

Il Daily Telegraph ha appena cambiato proprietà. Ma chi è davvero Mathias Döpfner, il nuovo padrone del giornale simbolo della destra britannica? E cosa c’entrano Peter Thiel, Palantir e Rumble con l’acquisto di una delle testate più influenti d’Europa? Un’inchiesta su come la destra tech stia ridisegnando la stampa occidentale.
Fondato nel 1855, il Daily Telegraph ha incarnato per oltre un secolo e mezzo la voce della destra britannica moderata. Un giornalismo di destra ancorato a una tradizione di serietà istituzionale, lontano dagli eccessi del populismo e dalla demagogia dei tabloid. Negli ultimi mesi, tuttavia, complice l’incertezza sulla proprietà che ha lasciato la redazione in una sorta di limbo editoriale, quella bussola si è visibilmente spostata. Osservatori e lettori hanno registrato una deriva verso posizioni sempre più allineate con l’estrema destra di Nigel Farage e del suo partito Reform UK: toni più aggressivi, coperture sistematicamente ostili proprio al Partito Conservatore, una simpatia sempre meno velata per le posizioni populiste che un tempo il Telegraph avrebbe ostracizzato. Al punto che il giornale che fu la bibbia dei Tory moderati, nelle ultime settimane si è guadagnato la reputazione scomoda di megafono editoriale di Reform UK.
Non ha sorpreso più di tanto, allora, l’annuncio del passaggio del Telegraph nelle mani del colosso editoriale tedesco Axel Springer, già proprietario delle riviste Politico e Business Insider, guidato dal suo potente e carismatico CEO, Mathias Döpfner – una vendita conclusa per una cifra che si aggira intorno a 575 milioni di sterline. Anzi, c’è chi si è chiesto se la redazione non avesse saputo delle trattative in corso e delle simpatie politiche del futuro proprietario, e se quella deriva verso posizioni sempre più estreme non fosse anche, in parte, un modo per presentarsi al nuovo padrone di casa con le credenziali giuste o, forse, per farsi perdonare.
Nel dicembre 2024, infatti, il Telegraph aveva attaccato Döpfner, sostenendo che avesse spinto Elon Musk a twittare a favore di Alternative für Deutschland, il partito dell’estrema destra xenofoba tedesco, come parte di una strategia per far pubblicare al giornale Die Welt un articolo di Musk a sostegno dell’AfD, il che avvenne puntualmente. Musk definì il partito “l’ultima scintilla di speranza per il paese”. La reazione interna fu immediata: la responsabile della sezione opinioni, Eva Marie Kogel, si dimise; più di quaranta redattori condannarono il pezzo come “pubblicità elettorale camuffata da articolo ospite”.
Döpfner sostenenne che quei messaggi erano stati decontestualizzati e non riflettevano il suo pensiero, ma i fatti raccontavano un’altra storia. Non faceva mistero, infatti, della sua ammirazione per JD Vance, di cui, in quegli stessi giorni, elogiava il discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco – lo stesso discorso che aveva lasciato i leader europei ammutoliti per la sua sfrontatezza antiatlantista.
Ed è proprio su JD Vance che vale la pena soffermarsi. Come descritto da Forbes, la sua carriera politica non è sbocciata per caso: è stata costruita, finanziata e orchestrata passo dopo passo da Peter Thiel, il tecnocrate visionario che della democrazia liberale è dichiarato nemico. Vance aveva mosso i primi passi nel fondo di Thiel, Mithril Capital, per poi ricevere dal multimiliardario il capitale con cui avviare il proprio fondo, Narya. Ma Thiel non si era fermato agli affari: quando era arrivato il momento di fare il salto in politica, aveva preso un aereo per Mar-a-Lago per assicurarsi che il primo incontro tra Vance e Trump filasse liscio. Un kingmaker nell’ombra, con un metodo collaudato.
La passione di Döpfner per Vance, si scopre così, non è solo un’affinità ideologica: ha radici concrete e finanziarie e porta il nome di Peter Thiel. Il CEO di Axel Springer ha infatti stretto legami straordinari con il miliardario tecnologico: suo figlio Moritz Döpfner ha ricoperto il ruolo di capo di gabinetto presso Thiel Capital, il family office del miliardario, e ora — secondo i media tedeschi — ha avviato un proprio fondo di venture capital con un investimento di 50 milioni di dollari da parte di Thiel stesso. Una generosità che, nel mondo di Thiel, non è mai disinteressata.
In un articolo del 22 febbraio intitolato “Come Moritz Döpfner sta costruendo il suo fondo con l’aiuto di Peter Thiel”, il prestigioso Manager Magazin tedesco ricostruiva la vicenda. La rivista spiegava che Thiel ha un metodo consolidato: chi si dimostra all’altezza nella sua orbita può contare sul suo sostegno anche in seguito, sotto forma di capitale per avviare fondi propri — come già avvenuto con Valar Ventures, attivo in Europa con investimenti in N26, Taxfix e Bitpanda. Un fondo che però cela un dettaglio: secondo un’inchiesta del New York Times del giugno 2025, Jeffrey Epstein investì 40 milioni di dollari in due fondi gestiti da Valar tra il 2015 e il 2016, una cifra che, secondo una valutazione riservata dell’eredità del finanziere, sarebbe poi cresciuta fino a circa 170 milioni di dollari. L’investimento, inizialmente non divulgato, fu confermato da un portavoce di Valar.
Moritz Döpfner, uno dei quattro figli del CEO di Axel Springer, avrebbe seguito lo stesso schema di JD Vance: dopo anni trascorsi come capo di gabinetto di Thiel Capital, starebbe ora lanciando il proprio fondo di venture capital, Doepfner Capital Fund I, con l’obiettivo di raccogliere 75 milioni di dollari — di cui 50 provenienti da Thiel stesso, che ne sarebbe l’anchor investor. Nella comunità degli investitori, riferiva la rivista, Moritz è già soprannominato il “JD Vance tedesco”: un parallelo che richiama la traiettoria con cui Thiel aveva costruito la carriera di Vance tappa dopo tappa, e che ora estende la sua rete fin dentro le redazioni di alcuni dei giornali più influenti d’Europa.
Non è un dettaglio trascurabile: anche Alexander Karp, CEO di Palantir – la società di analisi dei dati fondata da Thiel e diventata strumento prediletto di governi e apparati di sicurezza di mezzo mondo – ha fatto parte, per diversi anni, del consiglio di sorveglianza di Axel Springer. Un reticolo di relazioni che, a guardarlo nel suo insieme, ha smesso da tempo di sembrare casuale.
A completare il quadro, nel 2019 Döpfner aveva dedicato un’intera puntata del suo podcast a un’intervista a Karp, in cui si discuteva di intelligenza artificiale, privacy dei dati e del ruolo di Palantir, con una sintonia che andava oltre la cordialità istituzionale. I due scoprivano persino affinità culturali: Karp aveva studiato filosofia sotto Jürgen Habermas a Francoforte, e quella formazione alla rigorosità del pensiero tedesco diventava terreno di intesa. Non solo parole: la piattaforma Foundry di Palantir è stata adottata da Axel Springer per alimentare il giornalismo data-driven nelle sue testate, ottimizzando in tempo reale l’adattamento ai lettori. Ideologia e infrastruttura, dunque, si fondono in un unico sistema.
Il modello non è nuovo. Thiel lo aveva già collaudato negli Stati Uniti. Nel 2016 aveva acquistato il Las Vegas Review-Journal — principale quotidiano del Nevada — per 140 milioni di dollari, inizialmente tramite un’entità anonima, con accuse di pressioni sui giornalisti per bloccare inchieste scomode e orientare la copertura elettorale. Parallelamente, aveva sostenuto la trasformazione di Breitbart News in megafono trumpiano, con il co-fondatore Steve Bannon come terminale operativo, e alimentato indirettamente – tramite PAC e reti di donatori – testate come il Washington Times e il New York Post, amplificando sistematicamente le narrazioni anti-establishment.
Ma il disegno non si ferma alla carta stampata. Nel 2021 Thiel aveva investito 20 milioni di dollari in Rumble (la piattaforma che ospita anche Truth Social di Trump) tramite il suo Founders Fund, trasformando la piattaforma video nell’alternativa conservatrice a YouTube: uno spazio senza demonetizzazione ideologica, dove i creator pro-Trump, le voci del Brexit e i simpatizzanti dell’AfD trovano udienza senza filtri. Con oltre 50 milioni di utenti nel 2026, Rumble è diventato il braccio digitale virale dell’intero ecosistema: quando Die Welt pubblicò l’articolo di Musk sull’AfD, fu Rumble a moltiplicarne la portata con milioni di visualizzazioni.
Lo schema è sempre lo stesso: individuare una testata di destra moderata in crisi di identità o di proprietà, accompagnarne la deriva verso posizioni sempre più populiste, quindi consolidare il controllo proprietario quando il terreno è già stato preparato. Testate tradizionali come il Telegraph e Die Welt forniscono la legittimazione istituzionale; Rumble garantisce la viralità e la diffusione capillare; Palantir Foundry fornisce l’infrastruttura invisibile che trasforma i dati dei lettori in orientamento editoriale, ottimizzando i contenuti in tempo reale. Non singole acquisizioni, dunque, ma un ecosistema integrato e chiuso, in cui ogni componente alimenta le altre. Negli Stati Uniti il laboratorio era il Nevada repubblicano; in Europa i bersagli sono il Regno Unito post-Brexit e una Germania in cui Die Welt ha già pubblicato un endorsement all’AfD firmato dall’uomo più ricco del mondo. La direzione è la stessa. Cambia solo la lingua.
Chi controlla i media controlla la narrazione. E chi controlla la narrazione, in un’epoca in cui l’informazione è potere tanto quanto il denaro o le armi, controlla, in ultima istanza, la politica. Si dirà: non è una novità. Da sempre miliardari e grandi gruppi industriali hanno cercato di mettere le mani sulla stampa per condizionare l’opinione pubblica. È vero. Ma quello che sta accadendo oggi è qualitativamente diverso, e la differenza non è di grado: è di natura. I proprietari di un tempo volevano influenzare la narrazione; quelli di oggi vogliono sostituirla. Murdoch comprava giornali per indirizzare la politica; Thiel compra giornali per smontare la democrazia liberale, e lo dice apertamente. In più, dispone di strumenti che nessun magnate della stampa ha mai avuto: algoritmi che profilano i lettori, piattaforme che amplificano senza moderazione, infrastrutture dati che trasformano ogni click in orientamento editoriale.
Il passaggio del Telegraph ad Axel Springer non è dunque un semplice cambio di proprietà: è un tassello di un disegno più vasto, in cui un gruppo ristretto di miliardari tecnologici sta sistematicamente acquisendo leve di controllo sull’informazione occidentale con un’agenda dichiaratamente eversiva. La rete è fitta e intenzionale: Thiel plasma carriere e colloca uomini di fiducia nei punti nevralgici del potere, da Washington alle redazioni europee. Il Telegraph, con la sua storia, la sua autorevolezza e la sua capacità di influenzare l’agenda politica britannica, è il più recente e forse il più simbolico di questi acquisti. La domanda che rimane aperta – e che i giornalisti del Telegraph farebbero bene a porsi – non è se Döpfner interferirà sulla linea editoriale, ma quando e con quali strumenti. Perché nell’universo di Thiel, nulla viene finanziato senza uno scopo.
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Thiel ha dichiarato di non credere più nella democrazia e di volere creare una società technocratica dominata da corporazioni piuttosto che Stati. Sia lui che Alex Karp hanno dichiarato che Palantir è stata espressamente creata per raggiungere quell’obiettivo.