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Corsa al riarmo in Giappone, tra accordi e difficoltà
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di Federico Mari
Lasciarsi alle spalle un lungo e nobile passato in nome della sicurezza. Il definitivo ritorno del Giappone tra i protagonisti della politica internazionale passa per il riarmo, parola che contrasta con la tradizione pacifista fatta propria dal Paese del Sol Levante al termine del secondo conflitto mondiale. Nonostante la persistente contrarietà di una parte dell’opinione pubblica, le manovre dell’esecutivo guidato dal conservatore Fumio Kishida non sorprendono più gli addetti ai lavori: da Washington a Seoul, da Canberra a Manila, le diplomazie comprendono che per bilanciare la forza di Pechino c’è bisogno di una Tokyo forte. L’ultimo segnale è arrivato proprio dalle Filippine, con un accordo (definito di “reciproco accesso”) che gli analisti considerano già una pietra miliare nelle relazioni tra i due arcipelaghi. Firmato dai rispettivi Ministri della Difesa, il documento consentirà infatti agli eserciti interessati di stazionare l’uno sul territorio dell’altro in occasione di esercitazioni, una collaborazione che può favorire l’interoperabilità e consolidarsi ulteriormente attraverso la condivisione di informazioni. Le rassicurazioni dell’esperta titolare degli Esteri, Yoko Kamikawa, che in conferenza stampa ha dichiarato che quanto stabilito dal patto «non è indirizzato contro alcun Paese terzo», servono appena a salvare le apparenze: non è un mistero che entrambi i contraenti abbiano controversie territoriali con la Cina che, dalle sue coste occidentali a quelle meridionali, ha da tempo alzato il tiro delle sue pretese. Tokyo e Pechino si scontrano per il possesso delle Isole Senkaku, disabitate e attualmente sotto il controllo giapponese, e sulla definizione legale del piccolo atollo di Okinotorishima. Considerato parte della piattaforma continentale dello Stato insulare, per le autorità nipponiche il suo possesso garantisce il diritto a una zona economica esclusiva. Di contro, i cinesi la considerano soltanto una roccia e, da qualche settimana, hanno cominciato a installare nella zona alcune boe, alimentando un clima di forte tensione con i competitor. I contrasti con Manila sono invece più gravi e hanno visto il formarsi di autentiche “zone grigie” nell’area contesa della secca di Scarborough, dove le navi della Guardia Costiera cinese compiono manovre intimidatorie che possono sfociare in veri e propri abbordaggi all’arma bianca. Incidenti classificati come “atti ostili”, ma non abbastanza gravi da poter essere considerati attacchi. In questo contesto, farà comodo alle Filippine poter contare sulla presenza della Forza marittima di autodifesa, auspicata negli ultimi mesi. A poco sono valsi i tentativi cinesi di ricordare il triste periodo dell’occupazione giapponese, segnato dalle atrocità commesse dall’esercito imperiale ai danni della popolazione civile. Ironia della sorte, un altro tassello della strategia di Tokyo passa per il rafforzamento dei rapporti con una nazione che, in quella guerra, fu sua alleata: a Berlino, Kishida ha discusso con Scholz della possibilità di creare un quadro di sicurezza economica, ideato per fortificare le catene di approvvigionamento di idrogeno, semiconduttori e minerali critici. L’ultima edizione del Libro bianco sulla Difesa del Giappone non manca inoltre di includere espliciti riferimenti a Taiwan. La consapevolezza del proprio ruolo e delle tensioni regionali spinge dunque il finanziamento dei piani sull’aggiornamento della preparazione militare. Un’esigenza che potrebbe però essere compromessa dalla diminuzione del valore dello yen, che ha progressivamente limitato le capacità di spesa del governo.
Pubblicato sul quotidiano “La Ragione” il 18 luglio 2024, con il titolo “Preoccupazioni del Sol Levante”.
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