

Prima parte
Sono stato innumerevoli volte in Israele ma… ogni volta qui è una prima volta. Effettivamente mancavo da tre anni.
L’aeroporto Ben Gurion è progettato in modo che chi arriva debba compiere una lunga discesa per accedere alle uscite verso l’esterno. A questa discesa corrisponde sempre, immancabilmente, la stessa sensazione: il calare degli scudi con cui si vive sempre. Come se questo “scendere” attirasse a terra, per una differente forza di gravità emotiva, i muri inconsci ed istintivi che erigiamo per sopportare la nostra sensazione di fragilità e vulnerabilità al di fuori di qui.
Un’allerta perenne che fortunatamente convive con una forte capacità di adattamento e resilienza, che ha fatto andare avanti gli ebrei nella diaspora attraverso duemila anni di avversità.
Qui, dove realisticamente forse si rischia di più la propria incolumità, ci abbandoniamo immediatamente a questa irrazionale ma serena e apparentemente incomprensibile fiducia. È l’abbandono del “chi sono io qui?” per l’“io sono”. La necessità di protezione si trasforma magicamente in appartenenza: sono tra i miei, posso stare tranquillo.
In poco siamo a Tel Aviv. Il “balagan”, il vortice della caotica vita di questa città vibrante, ci avvolge in un attimo. I grattacieli sono decuplicati e mille nuovi cantieri ci fanno capire che la rotta è tracciata.
Il progresso di questa economia non è solo palpabile, è visibile: dietro queste innumerevoli finestre brillano luci di ferventi attività, tante altre sono in incubazione e lo si percepisce.
Qui il destino della nazione è in mano ai giovani. Lo è sempre stato.
Hineni! (Eccomi): questo è il dogma che ogni generazione di questi ragazzi si tramanda. Come Abramo risponde “Hineni” quando Dio lo chiama prima di chiedergli il sacrificio di Isacco (Genesi 22,1), come Mosè dice “Hineni” davanti al roveto ardente (Esodo 3) e il giovane Samuele risponde “Hineni” quando sente la voce divina nella notte.
Hineni è la risposta di chi si mette completamente a disposizione, senza sapere ancora cosa gli verrà chiesto: non è solo un “presente” formale, ma un atto di abbandono fiducioso e senza condizioni o riserve.
Loro si devono far trovare pronti non appena escono dal liceo, mettendo a disposizione le loro vite entrando in un esercito che probabilmente li invierà al fronte, perché qui le guerre si susseguono. Questo non si esaurirà col servizio di leva, perché sino ai 40 anni dovranno rispondere alla chiamata nella riserva, un mese all’anno, affinché la loro esperienza venga trasmessa alle nuove leve. E sono pochissimi a sottrarsi a questo destino.
A questo dogma se ne aggiunge un altro. “Siate affamati, siate folli” (Stay hungry, stay foolish) è la celebre esortazione finale del discorso di Steve Jobs all’Università di Stanford: è questa la nuova stella polare di questa gioventù forgiata nell’esercito e nelle università, tra le più all’avanguardia.
Sono ragazzi determinati a rivoluzionare qualunque schema e riferimento precedente con le proprie idee di innovazione e di rottura. E riescono, con grinta e determinazione, appoggiati da uno Stato che crede in loro. La “Start up nation” non ha perso la sua eccezionale spinta, neanche dopo questi due anni terribili.
Allora capisci perché questo popolo vive con la mano sul clacson: allo scattare del verde non passa un attimo che suonano tutti. Qui non c’è tempo da perdere.
Le giornate sono tumultuose e le strade animate da umanità diverse che incredibilmente paiono alternarsi. La mattina vedi in giro gli “attempati” come noi ma, appena dopo pranzo, l’uscita dalle scuole riversa un fiume di bambini nelle strade e la città diventa loro.
Al tramonto tutto cambia: sono i giovani che improvvisamente riempiono le migliaia di locali che sorgono ovunque e gli “adulti” sembrano essere spariti. Quanta vita qui, che è lo state of the art del mondo per tecnologia, con un prezzo delle case tra i più alti del mondo e un costo della vita proibitivo. Ma con un’incredibile joie de vivre.
Passiamo per la “Piazza degli Ostaggi”. Non è stata smantellata… non lo sarà finché i resti di Ran Gvili, l’ultimo nelle mani della Jihad, non verranno restituiti.
È il luogo dove per due anni si è riunito tutto Israele: qui si è vegliato e manifestato. C’è ancora il palco, vuoto. Sopra si sono susseguiti i familiari per raccontare le loro angosce e la loro disperazione, le personalità più conosciute del Paese per unirsi al grido di dolore di una nazione, i rapiti liberati per raccontare la loro tragedia, che ha sfregiato la loro anima per sempre.
Ci sono ancora i nastri gialli ovunque, fiori e ceri. I muri sono tappezzati di foto dei caduti, tutti ragazzi giovanissimi.
Si percepisce: qui “Hineni” è divenuto “Hinenu”: SIAMO QUI! La nazione si è riunita, tutti gli israeliani si sono stretti per gridare il proprio dolore collettivo, perché la sofferenza è di tutti, dilaniante e angosciante.
La ferita è ancora aperta: rimane Rani, come lo chiamavano in famiglia, morto a 24 anni combattendo il 7 ottobre. Solo lui, solo le sue spoglie sono rimaste indietro. Devono rientrare per trovare degna sepoltura, prima che la gente possa iniziare a elaborare il peggior capitolo dello Stato di Israele e del suo popolo.
In alto campeggiano tre cartelloni: PEACE UPON ISRAEL. Non si vuole altro.
Arriva il venerdì e decidiamo di andare a Gerusalemme, perché non si può visitare Israele senza andare al Muro del Pianto. Ora c’è un treno velocissimo: quando venivo le prime volte si faceva la “Via del Coraggio”, la strada che nel ’48 collegava la Città d’Oro a Tel Aviv, sotto il tiro dei cecchini arabi.
Sono solo 70 chilometri, ma incredibilmente segnano uno spartiacque tra il mondo occidentale e l’Oriente. Tra la scienza e il misticismo. L’atmosfera è totalmente differente.
È la vigilia dello shabbat e intorno al Mahanè Yehudà, il grande mercato principale della città, ferve l’animazione per la preparazione alla festa settimanale che ha da sempre differenziato l’ebraismo da tutte le altre religioni e culture del mondo.
Fiumane di persone, ebrei ortodossi e laici, cristiani e musulmani, tutti si assiepano intorno ai banchi alimentari prima che l’arrivo della sera segni lo stop assoluto di 24 ore. Noi giriamo per gli affollatissimi passaggi lasciandoci trasportare da queste maree.
La sensazione è che Gerusalemme stia declinando modi nuovi per vivere la religiosità: tra le maglie strette delle regole di ortodossia si sta insinuando la modernità del terzo millennio.
Corriamo al Kotel, il Muro, perché si sta facendo tardi. Passiamo dalla Porta di Giaffa attraversando il mercato arabo. Siamo tra i rari turisti, quando qui un tempo era difficile riuscire a camminare.

Le botteghe del suk sono vuote, i visi sono lunghi. Israele è isolata. La visita è breve perché ci accorgiamo che abbiamo fatto tardi: il sole sta tramontando.
In realtà è già tardissimo. Non ricordavamo che a quest’ora finiscono tutti i collegamenti pubblici. Quindi niente treni, bus o shiruth (auto collettive) per tornare a Tel Aviv.
Fermiamo un tassista. È arabo, come la maggioranza qui a Gerusalemme. È la nostra unica possibilità di tornare in albergo e ci accordiamo per un prezzo congruo.
Ho quest’abitudine: ai tassisti faccio una specie di terzo grado. Aiuta a capire. Rompiamo il ghiaccio. Gli dico: “Lo sai che questa mattina al mercato ho visto il ministro Ben Gvir? Era contornato da una ventina di poliziotti in uniforme”.
Mi risponde: “Ben Gvir ben zonà (figlio di m…)”. Me lo aspettavo. Ardisco: “E di Bibi che ne pensi?”. “Bibi è ok… io l’ho votato”.
Cosa???
Sì, il tassista arabo di Gerusalemme ha il passaporto israeliano e se la passa bene. Mi fa vedere le foto dei figli, studiano. È interessato all’avvenire ed evidentemente apprezza ciò che ha costruito.
Certamente questi due anni hanno segnato anche le sue convinzioni. Ha votato Netanyahu e non ha cambiato idea.
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Tutto vero, anche per chi ebreo non è. Due volte ci sono stata anche in tempo di guerra, l’ultima nel settembre ’24, e una volta vicinissima a un sanguinoso attentato – è stato abbastanza impressionante vedere alla televisione il buco della pallottola sulla fiancata dell’autobus esattamente all’altezza del posto in cui il giorno prima, sulla stessa strada, ero stata seduta io – eppure quel senso di sicurezza, di calore, di “sono a casa” non è mai venuto meno.
Ho provato la sensazione di sentirmi in un posto sicuro ognuna delle tre volte che sono andata in Israele e mi resta una domanda: perché? Perché ho provato (e sono sicura proverei ancora) quella sensazione, hineni, anche se io non ho le stesse radici, non sono ebrea. Perché allora? So che è una domanda senza risposta, ma provo un po’ di invidia per chi, come te, può pronunciare hineni. Grazie di avermi per un attimo riportato là.