questo non fu l’unico danno dei mandati occidentali e basta osservare molte linee di confine per notare come siano state tracciate col righello da qualche ufficio del Foreign Office o di un département d’outre-mer.
Siria e Libano, come altri Stati dell’area, furono fondati ex novo nel XX secolo e posti sotto mandato francese tra il 1923 e il 1943-1946.
La creazione di strutture statuali in aree che non le avevano mai conosciute è il riflesso di rivolgimenti politici avvenuti in Occidente ed esportati ovunque.
Gli stessi Stati europei avevano iniziato a formarsi come nazioni democratiche solo poco più di un secolo dopo la trasformazione dei vari regni.
Secondo una prospettiva storica, gran parte dello scompiglio mediorientale che continua a produrre lutti è ancora il risultato della cattiva pace seguita alla Prima guerra mondiale.
La stessa che ha già regalato al mondo la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda e continua ancora oggi a influenzare i destini globali.
L’analisi di queste cause avrebbe dovuto essere affrontata dopo la Seconda guerra mondiale, ma chi vi provò venne subito messo da parte.
All’epoca si era già intenti a costruire le fasi successive del disastro iniziato nel luglio 1914. Molti mali odierni sono conseguenze di errori o strategie passate che si sono metastatizzate nel presente.
Strabiliante è la quasi totale assenza degli storici di professione, spiegabile con il contenuto radicalmente ideologico del moderno, in cui l’industria culturale legittima solo le voci che sostengono le sue narrative.
Una situazione paradossale e intollerabile, culturalmente e politicamente, ma impossibile da correggere finché il controllo sulle teste dei cittadini resterà così ferreo.
Ovunque trionfi l’ideologia, regna la falsificazione organizzata in una scenografia coerente perché costruita con cura e orchestrata fin nei dettagli.
Il senso degli eventi viene invertito, appioppando alla falsificazione una finta naturalezza: “ma come? Non sai che Israele è un occupante?”
“Lo sanno tutti che, dalla creazione dell’universo, c’erano per primi i buonissimi palestinesi e che i cattivoni israeliani li hanno scacciati dalla terra dove il loro nome è inciso negli atomi delle pietre!”
Queste cose, senza ironia, vengono pubblicate da editori un tempo eccellenti: “ci sono due popoli che hanno scelto di resistere: i palestinesi e i libanesi.” (Samir Kassir).
Gli esempi non mancano nemmeno da rampolli italiani: “la nascita di Israele risponde tanto a una logica nazionalista (…) quanto, inscindibilmente, a una logica coloniale (…)” (Michele Sisto, 2024).
Di fronte alla Notte dei cristalli del XXI secolo, qual è la risposta della cultura e della politica europee?
Rafforzare la narrativa in cui “resistenza” può persino indicare lo stupro e il diritto il torto?
Riproporre lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, falsamente attribuito al sionismo, quando fu coniato nell’Ottocento dal rev. Alexander Keith?
E riconoscere – come Spagna, Norvegia e Irlanda – un’entità priva delle forme politiche, storiche e giuridiche di uno Stato?
Insomma, quando piove, diluvia.
Su queste vicende si stampa, si urla, s’inneggia da ogni angolo dell’industria culturale senza alcun timore di venir chiamati a risponderne.
Sembra quasi che la società moderna, spalancati i cancelli della falsificazione ideologica, non riesca più a fare a meno dei discorsi privi di senno.
Quando si considera la relazione che molti media occidentali intrattengono contro Israele, non si può evitare la sensazione di sentirvi un coro.
È stato spiegato ricorrendo alla storia europea: quando il continente va in difficoltà, scatta il riflesso del “dagli all’ebreo”, come gli zar con i pogrom.
Cambia il numeratore, il denominatore resta uguale.
Ne ha scritto anche Orwell nei “due minuti d’odio”: l’arcinemico Emmanuel Goldstein ha un cognome ebraico, con riferimento probabile a Lev Trotzki (Lev Bronštejn).
L’umorismo ebraico già ai tempi della rivoluzione ironizzava: “I Trotzki fanno la rivoluzione e i Bronštejn ne pagano le conseguenze”.
Ancora una volta, nulla di nuovo né di originale.
L’invenzione del “popolo palestinese” ha oltre sessant’anni, ma la sua struttura concettuale affonda in radici ideologiche ben più antiche, fino alle origini dell’Islam, che riunisce tradizioni diverse in un collage legalistico e plastico, adattabile ad ogni circostanza politica.
Pensiamo alle rivendicazioni sulla spianata del tempio, divenuta all’improvviso luogo imprescindibile della fede musulmana.
Sarebbe come se i cattolici romani s’inventassero che uno dei loro luoghi più sacri è Gamla Stan, a Stoccolma, perché un Santo ne ha sognato le cupole.
Rivendicazioni bizzarre che rivelano uno sfondo ideologico ancor più curioso, sul quale regnano o silenzi o mistificazioni.
Queste fantasiose rivendicazioni sui luoghi sacri d’Israele vengono spacciate come degne di merito sulla base di impalcature ideologiche assurde e antistoriche.
La “Palestina” immaginata da media e accademici conniventi esiste quanto la leggenda del Prete Gianni.
Nel frattempo gli storici di professione, quando non sono a prendere il tè, propongono assurdità come quelle di Barbero sul fatto che il Regno di Giudea o il Tempio di Salomone non siano mai esistiti.
O tempora…
Quella contro l’antisemitismo, oggi travestito da antisionismo, è una delle battaglie morali più importanti del nostro tempo.
Indica un regresso intellettuale e sociale che, oltre a essere eticamente inaccettabile, è pericoloso per l’intero ordine civile e giuridico internazionale.
L’essere umano, quando abbandonato a se stesso o diretto ad arte, è capace di trasformare pulsioni irrazionali e volontà di credere in pseudorealtà con conseguenze nefaste.
Basti pensare all’invenzione del concetto di “razza”, ancora oggi in uso nonostante la biologia abbia dimostrato che esiste una sola razza, quella umana.
La fantasia, nelle teste che ne hanno poca, prende la forma di modelli e cliché che continuano a scappare dal dimenticatoio della storia.
Il presunto antisionismo dei manifestanti pro-Hamas attinge a piene mani dagli stereotipi dell’antisemitismo secolare: dalle fantasie sulle mazzoth di sangue ai “bambini di Gaza”.
La responsabilità dei bambini morti o feriti nel conflitto – fortunatamente pochi e non certo le cifre immaginifiche diffuse dal Ministero della propaganda di Hamas – ricade su Hamas.
Il fatto che tanta gente venga manipolata da queste invenzioni è sintomatico del degrado dell’istruzione e della comunicazione, ma anche di aspetti della psicologia umana.
Ci sono, certo, quelli il cui livello intellettivo non consente di accorgersi delle fanfaluche.
Ma la maggior parte preferisce crederci perché gli piace: il “riflesso” antisemita di cui si parlava prima.
Nell’epoca dell’informazione, dei calcolatori tascabili e di internet, non ci vorrebbe molto per unire due dati e capire che le cifre diffuse da Hamas sono un’invenzione grottesca.
Nelle guerre, inoltre, la responsabilità ricade su chi le provoca.
Nessuno, tra coloro che sono scesi in strada dal 7 ottobre, ha fatto appelli a Hamas perché deponga le armi e rilasci gli ostaggi: chiedevano che fosse l’aggredito a farlo.
Non esistono esempi simili in altre epoche: nessuno in America protestò chiedendo a Churchill di deporre le armi contro la Germania nazista.
Oggi, invece, succede.
Perché?
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“Non esistono esempi simili in altre epoche: nessuno in America protestò chiedendo a Churchill di deporre le armi contro la Germania nazista.”
Ci furono comunque alcune proteste prima dell’entrata degli Usa in guerra, che sostenevano che dopotutto Hitler non era un loro nemico, che non aveva attaccato gli Stati Uniti e che era un problema dell’Europa e della Gran Bretagna.
Le similitudini con quello che succede ora col conflitto in Ucraina ci sono e dimostrano come spesso la Storia si ripete e non si impara dal passato.
Palestina, la costruzione del mito, la mitizzazione dei cattivi maestri alla Barbero:
ogni tanto occorre fermarsi, scoprire il significato di alcune parole, una lectio meno popolare di altre, ma ben più significativa, per chi ha testa e cervello scevro da ideologie.
Ricordo che le manifestazioni contro Israele iniziarono già l’8 ottobre, quando ancora Israele non aveva reagito, stava respingendo i mostri e raccogliendo i cadaveri straziati.
Secondo me non si da abbastanza spazio alla dipendenza dei Paesi Europei dal petrolio arabo e dal ricatto che i Paesi ricchi di petrolio potevano esercitare. In Italia siamo arrivati addirittura al Lodo Moro.