
L’opposizione popolare e il dissenso pubblico degli americani nei confronti dell’amministrazione Trump hanno trovato una voce forte e riconoscibile. Non si tratta di un politico, ma di Bruce Springsteen: leggenda vivente del rock, da oltre cinquant’anni storyteller di un’America fatta di sudore, lacrime e sangue, ma anche di sogni da inseguire e di rinascite possibili, anche quando la vita sembra chiudere ogni porta alla speranza.
Il legame tra Springsteen e la sua gente non è semplicissimo da spiegare. Provo a usare un episodio che risale al periodo successivo agli attentati dell’11 settembre: un giorno, vedendolo, un fan gli disse semplicemente: “Bruce, abbiamo bisogno di te!”. In diverse interviste, lo stesso Springsteen ha raccontato quanto quella frase lo colpì, facendogli capire che la sua missione non fosse solo intrattenere, ma dare voce al dolore e alla speranza di una comunità di cui si sentiva parte.
Poco dopo tornò in studio con la E Street Band per incidere The Rising, un disco straordinario capace di unire il lutto al desiderio di rialzarsi, la ferita alla ricerca di unità, il dolore alla possibilità di una risposta.
Oggi, però, la situazione appare drammaticamente diversa. Gli Stati Uniti sono polarizzati e guidati da un’amministrazione che non nasconde l’autoritarismo con cui intende governare; in questo clima, episodi di violenza e repressione si susseguono con inquietante rapidità. Come risultato, due persone sono state uccise brutalmente dall’ICE di Trump nel giro di pochi giorni.
E Springsteen sente di nuovo il richiamo a intervenire. Come venticinque anni fa, ma senza bisogno che qualcuno glielo chieda. È la realtà stessa a spingerlo: in poco tempo scrive, registra e pubblica Streets of Minneapolis, una canzone che diventa subito virale.
Paolo Vites, tra i più autorevoli critici musicali italiani, coglie immediatamente nel brano il richiamo a Bob Dylan – si avverte l’eco di Desolation Row e Chimes of Freedom – e lo colloca nel solco della grande tradizione della canzone di protesta americana, da Dylan a Woody Guthrie e Pete Seeger.
Del resto, Chimes of Freedom era già entrata nel ricco songbook springsteeniano come una delle cover dal vivo più apprezzate, recentemente riproposta per chiudere gli show del Land of Hope and Dreams Tour 2025: uno spettacolo costruito, non a caso, sulla denuncia dell’autoritarismo e delle violazioni dei diritti umani.
Vale la pena ricordare le parole con cui Springsteen introduceva ogni sera House of a Thousand Guitars, canzone che contiene un esplicito riferimento a Trump, definito “pagliaccio criminale che ha usurpato il trono”:
“L’ultimo freno al potere, quando i pesi e i contrappesi del governo vengono meno, sono le persone: voi ed io. È nel legame tra le persone, attorno a valori comuni, che troviamo l’unica barriera tra la democrazia e l’autoritarismo”.
Da questa convinzione nasce anche Streets of Minneapolis, una instant song ricca di riferimenti temporali (“the winter of ’26”) e di nomi, quelli delle vittime e dei carnefici.
Il ritornello è semplice e potentissimo:
Oh nostra Minneapolis, sento la tua voce cantare nella nebbia insanguinata.
Difenderemo questa terra e lo straniero che vive tra noi.
Qui, nella nostra casa, hanno ucciso e razziato nell’inverno del ’26.
Noi ricorderemo i nomi di quanti sono morti per le strade di Minneapolis.
In queste parole c’è molta America: quella autentica, quella che difende una “terra” non per i confini, ma per i valori in cui si riconosce; quella che rifiuta la demonizzazione dello “straniero”; quella che affida alla memoria il compito di impedire che il sacrificio delle vittime sia vano.
Springsteen fa sua la voce di Minneapolis e dell’America che resiste. Ne racconta la fede, la determinazione e la dignità, mettendo il suo talento al servizio di un’idea di libertà che oggi appare fragile e minacciata. E, ancora una volta, rafforza quel legame tra le persone che lui stesso considera l’ultimo argine contro l’autoritarismo. Non solo con la musica.

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