L’editoriale di Cristiano M. Gaston
Il dibattito sulla questione Telegram, al di là delle ragioni specifiche di questo caso e anzi in generale anche per tutti i social, riporta alla luce un fatto elementare ma pervicacemente ignorato: per certe novità tecniche non abbiamo ancora sviluppato adeguate categorie mentali o giuridiche. Queste novità esistono tecnicamente. Le usiamo (pervasivamente). Ma continuiamo a non capire “cosa” siano esattamente e ci mancano le basi categoriali per integrarle nella nostra etica. Il punto è che esse la sfidano sempre più direttamente, lasciandoci in confusione.
A complicare la faccenda, sono scomparsi i mediatori dove c’erano e sono comparsi mediatori che prima non c’erano (molto in breve: non serve più Garzanti per pubblicare un saggio ma serve Zuckerberg per mandare un messaggio – ma è più complicato di così). Viene continuamente interrogato il nostro concetto di libertà (chi decide? chi controlla? fino a dove?), ma alcune delle cornici entro cui certi problemi erano chiari oggi sono stravolte.
Perché in assenza di altro, tutto rimane regolato dall’interesse – economico o geopolitico – senza quasi nessuna forma di guard rail o di interesse per la collettività Siamo molto fragili, in questo momento, e stiamo imparando poco dagli ultimi venti anni
La polarità fra spirito libertario e Grande Fratello non può funzionare. Vuol dire che dobbiamo pensare out of the box e non ci stiamo riuscendo.
Bacheca di bordo: Sulla questione Telegram
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