

Partirò da due scritti che possono aiutare a fornire una chiave interpretativa del sottotesto di un presente a tratti disorientante: Sapiens e Nexus di Yuval Harari. Nel primo, un concetto chiave: le storie come collante collettivo, capaci di far cooperare masse di persone che non si conoscono. Nel secondo, la mappa del potere tecnologico che oggi non si limita a diffondere quelle storie, ma le fa circolare a una velocità e a una scala tali da sovrascrivere la realtà materiale.
Per chi è nato prima dell’era digitale il presente è difficile da decifrare. I valori che tenevano insieme vita privata e pubblica – continuità, affidabilità, responsabilità – dipendevano da narrazioni lente: istituzioni, professioni, legami. Oggi il baricentro è passato alla metrica dell’attenzione. Il “vero” è ciò che ingaggia; il “giusto” è ciò che scala.
La visione della realtà si è spostata dall’interpretabile al visibile-in-rete. L’esperienza non fa più prova: conta solo la rappresentazione.
Ma ciò che disorienta chi è cresciuto in una cultura fortemente secolare e illuminista, è la dissoluzione del principio stesso di realtà. Il pensiero logico e la verifica arretrano davanti alla forza narrativa del flusso digitale.
Popper sosteneva che la conoscenza cresce per congetture e confutazioni. Oggi cresce per aggiornamenti e like. Il suo metodo si fondava sulla possibilità di essere smentiti; il nostro tempo, invece, sul bisogno di essere confermati.
Ed è qui che avviene la maggiore frattura tra la nostra visione del mondo e la realtà attuale: l’inversione di tendenza dal secolarismo al misticismo.
Dopo secoli in cui la modernità aveva cercato di emanciparsi dal sacro attraverso la ragione, la scienza e il pensiero critico, oggi assistiamo a un ritorno diffuso della dimensione mistica. Il bisogno di assoluto, che la modernità aveva sostituito con il bisogno di spiegazione, è tornato a imporsi sotto nuove forme.
È misticismo la fede cieca nella tecnologia, nella sua capacità di risolvere, predire, guarire, ottimizzare. L’idea che l’algoritmo “sappia” più di noi, che i dati abbiano un’intelligenza intrinseca, che il progresso tecnico equivalga automaticamente a progresso (o regresso) morale. Al bene o al male.
Ma è misticismo anche il ritorno delle religioni nella sfera politica e culturale, l’ultra-cristianesimo che si traveste da identità nazionale, l’islamismo radicale che si propone come unica risposta alla dissoluzione dei significati. Entrambi promettono la stessa cosa: un ritorno all’ordine e ad una verità definitiva.
E accanto a questi fondamentalismi religiosi, si è affermato un nuovo fondamentalismo laico: quello morale e linguistico. Il dogmatismo dell’ortodossia ultracristiana della destra e il dogmatismo moralista del wokismo di sinistra si specchiano l’uno nell’altro. Cambiano i simboli, ma non la struttura. Entrambi impongono un vocabolario di purezza, un codice di condotta, un tribunale morale permanente. Le parole diventano peccati, i pronomi comandamenti.
Nel nome della giustizia o della verità, si ritorna a una logica binaria: giusto o sbagliato, puro o impuro, credente o eretico. La complessità viene espulsa. Il dubbio, che per secoli è stato il motore della conoscenza e della libertà, diventa sospetto. Chi non aderisce pienamente alla dottrina – che sia quella religiosa, ideologica o digitale – è marchiato: complice, immorale, persino “genocida”.
La società della connessione totale, che avrebbe dovuto moltiplicare i punti di vista, ha finito per ricreare le stesse dinamiche della setta. Ogni gruppo difende il proprio dogma, la propria ortodossia, il proprio linguaggio sacro. La rete, che avrebbe potuto unire, oggi consacra nuove forme di separazione: non più basate su territori, ma su visioni del mondo.
Così, il presente si rivela più mistico che razionale. L’iper-modernità ha riaperto le porte del sacro, ma in forma mutante: non più l’invocazione del divino, ma la ricerca ossessiva del senso assoluto, dell’adesione totale, del giudizio finale. È il ritorno della fede come bisogno di certezza, travestito da moralità o da progresso.
In Sapiens, Harari mostra come, tra tutte le forme di narrazione collettiva, la religione e il mistico siano i coagulanti più potenti. Nessun altro sistema simbolico è stato capace di unire milioni di individui intorno a un mito comune. Le religioni hanno funzionato come infrastrutture di senso, permettendo ai Sapiens di cooperare su larga scala grazie alla condivisione di un immaginario trascendente.
Harari spiega che ciò che distingue l’uomo dagli altri animali non è l’intelligenza o la manualità, ma la capacità di creare finzioni collettive considerate più reali della realtà stessa: gli dèi, le nazioni, il denaro, la giustizia. Il sacro è, in questo senso, un dispositivo politico: serve a rendere stabile ciò che di per sé non lo è. La credenza comune costruisce il mondo e lo mantiene in equilibrio. È questa la forza originaria del mistico – un potere narrativo che precede e trascende la ragione.
Ma è proprio in Nexus che Harari mostra il lato oscuro di questa dinamica: come il racconto, una volta potenziato dalla tecnologia, possa trasformarsi in epidemia mentale. L’episodio della caccia alle streghe ne è il simbolo più evidente. L’invenzione della stampa, strumento di conoscenza e diffusione del sapere, divenne il mezzo attraverso cui un’idea falsa, assurda e marginale – quella dell’esistenza di un complotto satanico femminile – si propagò in tutta Europa, assumendo la forza di una verità assoluta.
Un delirio privato, nato dalle pulsioni e dalle ossessioni di un uomo profondamente misogino e disturbato, si amplificò grazie al mezzo tecnico, superando la soglia del locale e diventando fenomeno globale. Il risultato fu una psicosi collettiva che costò milioni di vite. Non fu un errore di interpretazione, ma un salto di scala: la tecnologia trasformò una superstizione in realtà operativa.
Harari usa quell’episodio per mostrare quanto fragile sia il confine tra conoscenza e credenza, tra mezzo e messaggio, tra verità e narrazione. La stampa – come oggi la rete – non distingue tra ciò che illumina e ciò che infiamma: amplifica tutto, e in quella amplificazione trasforma il falso in destino.
Ciò che allora fu la stregoneria, oggi è qualsiasi narrazione virale che, radicandosi nel timore, nella rabbia o nel desiderio di purezza, diventa più potente della verifica. Si passa dai complottismi di QAnon – la cabala segreta dei pedofili che controllerebbero il mondo – alla negazione della scienza e al rifiuto dei vaccini; dall’isteria apocalittica sul cambiamento climatico all’invenzione di genocidi mediatici, costruiti e diffusi in tempo reale a colpi di AI.
Il meccanismo è identico: una storia marginale si espande, diventa identità, poi dottrina, poi persecuzione.
Un caso emblematico: Peter Thiel, il tecnocrate per eccellenza, ha recentemente tenuto una serie di conferenze private sotto l’egida di un’organizzazione cristiana — le sue “lezioni sull’Anticristo” — nelle quali ha descritto come nemici moderni figure quali Greta Thunberg e leader ambientalisti, accusandoli di essere incarnazioni dell’Anticristo. Secondo i resoconti trapelati, Thiel ha affermato che regolamentare l’intelligenza artificiale o opporsi al progresso tecnologico potrebbe essere la via con cui l’Anticristo stesso consoliderebbe il potere globale — presentando la sua visione come una battaglia spirituale contro forze oscure mascherate da movimenti “salvifici”.
Questo episodio è paradigmatico: un’idea teologica, in apparenza marginale, è trasformata in un dispositivo narrativo potente e attivo, capace di legittimare divisioni e allontanamenti. Qui la tecnologia, l’ideologia e la fede si intrecciano: non si tratta solo di una lezione sulle Scritture, ma di un uso del sacro per ri-legittimare visioni politiche e morali radicali. Thiel non parla da predicatore terreno, ma da interprete dell’Apocalisse, investendo il discorso tecnologico di simboli escatologici.
Ma il paradosso è che, seppure su fronti opposti, Thiel e Thunberg parlano in fondo lo stesso linguaggio. Entrambi attingono alla stessa matrice mistica e moralista, solo declinata in campi diversi: uno nel linguaggio apocalittico della salvezza attraverso la tecnologia, l’altra in quello della redenzione attraverso la natura.
Thiel predica la trascendenza tramite l’algoritmo: il superamento dei limiti umani grazie all’intelligenza artificiale, alla selezione, all’ordine. Thunberg, al contrario, propone una trascendenza attraverso la purificazione morale: il ritorno a una purezza originaria violata dall’uomo, da espiare con rinuncia e penitenza. Entrambi, in modo speculare, si muovono sullo stesso asse teologico: colpa e salvezza, peccato e redenzione, profezia e giudizio.
È lo stesso schema della religione antica, ma privo di dio. Un misticismo senza trascendenza, dove la fede non è più rivolta al divino, ma a un principio superiore di purezza: la macchina o la Terra. In entrambi i casi, l’uomo è ridotto a intermediario di un destino che lo trascende.
Non siamo solo in una nuova realtà post-illuminista ma una addirittura post-umanista.
Thiel parla di un’umanità che deve elevarsi alla condizione postumana, in cui la ragione ultima del mondo coincide con il codice; Thunberg parla di un’umanità che deve tornare a inginocchiarsi di fronte alla natura, colpevole di aver violato il suo equilibrio sacro.
Ciò che cambia è l’oggetto del culto, non la struttura della fede. Da un lato, la redenzione attraverso la potenza; dall’altro, la redenzione attraverso la penitenza. Ma il meccanismo è identico: l’interpretazione morale totale, che annulla il dubbio, l’ambiguità, il compromesso.
Entrambi i linguaggi, seppur opposti, si fondano sull’idea di una verità ultima che divide i puri dagli impuri, i salvati dai perduti. È lo stesso impulso che Harari individua come cuore della natura narrativa dei Sapiens: la necessità di credere a una storia più grande, capace di ordinare il caos e giustificare l’azione.
Il problema è che la competizione tra misticismi opposti genera una forma nuova di guerra simbolica, in cui la morale sostituisce la politica e la fede prende il posto del confronto. Così, tanto la visione tecnocratica di Thiel quanto quella ambientalista di Thunberg si ritrovano intrappolate nello stesso paradigma: la convinzione che ci sia un solo modo giusto di salvare il mondo.
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Affidarsi alla fede cieca, a polarizzarsi su certe posizioni che divengono indiscutibili e assolute, penso che sia anche un modo per non risolvere davvero i problemi e per non avere responsabilità dirette su ciò che ci circonda. Un tentativo rassicurante di evadere la realtà, di illudersi che nulla possa essere cambiato e messo in discussione.
Tutto il contrario di cosa la ragione e la scienza rappresentano.
Identico, aggiungo, anche il fenomeno delle visioni: i fedeli vedono la Madonna, Greta vede la CO2 nell’aria.
Interessante la cosa della stampa: non ci avevo mai pensato. Generalmente si tende, anche da persone di buona cultura, a classificare la caccia alle streghe come roba da medioevo, quando in realtà è figlia del rinascimento (così come l’Inquisizione, del resto), e in effetti per potersi diffondere, l’isteria sulle streghe aveva bisogno appunto di un efficace strumento di diffusione.
La questione della CO2 e dei gas serra è un argomento serio e ci sono già gli esperti che studiano e confermano il problema.
Non serviva una ragazzina allora e adulta oggi da sfruttare mediaticamente per estremizzare e polarizzare un tema delicato, con l’effetto di rendere ancor meno credibile a coloro che già erano scettici il lavoro della ricerca e della scienza.
Nel senso che le molecole di CO2 si vedono a occhio nudo? E che le può riconoscere anche un’analfabeta totale come quella di cui stiamo parlando?
Nel senso che hanno sfruttato l’immagine di una ragazzina come la Thunberg per diffondere una problematica seria e riconosciuta dalla comunità scientifica, ma non serviva e per certi versi è stato pure deleterio alla causa e lo è ancora, dato che il personaggio costruito oggi assume posizioni ideologiche ed estremiste rendendosi ancora meno credibile di prima.
Portando poi come soluzioni azioni ambientaliste troppo estreme, come se si potesse fermare l’emissione di gas serra da produzione ed economia facilmente in un colpo solo. Oltre che accusando principalmente i soli Paesi occidentali, senza contare il contributo sostanziale di Paesi in via di sviluppo e ormai direi avanzati come Cina, India e altri.
Bellissimo pezzo. Non ci si rallegra ma ci si sente meno soli. Grazie
Grazie
Splendido articolo, Alessandra.
E saggia, non solo strumentale, la scelta di poggiarlo sulla verosimile descrizione di Harari dei miti e del loro potere su azioni e comportamenti di noi Umani.
Spero in una prossima analisi sui manipolatori di queste pulsioni, sugli stregoni, sui sacerdoti, sulle propagande putiniane, sulle corruzioni che arruolano potenti (e interessati) diffusori: dalla Ditta, a Trump; da Orbàn a Fratoianni o Salvini e a tutti coloro che – per denaro e potere – amplificano e rafforzano il dilagante fanatismo.
Grazie