


Roma rassicura Teheran, riapre l’ambasciata e chiede il passaggio delle cargo italiane. Ma mentre l’Europa torna alla diplomazia degli interessi, Israele resta davanti al regime che da decenni ne auspica la distruzione. È la solita prudenza occidentale: dialogo per sé, solitudine per chi paga il prezzo della minaccia iraniana.
La telefonata di ieri tra Antonio Tajani e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi racconta la consueta ipocrisia furbastra della diplomazia italiana, ma anche la desolata solitudine di Israele.
Il ministro degli Esteri italiano ha tenuto a chiarire che l’Italia non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare contro l’Iran e non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra, nel rispetto dei trattati con gli Stati Uniti.
Tajani ha chiesto anche la piena riapertura dello Stretto di Hormuz, così da favorire il passaggio delle navi cargo italiane ancora bloccate, e ha indicato nella riapertura dell’ambasciata italiana a Teheran un segnale di dialogo in vista della ripresa dei rapporti economici e culturali.
Per gli europei, insomma, la minaccia iraniana diventa grave quando blocca le merci e agita i mercati. Quando Teheran armava i suoi proxy, coltivava la propria ambizione nucleare e trasformava la cancellazione dello Stato ebraico in una crociata, gli europei erano distratti.
Era accaduto anche con il petrolio e il gas russi: i principi valgono moltissimo, purché non interferiscano troppo con gli approvvigionamenti. Finché la minaccia riguarda la sicurezza degli altri, si può sempre distinguere, mediare, rinviare, spiegare. Quando invece tocca navi, bollette e mercati, l’allarme diventa improvvisamente serio.
Per cui, mentre Israele affronta il regime che da decenni ne auspica la distruzione, l’Europa torna rapidamente alla lingua che conosce meglio: distinguersi, rassicurare, riaprire canali, proteggere i propri traffici, trattare.
Il problema non è che l’Italia parli con Teheran. Il problema è il tono. L’Iran viene trattato come un interlocutore difficile, ingombrante, pericoloso, ma pur sempre ordinario. Un attore regionale con cui negoziare dossier, merci, ambasciate e rotte commerciali.
Eppure la Repubblica islamica non è uno Stato qualsiasi. È un regime che ha costruito una parte rilevante della propria identità rivoluzionaria sull’odio mortale verso Israele, sulla delegittimazione dello Stato ebraico, sul sostegno a reti armate ostili a Israele e su una retorica politica in cui la scomparsa dell’“entità sionista” non è un incidente verbale, ma un elemento costitutivo del regime degli ayatollah.
Qui si misura la solitudine israeliana. Israele viene blandamente compatito quando subisce, mal tollerato quando reagisce poco, criticato quando reagisce troppo, criminalizzato quando la propria difesa diventa efficace. L’Europa riconosce la minaccia iraniana, ma continua a comportarsi come se quella minaccia riguardasse soprattutto la stabilità dei mercati, la navigazione commerciale e il prezzo dell’energia.
Non è cinismo dichiarato. È qualcosa di più sottile e forse più grave: una forma di adattamento morale alla realtà. L’Iran minaccia Israele? Sì. Finanzia e sostiene attori ostili allo Stato ebraico? Sì. Coltiva da anni una postura di sfida all’ordine occidentale? Sì.
Questa è la podagrosa grammatica europea: non nega il pericolo, ma lo sterilizza. Lo trasforma in dossier, lo archivia dentro categorie gestibili.
Escalation, de-escalation, corridoi marittimi, rapporti economici, canali culturali. La minaccia esiste, ma viene processata. Resa amministrabile.
Israele, invece, non può permettersi questo lusso. Per Israele l’Iran non è una questione di equilibrio diplomatico, ma una minaccia strategica esistenziale, perché l’insieme di ideologia, missili, milizie, nucleare e proiezione regionale compone un quadro che nessuno Stato normale potrebbe accettare passivamente.
L’Europa lo sa. Ma, come al solito, con cinismo e furbizia, preferisce non trarne tutte le conseguenze. Ed è qui che la dichiarazione di Tajani diventa rivelatrice, perché mostra, con chiarezza, la distanza tra chi vive la minaccia iraniana come un pericolo mortale e chi la gestisce come pratica diplomatica.
La solitudine di Israele consiste nel fatto che molti presunti e sedicenti “alleati” restano tali finché il prezzo dell’alleanza non diventa troppo alto.
È la consueta illusione europea: pensare che la normalità diplomatica possa addomesticare ciò che normale non è. Con l’Iran questa illusione dura da anni. Ogni volta si riapre un canale, si salva un negoziato, si distingue tra regime e popolo, tra pragmatismo e ideologia, tra minaccia retorica e minaccia reale. Ogni volta si guadagna tempo. Ogni volta qualcun altro paga il costo di quel tempo.
La telefonata di Tajani illumina come l’Europa continui a trattare l’Iran come un interlocutore normale proprio mentre Israele ne affronta la natura criminale.
Non è nemmeno una novità. La scandalosa equidistanza con cui per anni anche la missione Unifil ha finito per mettere sullo stesso piano Israele e Hezbollah, sotto la copertura politica dei Paesi che vi partecipano, Italia compresa, racconta la stessa rimozione. Da una parte uno Stato democratico costretto a difendere il proprio confine settentrionale; dall’altra un’organizzazione armata sostenuta dall’Iran, radicata dentro il Libano, ostile all’esistenza stessa di Israele. Eppure, nel linguaggio internazionale, tutto tende a diventare “tensione”, “escalation”, “violazione”, “incidente”, come se il problema fosse l’eccesso di nervosismo tra due contendenti equivalenti.
Perché alla fine la domanda resta lì: come si può chiedere a Israele moderazione, prudenza e fiducia nella comunità internazionale, mentre la stessa comunità internazionale si affretta a rassicurare il regime che ne contesta l’esistenza e per anni ha protetto, o almeno tollerato, una grammatica diplomatica incapace di distinguere davvero tra chi difende il proprio Stato e chi nega il diritto di quello Stato a esistere?
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Sì ok, anche quello, ma a me sembra che racconti in primo luogo la sovrumana stupidità di quell’uomo – anche se “uomo” mi sembra, francamente, una parola grossa.
Ormai è chiaro che finché i missili non arriveranno direttamente a noi europei o agli americani, niente cambierà dell’atteggiamento di certi politici. Non c’è interesse a scontrarsi con certe entità, fino a quando certi conflitti rimangono confinati in determinate aree e non si espandono altrove.
Al massimo si trasferiscono finanziamenti e armamenti per aiutare la parte coinvolta che si ritiene alleata o bisognosa di essere aiutata. Come si vede anche nella guerra in Ucraina.
Su Israele c’è sempre quel pregiudizio secondo cui non c’è alcun interesse per una soluzione pacifica e per un riconoscimento di uno Stato palestinese da parte dei governi israeliani, quando è chiaro che non c’è mai stata dall’inizio delle ostilità la volontà dalla parte arabo-palestinese di arrivare a una fine concordata del conflitto e un riconoscimento reciproco tra le parti. Questo atteggiamento i politici occidentali pensano che possa servire per non innescare ulteriori azioni bellicose e preservare il più possibile l’incolumità della popolazione delle varie parti, ma invece rinforza quegli Stati ostili ad Israele e da maggiore impulso alle milizie regionali finanziate da quei suddetti Stati di poter organizzare e raggiungere i loro obiettivi.
Oltre a dare fiducia e a espandere la loro azione terroristica anche in Occidente.