

A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, il tavolo della pace torna ad affollarsi. Ma quello che apparentemente si sta delineando nelle ultime settimane non è un negoziato classico, quanto piuttosto una guerra diplomatica parallela, in cui attori statali e para-istituzionali combattono su piani diversi per imporsi nella narrazione della pace, per condizionarla, o per sabotarla.
Il dato più sorprendente è che, per la prima volta, una bozza di accordo con caratteristiche definite è stata effettivamente discussa dalle parti in causa, pur nella forma ancora fluida delle consultazioni. Ma l’emersione pubblica dei retroscena – con fughe di notizie, trascrizioni di telefonate riservate, accordi paralleli e rivalità personali – ha prodotto un effetto imprevisto: non la cristallizzazione di un’intesa, ma la radicalizzazione delle differenze e l’esplosione di una guerra nella guerra. Una guerra, questa volta, per il controllo della cornice negoziale.
I 5 assi della crisi: il negoziato che non doveva emergere
Ciò che è accaduto nelle ultime settimane ruota attorno a cinque elementi chiave che, se interpretati correttamente, restituiscono una fotografia del contesto geopolitico molto più complessa e fragile di quanto le dichiarazioni ufficiali lascino intendere.
Primo asse: la crisi del canale parallelo.
Il piano originario per la pace – 28 punti negoziati informalmente da Kirill Dmitriev per la Russia e Steve Witkoff per gli Stati Uniti – era stato pensato per restare invisibile. Il principio era semplice: costruire una base di partenza negoziale fuori dalle lentezze della diplomazia ufficiale, in un formato ristretto e “protetto”.
Il problema è che l’intero impianto è crollato nel momento in cui la conversazione fra Dmitriev e Ushakov è stata pubblicata. L’idea che Mosca potesse lasciare agli americani la paternità formale del piano per legittimarne l’applicazione è saltata di colpo. La pubblicazione della telefonata ha innescato una catena di reazioni incontrollabili, tra cui il cortocircuito all’interno della diplomazia americana e la delegittimazione dello stesso Witkoff, figura centrale ma sempre più isolata.
Secondo asse: il ritorno della diplomazia tradizionale.
Dopo lo scandalo delle telefonate, il Dipartimento di Stato americano – nella figura del Segretario Marco Rubio – ha rapidamente preso il controllo del dossier, riportando il processo sotto l’ombrello istituzionale.
L’elemento critico, qui, non è solo la numerosità degli interlocutori (Witkoff, vicino a Trump, e Driscoll, amico di Vance), ma la mutazione genetica dell’approccio negoziale. Se il primo piano era stato modellato su concessioni strutturali all’aggressore (riconoscimenti territoriali, neutralità forzata, limiti permanenti all’esercito ucraino), la seconda versione – emersa dai colloqui di Ginevra – ha ridotto i punti da 28 a 24, poi a 19, rimuovendo o riscrivendo quelli più problematici.
Il linguaggio della seconda bozza è più neutro, meno sbilanciato verso Mosca, ma proprio per questo più difficile da far accettare al Cremlino.
Terzo asse: il tempo geopolitico e le elezioni di metà mandato.
Il negoziato avviene nel momento peggiore possibile. Il Tycoon sente di non avere tempo. Vuole la pace e vuole essere lui “l’uomo della pace”, a qualunque costo (per gli altri, ovviamente). Lo ha promesso, lo continua a ripetere, è sua la firma su ogni singola dichiarazione. È sua la firma sull’invio di Witkoff. È sua la voce che, secondo Lavrov, avrebbe raggiunto “un’intesa” con Putin ad Anchorage.
Ma Trump è anche l’uomo che ha bisogno di una narrativa vincente, possibilmente rapida, da spendere nella campagna elettorale per dimostrare la sua capacità di “fermare le guerre” con la diplomazia personale. Il rischio? Che l’architettura negoziale sia subordinata a obiettivi di politica interna americana, col rischio di un crollo verticale della credibilità del processo stesso.
Quarto asse: la strategia russa di logoramento.
Se Washington sembra, almeno parzialmente, impegnata nella costruzione di una soluzione negoziale, Mosca gioca su un altro piano: quello dell’escalation tattica e della delegittimazione degli interlocutori. La Russia non ha mai voluto un negoziato alla pari.
Le dichiarazioni di Putin – che continua a considerare Zelensky “un leader illegittimo”, e chiede la ritirata ucraina come precondizione – fanno parte di un gioco negoziale a perdere, in cui si alza il prezzo del compromesso sapendo che la controparte non potrà accettarlo. Il riferimento esplicito al “piano Trump in 28 punti” come unica base possibile per Mosca rivela l’intenzione di “freezare” il tavolo sulla bozza originale, ora impraticabile, rendendo di fatto irricevibile ogni proposta successiva.
Quinto asse: l’Ucraina costretta a cedere.
L’accettazione da parte ucraina della bozza a 19 punti – seppur parziale e condizionata – rappresenta una svolta politica profonda. Significa che Kyiv ha rinunciato, almeno nel breve periodo, a ottenere una proposta costruita integralmente secondo i propri interessi.
Significa che è disposta ad accettare un limite alle proprie Forze Armate (800.000 unità), a congelare la discussione sui territori contesi, e a rimandare il nodo delle garanzie di sicurezza a un futuro bilaterale Trump-Zelensky. È un’accettazione imposta non da una condivisione strategica, ma dalla constatazione della progressiva erosione del sostegno occidentale, e dalla necessità di evitare lo scenario peggiore: il collasso completo del fronte diplomatico e l’isolamento internazionale.
L’Europa tagliata fuori e l’auto-marginalizzazione dell’Italia
Molti, a Bruxelles, si affrettano a rivendicare un ruolo europeo nella genesi del piano di Ginevra. Ma questa lettura, più che una ricostruzione realistica, sembra rispondere a un impulso riflesso: quello di legittimare una presenza che è stata in larga parte di osservazione, non di costruzione.
La verità è che il documento nasce negli Stati Uniti, sotto la regia del Dipartimento di Stato, con Marco Rubio e Dan Driscoll come architetti della nuova impostazione dopo il collasso del canale parallelo Witkoff–Dmitriev. I contenuti fondamentali – sebbene filtrati attraverso le esigenze politiche della coalizione occidentale – sono stati elaborati a Washington, non a Bruxelles.
Le cosiddette “varianti europee” che hanno accompagnato il passaggio dai 28 ai 19 punti non costituiscono l’ossatura del testo: sono emendamenti, non fondazioni. Correzioni di forma, non visione strategica. La rimozione del tetto rigido alle forze armate ucraine o il rinvio delle questioni territoriali sono state accettate non perché frutto di un’agenda europea, ma perché rispondevano a equilibri interni alla diplomazia americana e alle richieste minime dell’Ucraina.
Nessuna delle due copie ufficiali della bozza – una in mano a Rubio, l’altra a Yermak – è passata da un tavolo europeo. Nessuna cancelleria UE ha firmato né presentato formalmente il testo. E nei momenti chiave, dai bilaterali di Ginevra alle triangolazioni di Abu Dhabi, l’Europa era fuori dalla stanza: il formato privilegiato è stato quello USA–Russia–Ucraina.
Per questa serie di ragioni, pur comprendendo la necessità storica di restituire un ruolo all’Unione Europea in questo frangente, non mi sento di condividere alcuna narrazione trionfalistica.
La verità è che nel cuore del più grave negoziato continentale degli ultimi decenni, l’Europa è rimasta un osservatore silenzioso. Non perché formalmente esclusa, ma perché strategicamente assente.
I colloqui di Ginevra e quelli successivi ad Abu Dhabi hanno messo in evidenza una dinamica ormai strutturale: la definizione dell’architettura della sicurezza europea – che è il vero oggetto implicito del negoziato – sta avvenendo senza l’Europa. A deciderne la forma, i limiti e le regole, sono Washington e Mosca, con Kyiv in posizione subalterna e condizionata.
L’Unione Europea, come attore politico, non è parte del gioco. Ne subisce gli effetti, ma non ne plasma le traiettorie.
Il caso italiano è rivelatore.
In una fase in cui persino attori indeboliti come Germania e Francia cercano di ritagliarsi un ruolo, Giorgia Meloni ha scelto consapevolmente una posizione defilata. Il sostegno italiano all’Ucraina, da sempre oscillante, si è ulteriormente raffreddato proprio nella fase decisiva: quella in cui si definisce non solo l’eventuale accordo, ma il futuro assetto dell’Europa orientale.
L’Italia ha rinunciato a qualsiasi proposta autonoma, a qualsiasi linea di indirizzo. Nessuna iniziativa diplomatica propria, nessuna pressione negoziale, nessun tentativo di coordinamento con i partner europei. Una scelta che non si può derubricare a semplice prudenza tattica: è una forma strutturale di auto-esclusione, che colloca l’Italia in seconda fila, al di sotto anche delle posizioni assunte da Paesi come Polonia, Finlandia o Regno Unito, ben più attivi – e ben più preoccupati – del nostro governo sul piano strategico.
Il paradosso è che proprio nel momento in cui gli equilibri continentali vengono ridefiniti, l’Italia abdica a qualsiasi ruolo di co-protagonista. A Ginevra, le capitali europee hanno espresso solo commenti a posteriori – “cauta fiducia”, “preoccupazione”, “realismo” – ma nessuna di esse ha avuto la possibilità di incidere davvero.
Il testo finale, quello dei 19 punti, è stato riformulato dagli americani dopo l’abbandono del piano Witkoff-Dmitriev, ma senza un confronto strutturato con l’UE. Persino la rimozione della clausola americana che prevedeva il controllo esclusivo sui fondi russi congelati non è il frutto di una trattativa trasparente con Bruxelles: è il risultato di una pressione sotterranea, frammentata e priva di coordinamento politico, da parte di singole cancellerie europee.
Il Regno Unito, pur fuori dall’Unione, ha avuto un atteggiamento opposto. Ha fatto filtrare la propria irritazione per essere stato tenuto ai margini, ha insistito per un coinvolgimento diretto e ha rilanciato l’idea di un formato negoziale transatlantico con partecipazione europea. Eppure né Londra né Parigi, né Berlino né Varsavia hanno ottenuto accesso alla fase decisiva.
L’Europa resta consultata, ma non coinvolta. Informata, ma non ascoltata. E l’Italia, lungi dal tentare un’inversione di rotta, sembra accettare passivamente questo schema.
Il rischio sistemico è evidente: che l’Unione venga ridotta a strumento di esecuzione di decisioni altrui, e che gli Stati membri si limitino a ratificare – o a finanziare, soprattutto – un piano scritto altrove. In questo scenario, l’UE non è più un soggetto geopolitico: è una cassa operativa, utile per la fase post-bellica ma ininfluente nella fase negoziale.
A tutto questo si aggiunge la scelta consapevole dell’amministrazione Trump di marginalizzare Bruxelles. Il presidente americano non considera l’Europa un partner strategico nella risoluzione del conflitto: ne tollera la presenza logistica, ma rifiuta ogni vincolo negoziale multilaterale.
Il fatto che l’inviato speciale sia stato scelto fuori dagli apparati diplomatici tradizionali, che le bozze siano state costruite in canali paralleli, e che l’interlocuzione con l’UE sia stata del tutto assente, conferma una linea precisa: Trump non vuole un’Europa coprotagonista, vuole un’Europa subordinata.
A dirlo con chiarezza è stato il presidente finlandese Alexander Stubb, interlocutore diretto di Zelensky e figura centrale nei rapporti tra Europa e mondo baltico: «La sicurezza dell’Europa deve essere decisa dall’Europa». È un richiamo esplicito, forse l’ultimo possibile, a una responsabilizzazione politica che tarda ad arrivare.
Se i negoziati proseguiranno senza una posizione europea chiara e condivisa, l’intero ordine continentale potrebbe essere ridefinito lungo assi esterni, senza alcun vincolo di coerenza con i principi fondativi dell’Unione stessa.
Il rischio, sempre più concreto, è che l’Unione finisca per essere l’involucro finanziario di una pace decisa altrove. Un soggetto erogatore, ma non negoziatore. Una fonte di fondi, ma non di idee. Un fornitore di stabilità, ma senza accesso alla sua definizione.
In questo contesto già disarticolato, la mossa ungherese aggiunge un ulteriore elemento di crisi.
La visita di Viktor Orbán a Mosca – la seconda in due anni – per incontrare Vladimir Putin, formalmente incentrata su questioni energetiche, ha una valenza apertamente geopolitica: non è solo un gesto di disallineamento, è una sfida diretta alla narrativa comune europea sulla guerra in Ucraina.
L’Ungheria si propone come ponte autonomo tra l’Europa e la Russia, consolidando un asse parallelo che, di fatto, scardina ogni velleità di coerenza strategica dell’Unione. Ma il dato più allarmante è che Bruxelles non dispone di strumenti né politici né normativi per disincentivare simili deviazioni: il sistema europeo è una costruzione intergovernativa incapace di imporsi su attori che hanno scelto di reinternalizzare la propria politica estera.
Orbán può andare a Mosca, incontrare Putin e tornare senza conseguenze politiche rilevanti: è la prova definitiva che l’UE non è un attore geopolitico, ma uno spazio normativo permeabile, senza capacità di deterrenza interna né proiezione esterna.
La guerra in Ucraina ha messo in luce questa debolezza strutturale: non è solo assenza di iniziativa, è implosione dell’unità d’azione, in un’Europa che continua a definirsi “potenza normativa” mentre perde progressivamente la capacità di incidere anche sui propri confini politici interni.
Una pace impossibile, o solo una guerra mascherata?
L’impressione che emerge da questa fase dei colloqui non è quella di un negoziato avanzato, bensì quella di una sequenza di mosse tattiche finalizzate a testare la tenuta dell’avversario. La Russia ha rifiutato ogni emendamento che alleggerisca la propria posizione. Gli Stati Uniti hanno modificato il piano iniziale, ma senza costruire una base condivisa con Mosca. L’Ucraina ha accettato per necessità, non per convinzione. L’Europa osserva.
E nel frattempo, l’invio di sistemi d’arma rallenta, il fronte bellico cambia, le minacce ibride aumentano.
A rendere tutto più instabile è la variabile nucleare. Le dichiarazioni di Putin sul test atomico – e la sua ricostruzione secondo cui “non siamo stati noi a sollevare il tema, ma Trump” – sono un segnale inequivocabile: se la diplomazia fallisce, si apre lo spazio per una nuova deterrenza muscolare.
Non siamo alla soglia di una guerra nucleare, ma al ritorno pieno di una logica di potenza basata sulla minaccia esplicita. In questo schema, ogni trattativa è vulnerabile.
L’ipotesi di una “pace negoziata” non è dunque priva di fondamento. Ma appare sempre più come una tregua strumentale, destinata a congelare il conflitto sul campo senza affrontarne le cause strutturali. Il linguaggio tecnico delle bozze – tra “cessate il fuoco monitorato”, “scambio tutti-per-tutti”, “status neutrale non obbligato” – è quello delle mediazioni provvisorie. Non disegna un ordine di sicurezza duraturo. Non risolve le fratture politiche. Non sana il vulnus originario della guerra di aggressione.
Una nuova fase del conflitto
La fase attuale del processo negoziale non segna l’inizio della pace, ma il principio di una nuova fase del conflitto: quella in cui la guerra si combatte anche sul piano delle narrazioni, delle bozze diplomatiche, delle telefonate filtrate.
È la guerra delle agende parallele: quella americana, oscillante tra improvvisazione e recupero istituzionale; quella russa, rigida e massimalista; quella ucraina, piegata dalla necessità strategica; quella europea, assente.
Chiamarla “trattativa di pace” è prematuro. È una battaglia negoziale a somma zero, in cui nessuno è disposto a fare la prima vera concessione. E in cui, paradossalmente, il principale beneficiario della fuga di notizie è proprio colui che aveva avvertito per primo del rischio di subalternità occidentale: Marco Rubio, oggi artefice del ritorno dell’America istituzionale al centro del dossier.
Le guerre parallele per la pace non sono finite. Sono appena cominciate. E il loro esito non dipenderà dalla scrittura dei 19 punti, ma dalla capacità degli attori in gioco di sopravvivere alla propria fragilità strategica.
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L’Europa non ha autorità perché gli Stati nazionali hanno ancora un ruolo importante nel prendere decisioni. Hanno lasciato il campo della difesa militare alla Nato e agli Usa in modo da preservare il proprio welfare state. Peccato che ora hanno difficoltà a sostenere anche quello, dati gli oneri dei sistemi ideati dove gli abusi sono aumentati e non si è cercato di limitarli.
La Russia poi non considera l’Europa e gli Stati nazionali dietro di essa degli interlocutori possibili date anche le condizioni richieste irremovibili a favore dell’Ucraina. Quindi con gli Usa prova a cercare una mediazione più accomodante ai propri desideri, grazie anche alla leadership più conciliante e meno aggressiva di Trump rispetto a quella di Biden.
Chiaramente poi conta il fatto che la Russia ha una qualche posizione di forza con un esercito occupante sostenuto anche da alleati stranieri, quando invece l’Ucraina principalmente deve affidarsi ai soli propri soldati nazionali a parte qualche volontario di altri Paesi comunque non così determinante.
Poi la questione della Russia sul nucleare conferma solamente che quanto a manipolazione dei fatti e diffusione di falsità siano imbattibili. Furono loro a minacciare di lanciare le atomiche sull’Europa ad inizio conflitto o le tattiche come test in Ucraina.
Ottimo articolo e perfetta fotografia della situazione