Tre anni fa, esattamente in questo periodo (ottobre 2021), cominciava il lento ed inizialmente dissimulato build-up russo attorno alla frontiera ucraina.
C’erano state avvisaglie anche nei mesi precedenti, con movimento di navi militari, per vie d’acqua interne tra il Caspio ed il Mare d’Azov e spostamento di truppe sotto la copertura di varie esercitazioni anche di ampio respiro, culminate nella Zapad 2021 svoltasi a metà settembre e considerata una specie di prova generale dell’invasione.

Nel frattempo, mentre da parte del Cremlino cresceva la retorica aggressiva, iniziavano ad uscire i rapporti dell’intelligence USA che puntualmente documentavano il progressivo accrescimento delle truppe russe attorno ai confini ucraini, fino ad ipotizzare le date di una invasione su larga scala: rapporti che il variegato schieramento degli utili idioti in Occidente accoglieva nel migliore dei casi con scetticismo ed irrisione, ovvero bollava come provocazione americana per indurre Mosca a qualche passo falso.
Non era stata insomma, secondo il pacifismo ideologico occidentale, l’escalation militare russa ad avere creato allarme nelle capitali del mondo libero, bensì l’abbaiare della NATO alle porte di Mosca ad avere indotto il Cremlino a rafforzare i propri confini, in un sovvertimento da manuale della relazione causa-effetto, come i fatti successivi avrebbero poi dimostrato.
Non che ci volesse l’invasione per dimostrare che l’invasione era la prima (e probabilmente unica) scelta di Putin e per capirlo sarebbe bastato togliersi gli occhiali ideologici: a maggior ragione dopo l’ultimatum russo del 15 dicembre 2021 che avanzava proposte irricevibili fatte apposta per essere respinte.
Una fra tutte la richiesta alla NATO di ritirare truppe e mezzi dai quei paesi entrati nell’Alleanza dopo il maggio 1997: quindi tutto il blocco ex-sovietico, i paesi baltici ed addirittura quelli della ex-Jugoslavia che non erano mai stati sotto il dominio di Mosca, oltre ovviamente al divieto di ulteriori espansioni, segnatamente in Ucraina, Caucaso ed Asia Centrale.

Di più, Mosca chiedeva che in tali paesi fossero proibite anche le semplici esercitazioni NATO, ben guardandosi però dall’estendere lo stesso divieto alla vassalla Bielorussia, recente teatro della già menzionata Zapad 22, considerata la più imponente della Russia post-sovietica.
Dunque, dissonanza cognitiva da parte del Cremlino o più probabilmente una strategia al rialzo per ottenere il nyet occidentale.
Non meno inaccettabile la richiesta di vietare alla NATO un possibile futuro piazzamento (1) di missili intermedi in Europa, nonché la proposta di utilizzare i soli territori nazionali di Russia e USA quale sede di dispiegamento delle rispettive armi nucleari: cosa che avrebbe comportato il ritiro delle bombe USA a caduta da Germania, Italia e Regno Unito lasciando però al loro posto gli Iskander nucleari a Kaliningrad.
Grottesca poi, la richiesta di Mosca di limitare alle due parti l’uso delle navi di superficie in acque internazionali prossime alle rispettive acque territoriali: clausola che avrebbe fortemente penalizzato la US Navy assidua frequentatrice delle acque oceaniche (blue waters) senza quasi influire sulla marina russa, i cui rottami galleggianti raramente si affacciano oltre i limiti delle brown-waters.
In pratica Mosca cercava di ottenere attraverso un paragrafo di testo vergato su un trattato una specie di parità navale con gli USA dopo averci provato inutilmente sul campo per circa 70 anni.
Vieppiù, la richiesta includeva anche lo spazio aereo oltre a quello navale, con l’intento di tenere lontani i rispettivi bombardieri dai territori nazionali: con un indubbio vantaggio tecnologico per Mosca che non dispone di bombardieri stealth come i B2 americani capaci di bucare le difese avversarie.
Mosca richiedeva l’irricevibile confidando in una risposta negativa: contava cioè che la NATO rispondesse picche per potere giustificare una invasione programmata già da lungo tempo, gettando così sul “guerrafondaio Occidente” la colpa di una trattativa mai nata nonostante le “ragionevoli proposte” del Cremlino: un teorema che immediatamente venne rielaborato in propaganda di regime attraverso i molteplici canali della guerra ibrida.
Tra i vari leitmotiv dell’offensiva mediatica, che verso i primi di marzo 2022 seguirà quella terrestre con un ritardo di circa 7-10 giorni, vi erano quelli del “genocidio in Donbas”, della “Russia accerchiata”, dell'”espansionismo illegale della NATO”, dei “nazisti di Kyiv”, dei “missili (basi, truppe, laboratori a seconda delle versioni) NATO in Ucraina” ed altre amenità simili: tutte regolarmente smentite ma di facile presa per gli utili idioti d’Occidente; tra questi esponenti politici filorussi di destra, centro e sinistra già compromessi col Cremlino, accademici egolatri au caviar in cerca di notorietà a buon mercato, giornalisti e commentatori un po’ in disarmo attratti dal cono di luce dei salotti televisivi e magari dalla riconoscenza del Cremlino; oltre ovviamente alla manovalanza complottista, eurofobica, catto-integralista e NO-qualcosa antiscientista e variamente borderline: tutti impegnati a difendere le “ragioni” di Mosca con una capriola ideologica pari al voler sovvertire i ruoli tra Germania nazista e Polonia nel settembre 1939.
Putin aveva allevato per anni questa pittoresca e multiforme quinta colonna occidentale, puntando a provocare spaccature all’interno della UE e della NATO attraverso il lavoro sporco di un’armata devota di zombie ideologici pronti ad assimilare qualsiasi nefandezza prodotta dagli spin doctors del Cremlino, per poi amplificarla e diffonderla a loro volta secondo uno schema piramidale.

Una quinta colonna rodata da anni di battaglie ideologiche sui vari fronti della guerra ibrida: dall’€uro alla Brexit, dalla Catalogna all’elezione di Trump, dal COVID/NoVax, all’integralismo antiabortista, fino a tutti gli agenti di influenza manovrati dalle fondazioni russe e lasciati liberi di muoversi nei gangli più sensibili delle società occidentali: istruzione, media, politica locale, associazionismo.
Una quinta colonna molto simile ad una armata ausiliaria, gestita con dovizia di mezzi dai servizi russi SVR, FSB, GRU attraverso un vero e proprio network di risorse attive nel mondo reale così come nel web, tutte orientate ad un unico scopo: seminare il caos e lo scontro civile, alimentare le proteste ed allargare le fratture, spargere diffidenza ed accrescere la sfiducia dei cittadini occidentali verso i loro governi, le istituzioni nazionali ed europee, i principi etici e sociali; verso la stessa Democrazia bollata come decadente, corrotta, ed asservita ai “poteri forti”.

Una armata ausiliaria parallela a quella che in una settimana avrebbe dovuto chiudere i conti con l’Ucraina mettendo l’Occidente davanti al fatto compiuto, in un complesso incastro tra guerra ibrida, manovre politiche ed azione militare: brillantemente testato in Crimea nel 2014 e che ora, nel 2022 pretendeva la consacrazione definitiva.
Per Putin sarebbe stata l’apoteosi, il trionfo definitivo dell’autocrate di Mosca nel ruolo di infallibile stratega consacrato ai posteri come ricostruttore della Santa Madre Russia; avrebbe significato il definitivo imporsi dei sistemi autoritari sulle stanche democrazie occidentali, dei “popoli giovani” su quelli “corrotti e decadenti”. E soprattutto sarebbe stata lo sdoganamento dell’uso della forza del più prepotente sul più debole. Nessuno, a quel punto sarebbe stato più al sicuro davanti ad un vicino più grosso ed aggressivo.
Una vittoria-lampo in Ucraina sarebbe stata quindi un colpo mortale per la NATO e la UE, sgretolate dalla loro incapacità di agire, reagire e prevenire, di garantire deterrenza e produrre resistenza, di opporsi alle minacce e di imporsi nelle crisi.

Il trionfo russo avrebbe avuto un effetto domino, portando al collasso l’intero sistema occidentale: politico, militare, sociale, economico e valoriale, al ribaltamento di un continente trasformato in una giungla sovranista, totalmente alla mercé del ricatto del gas nonché facile preda del risorgere dei più feroci nazionalismi europei, già azzerati per 80 anni dal tanto vituperato sistema combinato NATO-UE ed ora pronti ad uscire dal vaso di Pandora in ataviche faide accortamente manovrate da Mosca in nome del divide et impera: tedeschi contro polacchi, ungheresi contro romeni, romeni contro bulgari, bulgari contro greci, greci contro turchi, turchi contro serbi, serbi contro albanesi… Tutti quanti, chi più chi meno a cercare sponda e protezione a Mosca, tirafili delle crisi e “quarta” Roma, ripristinata nei suoi confini pre-1991 e forse anche pre-1918, nonché unica rimasta a dare le carte nel Risiko europeo: e questo perché a Washington nel frattempo, approfittando di un Biden uscente ma già azzoppato dalle mid-term 2022, qualcuno avrebbe via via provveduto a piantare i chiodi sulla bara della NATO in cambio di una nuova partizione delle aree di influenza, più funzionale alla riconfigurazione di una anglosfera americana, neo-isolazionista ed orientata al Pacifico.

Putin aveva puntato su due assi nella sua spregiudicata partita di poker: la rapida occupazione dell’Ucraina per mettere l’Occidente davanti al fatto compiuto e la conseguente inazione dell’Occidente stesso, tramortito dallo choc.
A quel punto, l’imposizione a Kyiv di un governo filorusso e collaborazionista avrebbe concluso la prima parte del grande progetto di restaurazione imperiale russa, allargata ad Ucraina e Bielorussia e protetta dalle armate intatte dei tre paesi coalizzati, pronte ad ergersi ai confini di una Europa isolata, terrorizzata, ricattata e soccombente.
La seconda parte, destinata ad avviarsi dopo il 2024, contestualmente al probabile insediamento di un governo USA non-ostile e nel mezzo di una crisi irreversibile di NATO e UE, avrebbe preso di mira i paesi baltici per staccarli dall’Occidente e riportarli nella sfera di Mosca.
Ma questa è la storia di un futuro presente, che magari un giorno proveremo a raccontare.
(1) Non ci sono missili nucleari NATO e/o USA in Europa puntati contro la Russia dai tempi dei Pershing e Cruise, ritirati negli anni ’90. Ci sono solo quelli degli arsenali autonomi britannico e francese, che rispondono unicamente alla politica nazionale.
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Troppo poco mettere un solo “mi piace”.
Grazie, troppo gentile.