

Trump prova a incrinare la compattezza europea, mentre Putin testa il fianco orientale della NATO minacciando la Polonia e moltiplicando provocazioni sotto soglia. La risposta deve essere ferma, immediata e democratica: deterrenza chiara, impegni NATO rispettati e un’Europa pronta a camminare — e correre — con le proprie gambe.
Trump cerca di disgregare la compattezza europea prendendo di mira lo Stato che gli sembrava l’anello più debole e la sua leader, che evidentemente credeva fedele fino al suicidio politico.
Il suo compare di merende continua, al Cremlino, a cercare di avvolgere il suo gomitolo di ferro e chiodi intorno all’Ucraina.
Putin ora minaccia direttamente la Polonia e promette fuoco e fiamme anche agli “istigatori” di Kyiv, facendo ciò che tutti gli osservatori, tranne quelli legati al Cremlino da interessi politici o affaristici e una moltitudine di utili idioti intellettuali onnipresenti sui media, prevedevano avrebbe fatto.
Lo dicono l’intelligence americana e quella polacca, oltre ai vertici stessi del Cremlino. Droni “smarriti”, elicotteri “in avaria”, incidenti di frontiera pensati apposta per restare sotto la soglia dell’articolo 5 e testare, con metodo, se la NATO reagisce o si perde in un vertice di comunicati.
Io credo che la risposta debba essere intransigente e immediata: non aspettare l’incidente per scoprire se l’Alleanza tiene, ma dichiarare ora, senza ambiguità, che qualunque violazione del territorio polacco — anche “involontaria”, anche presentata come errore — avrà una conseguenza automatica e proporzionata.
E al vertice di Ankara la NATO deve mettere in allerta concretamente il proprio potenziale di difesa sul fianco orientale, non limitarsi a un paragrafo nella dichiarazione finale.
Due condizioni, però, perché questa fermezza non sia solo scenografia.
La prima: la deterrenza vale se è chiara, non se resta ostaggio dell’imprevedibilità di Washington. Un alleato che tratta l’articolo 5 come una variabile negoziabile, che minaccia di non difendere chi “non paga abbastanza”, regala a Putin l’unica cosa che gli serve davvero: il dubbio.
La fermezza europea va sostenuta da una NATO coerente con sé stessa fino in fondo. Se gli Stati Uniti dovessero sottrarsi a questa coerenza, l’Europa non può restare in attesa: deve essere pronta a garantire da sola, e subito, la propria capacità di deterrenza sul fianco orientale, senza lasciare a Putin il tempo di rendere concrete le sue minacce.
La seconda: la fermezza militare non basta se non è accompagnata da trasparenza democratica. Le decisioni su un’eventuale escalation non possono essere prese solo nelle stanze dei vertici militari: il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali devono sapere, discutere, essere informati per tempo, non ratificare a cose fatte.
Chi crede nel diritto internazionale come argine ai totalitarismi non può poi accettare che le proprie democrazie decidano la guerra e la pace fuori dal controllo pubblico.
Bisogna procedere ora, con urgenza e in stretta coerenza con i principi liberali e democratici che sono l’essenza dell’Europa, richiamando in primo luogo gli Stati Uniti al rispetto degli impegni assunti nell’ambito della NATO.
Ma, se non ci fosse ascolto, gli europei, come ha detto oggi Pier Ferdinando Casini a La Stampa, “devono far camminare la NATO con le proprie gambe”. E farla correre, se necessario.
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