
Nel dibattito pubblico occidentale, da diversi anni, la guerra è tornata a occupare uno spazio centrale. Non soltanto nei fatti – dall’Ucraina al Medio Oriente – ma soprattutto nel linguaggio morale con cui quei fatti vengono giudicati. E proprio qui emerge un fenomeno evidente: una forma di doppiopesismo politico e morale che trasforma il giudizio sui conflitti in una funzione dell’identità ideologica di chi li combatte.
Va però detto subito che questo meccanismo non è un’invenzione recente. Il doppiopesismo nel giudizio sulle guerre accompagna da decenni – in realtà da molto più tempo – il dibattito politico internazionale. La Guerra fredda ne è stata un laboratorio permanente: ogni campo tendeva a giustificare o minimizzare le azioni dei propri alleati e a condannare quelle degli avversari.
Ciò che oggi colpisce non è quindi la sua esistenza, ma la sua persistenza e la sua intensità nel dibattito contemporaneo, anche all’interno delle stesse società democratiche.
La guerra non viene più valutata secondo criteri relativamente stabili – diritto internazionale, autodifesa, natura dei regimi coinvolti – ma secondo una logica più semplice e meno confessata: chi è l’attore.
Così accade che uno stesso conflitto possa essere considerato una legittima resistenza oppure una aggressione imperialista a seconda dei soggetti coinvolti.
Il risultato è una sorta di moralità geopolitica a corrente alternata. Gli stessi principi – sovranità, autodifesa, diritto internazionale – vengono applicati o sospesi a seconda della collocazione politica degli attori coinvolti. Sembra esistere una grammatica morale diversa per ogni guerra.
Uno degli esempi più evidenti riguarda la guerra in Ucraina. L’invasione russa del 2022 rappresenta, dal punto di vista del diritto internazionale, un caso relativamente chiaro: uno Stato sovrano attacca militarmente un altro Stato sovrano per modificarne l’assetto politico e territoriale.
Eppure, fin dall’inizio, una parte del dibattito occidentale ha cercato di attenuare la responsabilità russa attraverso la narrazione della “NATO che abbaiava ai confini”.
È una formula rivelatrice. Perché implica che la presunta espansione di un’alleanza difensiva possa costituire una giustificazione sufficiente per un’invasione militare.
Curiosamente, la stessa indulgenza scompare quando si passa ad altri scenari.
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Se gli Stati Uniti e Israele colpiscono obiettivi militari in Iran, definendolo “un attacco preventivo”, l’accusa di aggressione e imperialismo arriva immediata. In questo caso il diritto internazionale torna improvvisamente a essere invocato con grande rigore e la stabilità regionale diventa un valore assoluto.
Accanto al diritto internazionale applicato a corrente alternata esiste poi un secondo repertorio argomentativo, altrettanto prevedibile.
Chi nicchia o mantiene una posizione tiepida di fronte a interventi come la difesa dell’Ucraina o l’indebolimento di un regime come quello iraniano tende a invocare sempre gli stessi motivi: il rischio di destabilizzazione, il pericolo del caos, l’assenza di un piano per il dopo, l’escalation incontrollabile, le conseguenze imprevedibili per l’ordine regionale o globale.
Il punto, però, è che questi rischi (che sono reali e che è giusto considerare) vengono considerati accettabili oppure intollerabili non in base alla loro reale portata, ma in base al giudizio ideologico sul conflitto.
Se una guerra è ritenuta politicamente o moralmente legittima, allora i rischi diventano il prezzo inevitabile da pagare. Se invece il conflitto non rientra nel quadro ideologico dominante, quegli stessi rischi vengono evocati come prova definitiva che qualsiasi intervento non può che produrre caos e disastri.
Perché coloro che, per un riflesso ideologico di ostilità verso l’Occidente, ricorrono sistematicamente agli stessi argomenti – il diritto internazionale invocato a corrente alternata, il rischio del caos, la destabilizzazione, l’assenza di un piano per il dopo – difficilmente ammettono ciò che in realtà pensano: che ogni uso della forza da parte delle democrazie occidentali sia in sé sospetto o illegittimo.
Noi preferiamo dirlo apertamente. Esistono guerre che consideriamo giuste. Sono quelle combattute per difendere la libertà, la giustizia e la democrazia.
L’Occidente è pieno di difetti, di contraddizioni, di errori storici. Nessuna società è immune da colpe o da ipocrisie. Ma, nonostante tutto questo, resta ancora l’unico spazio politico nel quale esistono istituzioni rappresentative, libertà civili, pluralismo, alternanza di potere e tutela dei diritti individuali.
È l’unico luogo in cui il potere può essere criticato, contestato e cambiato senza finire in galera o peggio.
Difendere questo spazio politico non significa idealizzarlo. Significa riconoscere che esiste una differenza sostanziale tra sistemi politici che garantiscono libertà e sistemi che invece la negano.
Certo, le guerre sono orrende. Portano morte, distruzione, sofferenza, città devastate e generazioni segnate. Nessuna guerra può essere celebrata come qualcosa di desiderabile.
Ma la storia dimostra anche che, in alcune circostanze, non combattere produce conseguenze ancora peggiori.

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Per la guerra dei Sei giorni è stato detto: Israele ha sparato per primo, la colpa è di Israele. Per la guerra del Kippur è stato detto: non conta chi ha sparato per primo, conta la responsabilità morale di chi ha provocato la guerra, la colpa è di Israele. A proposito di diritto internazionale.
Eccellente, lo condivido come mio post su Facebook
Non sono solo prese di posizione apparentemente legittime contro certe decisioni occidentali e in particolare americane, ma è il fatto che troppe forze politiche si sono compromesse negli anni con quegli attori diretti da dittature e ostili al mondo occidentale democratico, pur di attrarre consensi e raccogliere finanziamenti anche e non solo per interessi personali dei soggetti principali che ne fanno parte.
Hanno creato la base per distruggere ciò che in teoria e magari diversi in buonafede intendevano invece proteggere anche fuori dai propri confini.
Questo articolo rivela esattamente lo stesso pregiudizio che in partenza critica: poiché l’aggressione militare all’Iran è giustificata dal desiderio di difendere l’Occidente (in altre parole, in dipendenza dall’attore politico che tale aggressione sta conducendo) allora la appoggiamo, anche se si tratta di due Stati sovrani che attaccano uno Stato sovrano e in assenza di risoluzioni ONU.
Dal che bisogna evincere che per l’autore di questo articolo gli elementi di stabilità citati all’inizio, come il diritto internazionale, non valgono più. Un bell’avvitamento, non c’è che dire.
Da quando una dittatura sanguinaria e repressiva dei diritti dei suoi cittadini, che minaccia altri Stati finanziando milizie che fanno del terrore la loro esistenza, che tenta di sviluppare la bomba atomica per eliminare quegli Stati già minacciati, trova riscontro nell’ordinamento del diritto internazionale?
Le politiche e le relazioni internazionali ostili della suddetta dittatura hanno già fatto scempio delle regole del diritto internazionale e un’azione militare per ripristinare quell’ordine se necessario si deve fare.