
Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera! (Totò)
“Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera!”, esclama sconsolato il cavalier Torquato Pezzella (Totò) nel film di Steno I tartassati (1959). Proprietario di un lussuoso negozio di abbigliamento ed evasore impenitente, commenta così il volto truce dell’integerrimo maresciallo della polizia tributaria Topponi (Aldo Fabrizi) che gli annuncia una multa salata.
In effetti, per secoli si è dato per scontato che non solo gli occhi fossero finestre dell’anima, ma che pure bocca, denti, capelli potessero dire qualcosa sul carattere di un individuo. E quindi che la faccia potesse essere letta e decifrata come si fa con un testo o con una mappa. In fondo, anche la “kalokagathía” greca, ossia l’unione di bellezza e bontà, partiva dall’assunto che l’aspetto fisico fosse strettamente legato a quello morale.
Di contro, il saggista francese Claude de La Bellière narra nella sua Physionomie raisonnée (1664) che, quando bisognava giustiziare i colpevoli di uno stesso reato, si cominciava sempre dal più brutto, come se i suoi difetti estetici costituissero una colpa aggiuntiva. Insomma: chi era brutto era più assassino di un assassino meno brutto. Questo modo di ragionare, noto col nome di fisiognomica, accompagna l’umanità dalla notte dei tempi. Perché la faccia è la parte del corpo più soggetta ad attribuzioni di senso, come racconta Riccardo Falcinelli — chiamando in causa l’arte, la politica, la semiotica, le neuroscienze, la moda, i cosmetici — in un divertente e dotto volume, Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie (Einaudi, dicembre 2024).
L’origine della parola “volto” è incerta. Secondo alcuni filologi, l’etimo latino di “voltus” rimanda al lato visibile degli oggetti; secondo altri ha la stessa radice di “volo” e “voluptas”, richiama cioè l’immagine del volere e del desiderio. La parola “faccia” ha invece un’origine meno complicata: deriva dal verbo facio, che significa fare ma anche comporre, rappresentare, fingere. Ciò vale per i pittori fiamminghi che dipingono il volto di tre quarti, come per chi ha inventato la posa frontale utilizzata nei documenti d’identità. Per non parlare dei moderni sistemi di sorveglianza che si basano su uno studio attento dei lineamenti, a cominciare dal software di riconoscimento facciale contenuto negli smartphone.
“In facie legitur homo” è l’adagio latino che riassume la cultura fisiognomica in epoca ellenistica, dove confluiscono tradizioni diverse: esoterica, divinatoria, naturalistica e anche medica. È proprio quest’ultima che si rivela cruciale per la divulgazione dei suoi princìpi. Secondo la scuola di medicina inaugurata dal greco Ippocrate (460-377 a.C.) e sviluppata dal romano Galeno (129-200 circa), l’organismo è dominato da quattro sostanze fondamentali in equilibrio tra loro: il sangue (che ha sede nel cuore), il flegma (il muco che ha sede nella testa), la bile gialla (che ha sede nel fegato) e la bile nera (che ha sede nella milza). La rottura di questo equilibrio determina gli stati patologici della salute.
Così, a partire dall’Alto Medioevo, questa medicina degli “umori” si sovrappone alla fisiognomica, spesso senza soluzione di continuità. È infatti il gioco degli umori che definisce l’aspetto delle persone: l’eccesso di freddo le rende basse, il caldo alte, l’umido le ingrassa e il secco le prosciuga. A tale miscuglio di saperi si affianca nel Duecento l’astrologia, grazie alla riscoperta di molti testi arabi, in cui spicca il termine “firasa”, ossia la capacità di diagnosticare la personalità di chiunque fin dalla “prima impressione”.
In Medio Oriente designava un mestiere molto richiesto e ben retribuito. Il fisionomo si occupava di scegliere gli schiavi, raccomandava i consiglieri al sultano, decideva quali cammelli e cavalli acquistare; e lo faceva guardandoli in faccia. In Europa, una prima sintesi del “firasa” la incontriamo nel 1230, alla corte di Federico II: è il Lyber Physiognomiae di Michele Scoto, che cerca di dare a quella disciplina uno statuto scientifico.
Una branca della fisiognomica che si afferma nel Rinascimento è la “metoposcopia”, una tecnica che prediceva il futuro attraverso l’esame di rughe e nei. La novità ha curiose ripercussioni sul costume: poiché i nei vengono reputati indizi interiori, la nobiltà sei-settecentesca contrae l’abitudine di applicarsene dei posticci per comunicare un preciso stato d’animo, consultando appunto le tabelle metoposcopiche. Questo sofisticato gioco di corte scomparirà con la Rivoluzione francese, insieme al collo dei partecipanti.
Tuttavia, il trattato di fisiognomica più di successo tra i contemporanei — e anche tra i posteri — compare nel 1586: è il De humana physiognomonia di Giovan Battista Della Porta (1535-1615). Ma all’erudito di Vico Equense non importa tanto l’esegesi del viso, quanto la sua messa in scena. Tra i suoi numerosi interessi c’è infatti il teatro, e nelle sue commedie compaiono bizzarri attori ingegnosamente camuffati come l’uomo-pecora o l’uomo-becco, che suscitano grande ilarità tra gli spettatori.
Della Porta riprende in realtà il modello drammaturgico del teatro greco basato su opposizioni radicali: da una parte i protagonisti, giovani e leali, dal portamento slanciato e col naso dritto; dall’altra i vecchi, i parassiti, i servitori, di solito torvi, larghi, caricaturali, spesso con un naso grosso e adunco. Il naso pronunciato, del resto, era il segno distintivo degli ebrei deicidi raffigurati nelle stampe e nei quadri dell’epoca. Un antisemitismo “visivo” che resiste ancora nei nostri giorni.
Questa millenaria miscela di pregiudizi e stereotipi torna in auge in pieno Illuminismo, quando esplode la moda delle silhouette: minuscoli ritratti di profilo, ritagliati su carta scura, che si trasformano in un ricercatissimo intrattenimento mondano. Il nome deriva da quello del ministro delle Finanze di Luigi XV, Étienne de Silhouette, famoso per la sua parsimonia nelle spese del re. Diventa quindi sinonimo di qualsiasi opera minimale o eseguita in economia, e segno di tempi in cui raccontare se stessi è considerato chic: tutti vogliono la propria silhouette, e nei salotti non si parla d’altro.
Per il teologo svizzero Johann Kaspar Lavater (1741-1801), invece, non era un semplice gioco di società. Al contrario, per il pastore protestante dalla struttura della fronte si poteva dedurre addirittura la moralità di un individuo. Con i suoi scritti si procura una vasta fama sia nei ceti popolari che tra gli intellettuali di mezza Europa, con cui intrattiene una fitta corrispondenza (anche Goethe gli manifesta la propria stima). I suoi libri vengono tradotti in ogni lingua del continente e divengono dei bestseller letti nei circoli culturali più prestigiosi.
Il “lavaterismo”, infatti, forniva alla nascente borghesia industriale, intimorita dalle imponenti migrazioni contadine verso i centri urbani, una specie di manuale contro i pericoli della modernità. C’è chi utilizza la sua fisiognomica per assumere la servitù e chi per scegliere la moglie o il marito ideali. Nel giro di un cinquantennio, il lavaterismo diventa così un patrimonio di idee largamente condiviso, grazie anche all’uso che ne fa il romanzo popolare.
Eugène Sue descrive i criminali con Physiognomische Fragmente (1775-1778) sulla scrivania. Lo stesso fa Conan Doyle. Ma anche in Balzac, Stendhal, Dickens e persino in Dostoevskij, il ritratto dei personaggi è influenzato, più o meno direttamente, dai paradigmi elaborati dal teologo zurighese.
Essi sopravviveranno anche nel cinema, nei fumetti e nei cartoni animati della prima metà del Novecento. Basti pensare alla strega disneyana di Biancaneve e i sette nani (1937) o a quella del film di Victor Fleming Il mago di Oz (1939). Più tardi, saranno proprio i cartoonist di Walt Disney a osare scelte più sofisticate. Nel film Cenerentola (1950), creano un contrappunto di nasi differenti, uno per ciascun personaggio. Sotto tale profilo, nei loro disegni si avverte qualche eco del romanzo ottocentesco. I “cattivi” appartengono a una precisa classe sociale: l’aristocrazia minore decaduta, le cui facce crudeli sono lo specchio del suo declino.
Certo, si tratta di fiabe. Ma siamo sicuri che ancora oggi molti non si lascino influenzare da luoghi comuni che resistono all’usura del tempo?
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