

Questa lettera aperta di Marco Setaccioli al professor Angelo D’Orsi è stata scritta a seguito dello stop, voluto dall’Oratorio Salesiano San Francesco di Sales, allo svolgimento nel Teatro Grande Valdocco di Torino della conferenza «Democrazia in tempo di guerra», prevista il 9 dicembre, a cui avrebbero dovuto partecipare, tra gli altri, il professor Angelo D’Orsi e lo storico Alessandro Barbero, e ancora Luciano Canfora e Carlo Rovelli.
Egr. prof. D’Orsi, mi scuserà se, leggendo il post con cui ha annunciato la cancellazione del suo evento, non sono riuscito a trattenere un sorriso.
E non perché mi faccia piacere che sia saltato un incontro che, vista la caratura degli ospiti, ci avrebbe fornito nuove iperboliche menzogne da smentire e restituito finalmente una bella foto di gruppo di quasi tutti i principali fiancheggiatori della dittatura russa.
Ma perché sembra quasi che dovunque non le venga consentito di mentire in pubblico si annidino, secondo lei, complici del gigantesco complotto ordito ai suoi danni dai mai troppo vituperati “poteri forti”, i quali notoriamente hanno ormai infiltrato anche gli oratori salesiani, come quello nel cui teatro sarebbe dovuto andare in scena il suo raduno di cheerleader del putinismo.
Avrei piacere, a questo proposito, che ammettesse una buona volta che un po’ lo fa apposta. Tentare di portare la sua ostinata ed appassionata apologia del regime fascista russo in un luogo legato alla Resistenza com’è il Polo del ‘900, e poi organizzare un’assemblea di condominio dei lacchè di un latitante internazionale per il rapimento dei bambini ucraini proprio a casa di una delle organizzazioni cattoliche più impegnate in Ucraina nell’accoglienza dei minori colpiti dalla guerra, sembra quasi un modo per farsi dire di no.


Con l’ulteriore vantaggio di poter gridare alla censura quando il tentativo di mascherare le sue manipolazioni ideologiche fallisce e le sue agghiaccianti e controfattuali teorie vengono considerate, com’è ovvio, incompatibili con i valori del mondo civilizzato.
Sa bene, da storico, sia pure ormai votato al revisionismo sovietico, che la censura in realtà è un’altra cosa. È quella in vigore in posti come la Bielorussia, paese che lei stesso ha visitato poco più di due mesi fa, ospite di un festival organizzato da un canale russo sanzionato dall’UE.
Lì lei ha elogiato un regime che tiene attualmente in carcere oltre 1.200 prigionieri politici, tra dissidenti, giornalisti e attivisti per i diritti umani, salvo poi definire illiberale chiunque qui da noi, esercitando il proprio diritto di dissentire dalle sue insostenibili opinioni, si rifiuta di ospitare supinamente i suoi astiosi e velenosi capovolgimenti della realtà.
Censura è anche quella in vigore in Russia, dov’era stato il mese precedente, pubblicando poi uno straordinario reportage che, ahimè, non tiene conto del fatto che si tratta di un paese con i più bassi indici di democrazia e libertà di opinione, in cui anche cantare una canzone o declamare una poesia può costare un biglietto di sola andata in una colonia penale, in cui i dissidenti muoiono in carcere e gli oppositori volano dalle finestre o bevono tè al polonio.
Mi spiace non essere a Torino nei prossimi giorni. Sarebbe stato interessante vederla manifestare davanti alla sede del municipio, dopo aver sottolineato peraltro la singolare concomitanza tra la cancellazione del suo evento e le dichiarazioni pro-Ucraina rese dal sindaco Lo Russo.
Sarebbe stato soprattutto interessante vederla invocare, in un paese democratico, libertà che ha già, inclusa quella di osannare una dittatura che quelle stesse libertà invece le reprime nel sangue o le rinchiude nei gulag.
Vista l’assiduità con la quale in queste settimane scrive sui social e narcisisticamente riposta se stesso, non ho dubbi che ci terrà informati sulle prossime novità. Sperando che stavolta da Mosca premino la sua perseveranza con un intervento, magari un saluto di Maria Zakharova nel quale intoni di nuovo “Bella ciao”, come quando le sono state consegnate le firme raccolte contro il Presidente Mattarella.
D’altra parte, in adunate come le sue, la prima delle quali aveva il logo dell’associazione dei perseguitati e la seconda quella dell’ANPI pur celebrando persecutori e dittatori, avere anche una fascista al servizio dell’“invasor” che canta una canzone antifascista scritta per chi l’invasor se lo era trovato in casa sarebbe il massimo.
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Che legnata! io mi sarei fermato ad un laconico saluto del tipo: ma va a dà via i ciap!!!
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