

Un ricordo personale diventa il punto di partenza per riflettere su un problema più profondo: il rapporto malato tra magistratura, politica e informazione. Le parole del procuratore Gratteri contro il Foglio evocano il rischio di una cultura giustizialista che, da Mani Pulite in poi, tende a trasformare i pm in figure mediatiche incontestabili, mentre parte della stampa contribuisce ad alimentarne il mito.
Sono un abbonato al “Foglio”. Titolare, invero, di un abbonamento un po’ speciale. Correva la vigilia di Natale del 2019 e il Foglio uscì con un titolo a caratteri insolitamente vistosi: “Un tentativo che non riuscirà per colpire il Foglio e cercare di chiuderlo”, recitava l’editoriale vergato dal direttore Claudio Cerasa.
Va detto che il tentativo era condannato in radice al fallimento, giacché affidato all’ottuso, mediocre e fanatico zelo di Vito Crimi. “Il gerarca minore”, secondo l’insuperabile definizione partorita da Massimo Bordin, un’intelligenza che non smetterà mai di mancarci.
Sottosegretario all’editoria nell’ambito di quella gita premio nelle istituzioni, in gran parte riservata ai vincitori della lotteria pentastellata che fu il governo Giuseppe Conte I, Crimi, dopo aver invano tentato qualche mese prima di spegnere Radio Radicale, accarezzò l’idea di togliere l’ossigeno a un giornale fieramente opposto all’esecutivo gialloverde.
L’escamotage era un combinato disposto di pretese di restituzione di fondi pubblici già erogati e di progressivo blocco di nuovi fondi.
Nel proclamare l’intenzione di vendere cara la pelle, il Foglio varò seduta stante anche una speciale campagna di abbonamenti, comprensiva di una “pazzia”, come essi stessi la definirono: un abbonamento della durata di dieci anni. Durante il cenone natalizio sottoscrissi proprio quell’abbonamento.
Come tutti sanno, nel frattempo Crimi è finito sotto la tagliola del limite dei due mandati (persino il populismo ha fatto involontariamente cose buone), mentre il Foglio, “in faccia ai maligni e ai superbi”, ha da poco spento le trenta candeline. Tutto bene quel che finisce bene.
L’episodio tuttavia mi è tornato alla memoria ieri mattina, leggendo le rozze e spregiudicate minacce rivolte direttamente al Foglio dal procuratore Nicola Gratteri.
Il procuratore di Napoli si rivela sempre più una star mediatico-giudiziaria sul cui potenziale circense la campagna referendaria sta avendo un effetto sprigionante e moltiplicativo, paragonabile solo a quello prodotto sull’analogo talento di Alessandro Orsini dall’Invasione russa dell’Ucraina del 2022.
L’analogia tra l’episodio odierno e quello del 2019, tuttavia, si ferma a un comune grumo di livorosa insofferenza nei confronti della medesima testata. Ma dove là, nel 2019, si respirava l’aria del rodomontico e cialtronesco velleitarismo dei seguaci di un comico annoiato, ai quali le nostre compiacenti classi digerenti avevano offerto la propria testa sul cappio, qui oggi, e ancora una volta grazie a Gratteri, si respira invece un’aria diversa e ben più pesante.
A una manciata di giorni da un referendum che avrebbe potuto e dovuto aprire una seria riflessione sul modo di praticare la giustizia in questo paese, si avverte nelle parole di Gratteri all’indirizzo della creatura ferrariana (“dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete”) un inquietante sentore di rappresaglia.
È come se il potere giudiziario — del tutto dismessa ogni replica nel merito della riforma e lasciata alle vestali della Costituzione “più bella del mondo” anche la battaglia per la sacra intangibilità della stessa — annunciasse che non passeranno inosservati questi lunghi mesi in cui il suo operato e le sue modalità di organizzazione sono state giudicate da tutti, aspramente criticate da molti.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy
In questo senso le parole di Gratteri travalicano anche l’obiettivo rappresentato dai “foglianti” e ben possono estendersi a tutte le testate, si parva licet anche InOltre, che hanno condotto una battaglia garantista e modernizzatrice per il SÌ in maniera aperta, cristallina, faziosa quanto si conviene alla logica referendaria.
Quelle parole sono il sintomo di una patologia democratica che ci trasciniamo almeno da Mani Pulite ad oggi.
È stato, del resto, l’uomo simbolo di quella stagione, Antonio Di Pietro, con profonda onestà intellettuale, a evocare in capo a Gratteri quel medesimo “stato di grazia” che visse lui trent’anni fa. Gratteri, ha spiegato Di Pietro, “non ha vergogna di quel che dice, anche se dice il falso, perché sa che verrà creduto a prescindere”.
Ma da dove deriva questa bolla d’impunità mediatica dove il pm non è più un funzionario dello Stato che cerca prove a sostegno delle accuse mosse, ma l’angelo vendicatore investito della missione quasi divina di “raddrizzare il legno storto dell’umanità”?
Da dove arriva l’imbarbarimento giudiziario di un intero paese sistematicamente indotto a scambiare le indagini dei pm per sentenze e a trarre conclusioni sulla base delle prime?
Mentre si difende la libertà di stampa dalle minacce di Gratteri, non ci si può nascondere il contributo della stampa stessa all’edificazione di questa mitologia perversa.
Ci sono ampi settori dell’informazione che hanno realizzato per primi la separazione delle carriere tra i magistrati, assolutizzando ed esaltando il ruolo della sola magistratura requirente, e hanno annullato la propria autonomia per farsi portavoce dei teoremi accusatori delle procure in cambio della fornitura di materiale ad effetto per la narrazione di quegli stessi teoremi.
Per una giornalista, come quella del Foglio, alla quale Gratteri riserva l’allusione a una delle più devastanti tecniche di indagine (la “pesca a strascico”), c’è una Lilli Gruber che, anni fa, ospitò lo stesso Gratteri alla vigilia di uno dei maxi processi scaturiti dalle sue faraoniche retate, congedandolo con un “in bocca al lupo”.
In apparenza un convenevole, nella realtà una pedagogia giustizialista per cui, nel processo, il cittadino deve tifare per l’accusa anziché solidarizzare con il terribile compito del giudice terzo.
Abituati a queste blandizie, al corteo esultante e famelico delle tricoteuses, Gratteri & c. dimostrano di aver mal sopportato le troppe, inaudite voci dissonanti di questa campagna referendaria.
Ed ora annunciano che, dopo il conteggio delle schede nelle urne referendarie, si regoleranno altri conti.
Dopo le polemiche seguite alle infelicissime esternazioni di Giusi Bartolozzi sulla magistratura come “plotone di esecuzione”, Gratteri sembra preoccupato più che altro che il plotone non venga sciolto.
C’è di che pensare che anche la vittoria del SÌ possa non bastare a scalfire questa cultura. C’è soprattutto da temere cosa possa scaturire da una vittoria del No, interpretata come ennesima unzione popolare dell’operato giustizialista dei pm.
Pensiamoci.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Quando un potere dello Stato adotta metodi mafiosi.