


Yotam Budnik, diciassettenne israeliano, ha visto cancellare il proprio risultato alle Olimpiadi internazionali di informatica dopo essersi presentato sul podio con la bandiera di Israele. Quello che segue è un racconto d’immaginazione ispirato a questa vicenda reale: il dialogo, le parole e i pensieri attribuiti ai personaggi sono frutto dell’invenzione dell’autore.
– Ciao anche a te.
– Io mi chiamo Yotam, Yotam Budnik. E tu?
– Sì, anche il mio aereo è in ritardo. Succede… magari un po’ troppo spesso.
– Ero qui per partecipare alle Olimpiadi internazionali di informatica. Poco prima avevo partecipato anche a quelle di matematica.
– No, quale Russia? Sono israeliano e sto aspettando il volo per Tel Aviv. Ho già avvertito mio padre: vuole venirmi a prendere. Perché quella faccia?
– Sì, israeliano. Beh, mica siamo mostri… e neanche cannibali. Siamo normali. Anzi, la normalità è la nostra massima aspirazione. Abbiamo fame di normalità.
– Guarda, credo che tu abbia una visione un po’ troppo distorta. Mi stai riportando degli slogan che non corrispondono alla realtà.
– No, ti prego. Se mi lasci parlare, posso raccontarti qualcosa di più su come siamo. Su come sono io.
– Perché, cosa credi? Ho diciassette anni e fra poco più di un anno dovrò fare il militare. In Israele è obbligatorio.
– Ma pensi che sia bello per me dovermi guardare alle spalle alla fermata dell’autobus? O vedere i militari che presidiano la mia scuola?
– Beh, certo… per via degli attentati.
– Io? Paura? Non ho paura: sono terrorizzato. Ma quella è casa. Anzi, visto quello che accade nel mondo, è l’unica casa possibile.
– No, non è così. Quale apartheid? Io frequento la De Shalit High School di Rehovot. È una scuola pubblica e la prima cosa che ci ha detto il preside quando siamo arrivati è stata: «Questa scuola accoglie 2.500 studenti senza distinzione di religione o identità personale, coniugando eccellenza, responsabilità sociale, rispetto e pluralismo».
– Credo sia meglio raccontarti qualcosa di me e della mia storia. Magari cambi idea.
– Sì, va bene. Tanto abbiamo tempo.
– La prendo larga. Il mio bisnonno si chiamava Piotr, Piotr Budnik. Non era ebreo: era un contadino ucraino. Dopo l’invasione tedesca pensò bene di dare protezione a tre ragazzi. Loro sì, ebrei. Si chiamavano Adela, Estera e Zeew o, se preferisci, Wolf Helrajch.
– Già, erano orfani. Il padre nel 1941 era già morto, mentre la madre, Fani, e il fratello maggiore, Yossi, erano stati catturati dalle SS.
– Sì, Fani e Yossi morirono subito dopo l’arrivo a Bergen-Belsen.
– Questo mio bisnonno viveva a Kaczanowka, vicino al ghetto di Tarnopol. Fece uscire i ragazzi e li nascose per diciotto mesi. Così li salvò.
– Sì. È una storia incredibile. Ma la cosa ancora più sorprendente è che suo nonno, Jan Budnik, aveva già salvato la famiglia Helrajch dal pogrom del 1919.
– No, macché tedeschi. All’epoca erano gli ucraini a perseguitare gli ebrei.
– Cominci a capire che la vita per il mio popolo non è mai stata facile. Ma aspetta: la storia è ancora lunga.
– Continuo. Finita la guerra, Piotr si innamorò di Adela. Si sposarono e nel 1957 si trasferirono in Israele.
– Certo che fu accettato. Era un agricoltore e andarono a vivere in un moshav, Kfar Warburg.
– È una comunità agricola cooperativa, simile per alcuni aspetti a un kibbutz, ma con una maggiore autonomia economica e familiare.
– Il suo merito fu riconosciuto. Nel 1966 Yad Vashem lo nominò Giusto tra le Nazioni. Yad Vashem è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah. Da noi la memoria e la riconoscenza sono due valori fondamentali. Ma andiamo avanti.
– Un attimo, ora arrivo a me. Piotr e Adela ebbero un figlio, Yosef, anche lui agricoltore nel moshav. Yossi si innamorò di Rebecca Lifshitz, del moshav Mishmar David. Si sposarono. Era il 1973, alla vigilia della guerra del Kippur: una guerra tremenda, ma ce la fecero. Andarono a vivere a Ge’a, vicino ad Ashkelon, una città sul mare a sud di Tel Aviv.
– Sì, ebbero quattro figli. Poi tornarono a Kfar Warburg e Yosef assunse il ruolo di ben mamshich.
– Vuol dire letteralmente «figlio continuatore». Nel moshav, a differenza del kibbutz, esisteva una forma di proprietà privata e lui era l’erede designato a rilevare l’azienda agricola di famiglia.
– Esatto. Mio padre Ran è uno dei quattro figli.
– No, non ha proseguito l’attività agricola. Era quello che si definisce un bambino dotato. Rani, come lo chiamava mia nonna Rebecca, entrò nell’esercito come tutti i ragazzi della sua età. Durante il servizio, oltre all’addestramento militare, alcuni ragazzi ricevono anche una formazione professionale. Capita spesso che chi esce dall’IDF riesca poi a trovare il proprio posto al sole. Le capacità di mio padre furono riconosciute e venne ammesso al programma Talpiot.
– Ovviamente non lo conosci. Talpiot è un programma militare e accademico riservato a studenti particolarmente dotati nelle discipline scientifiche. Mio padre si laureò in fisica e matematica all’Università Ebraica di Gerusalemme, conseguì un master al Technion e ottenne un PhD all’Istituto Weizmann di Rehovot, dove viviamo.
– È un astrofisico e si occupa di ricerca sulla materia oscura, uno dei grandi problemi irrisolti della fisica moderna. Hai presente la fisica quantistica?
– Sì, quella. Insomma, entrò nel programma XENON, un progetto internazionale per la ricerca sulla materia oscura. Ha lavorato per anni anche in Italia, nei Laboratori nazionali del Gran Sasso. Poi è andato avanti con i progetti successivi: ideava e costruiva gli apparati. Oggi lo boicottano.
– Come, perché? Perché è israeliano. Non conta quale apporto scientifico possa dare. Lui è bollato. Ha una stella gialla virtuale appuntata sul petto. Ma non ti rendi conto delle campagne di boicottaggio?
– Sì… e allora dimmi quale altra nazione al mondo sia oggetto dello stesso trattamento. Anzi, quale altro popolo venga trattato così. Eppure non mi pare che manchino altre nazioni, diciamo, “discutibili”.
– Sì, hai ragione, ho divagato. Un momento e ti spiego cosa c’entra tutto questo con me.
– A scuola sono diventato un asso in matematica e, quindi, anche in informatica. Ho vinto parecchi premi e sono venuto qui per partecipare a queste benedette Olimpiadi.
– In realtà mi sento una sorta di ben mamshich: il fortunato erede delle doti scientifiche di mio padre.
– Beh, questa cosa mi ha condizionato molto.
– Come, in che senso? Volevo partecipare e vincere. Volevo dimostrare a mio padre di essere al suo livello e restituire qualcosa al mio Paese per aver creduto in noi.
– Sì, volevo dimostrare di meritare tutto questo.
– Come sono arrivato? Quattordicesimo assoluto. Ho ottenuto una medaglia d’oro. Ma non sai che cosa è successo.
– In poche parole, non potevo gareggiare sotto i colori di Israele. Dovevo presentarmi come concorrente indipendente.
– Come, perché? Perché lo Stato di Israele viene trattato come sono sempre stati trattati gli ebrei. Credo che la storia che ti ho raccontato te lo abbia fatto capire.
– Torniamo alla gara. Al momento della premiazione non ho resistito: ho tirato fuori una bandiera dello Stato di Israele, me la sono avvolta intorno alle spalle e, tra quelle bande azzurre con al centro la Stella di David, ho cantato dentro di me il nostro inno nazionale. La mia gioia era incontenibile.
– No, non era permesso. E poi ero davanti alle telecamere… Sai che cosa hanno fatto?
– Hanno annullato il risultato, cancellato il mio punteggio dalla classifica e revocato il certificato della vittoria.
– Lo so che è assurdo. Volevano anche indietro la medaglia.
– Certo che non gliel’ho restituita. Quella devono venire a prendermela con la forza.
– Importante? Non importante: fondamentale. Israele è la mia casa. Ora ti rendi conto che è l’unica casa possibile?
– Come, non cambia nulla? Certo che cambia. Cambia tutto. È la dimostrazione che soltanto qui possiamo vivere e che dobbiamo difenderci da soli.
– No, non esagero. Ho soltanto diciassette anni e il mondo mi sta già dimostrando che la storia non finirà mai.
– Sì, non tutti la pensano così. Ma tu, fino a poco fa, come la pensavi? Seguivi gli slogan, mi facevi pesare la mia israelianità e la mia ebraicità.
– Certo, ora capisci che non è una questione ideologica. Qui non si tratta di essere contro il nostro governo: si tratta di essere pregiudizialmente contro un intero popolo. Me compreso, che ho diciassette anni e vorrei soltanto essere normale.
– No, non sto esagerando.
– Te lo ripeto: io sono Yotam, sono israeliano, sono ebreo ed è il 2026. Non mi va di dover ancora sperare in un Piotr che mi salvi.
– Ecco il tuo volo.
– Sì, grazie. Vai. Buon viaggio anche a te.
Yotam Budnik ha realmente partecipato alle Olimpiadi internazionali di informatica, svoltesi a Tashkent, in Uzbekistan, nell’agosto 2026. Aveva ottenuto 403,72 punti, un risultato da medaglia d’oro, ma è stato squalificato e cancellato dalla classifica dopo essersi mostrato sul podio con la bandiera israeliana.
Il dialogo è interamente immaginario e le battute dell’altro interlocutore sono state volutamente omesse. I riferimenti biografici e familiari derivano dalle ricerche dell’autore; alcuni passaggi, non confermati direttamente dai protagonisti, sono stati rielaborati in chiave narrativa.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
