

Tra le varie utopie legate al sogno olimpico di Pierre De Coubertin, nessuna è stata più generosa, e più smentita dalla realtà, della “tregua olimpica”. Il Barone sognava che i suoi Giochi contribuissero alla pace nel mondo non solo per il loro universalismo, ma anche perché, solo per il fatto di venire celebrati, dovevano diventare occasione di pace e dialogo tra i popoli.
Analogamente a quanto avveniva nell’Antica Grecia, a cui De Coubertin si ispirava, durante i Giochi si sarebbe dovuto sospendere ogni conflitto in corso, donando così al mondo (almeno) due settimane in cui le armi avrebbero taciuto, lasciando il posto alle gare.
L’idea era che lo sport potesse e sapesse tener fuori dal suo recinto i conflitti che dividevano le nazioni e i popoli, e ritrovare un’umanità unita sotto la bandiera dei cinque cerchi.
In realtà, tutto questo non è mai avvenuto. Basti pensare che sono state le guerre a far sospendere in tre occasioni le Olimpiadi (nel 1916, nel 1940 e nel 1944), e mai il contrario. Non solo: le Olimpiadi sono state spesso, anzi quasi sempre, condizionate profondamente dagli eventi della politica internazionale in corso, e talvolta si sono trasformate in vero e proprio “scenario di guerra”, sia pure sottotraccia (e non sempre). Gli esempi sono innumerevoli, e ne ricorderemo solo qualcuno.
Si può cominciare dalle Olimpiadi del 1936 di Berlino che, chieste dalla Repubblica di Weimar, furono gestite invece dalla Germania nazista, che ne fece un poderoso strumento di propaganda. Paradossale che alcune delle cerimonie nate in quel contesto, e volte a celebrare l’Occidente ariano e puro sognato da Hitler, siano sopravvissute e diventate parte integrante dell’olimpismo: ad esempio il viaggio della torcia olimpica mediante staffette e l’accensione del braciere.
Per le poche settimane delle Olimpiadi la Germania si “ripulì” dalle tracce più vistose di antisemitismo, anche se tutti conoscevano la verità, e ci fu anche, in particolare negli Stati Uniti, un movimento che chiedeva il boicottaggio, che però non ebbe successo. Noto a tutti è l’episodio secondo cui Hitler si rifiutò di salutare Jesse Owens, lo sprinter di colore vincitore di quattro medaglie d’oro. L’episodio è leggendario, ma non ben documentato (Owens nella sua autobiografia lo nega).
È forse più significativa, dello spirito dei tempi, la rinuncia degli allenatori della staffetta Usa a schierare in finale due atleti di origine ebraica, per far posto proprio a Owens e al suo amico-rivale Ralph Metcalfe. Owens, peraltro, subì più razzismo in patria che a Berlino, tanto che non fu ricevuto alla Casa Bianca dal Presidente Franklin Delano Roosevelt, che non voleva alienarsi i voti dei Democratici razzisti del Sud per non compromettere la sua rielezione. Tutto il contesto è ben raccontato nel film “Race – Il colore della vittoria” del 2016.
Veniamo ora a un episodio del 1939 che non riguarda le Olimpiadi propriamente dette, ma le Olimpiadi degli scacchi. Il primo turno della manifestazione, ospitata in Argentina, è previsto in una data particolarmente sfortunata, il 1° settembre 1939, giorno dell’invasione tedesca della Polonia. Per protesta, la squadra francese rifiuta di scendere in campo (o meglio alla scacchiera) contro la Germania. La squadra inglese decide invece di ritirarsi.
I tedeschi poi vinceranno il torneo, ma nessuno dei giocatori farà ritorno in patria, non tanto perché convinti antinazisti, ma per evitare di essere spediti sul campo di battaglia. Tra i francesi che rifiutano di disputare il match c’è anche il campione del mondo Alexander Alekhine, di nobile famiglia russa, che pochi anni dopo si presterà a giocare tornei organizzati dai nazisti e pubblicherà degli squallidi libelli in cui teorizza che gli ebrei avevano “corrotto” gli scacchi. Un voltafaccia che ancora oggi gli storici degli scacchi non si spiegano.
Facciamo un salto di qualche anno, e arriviamo al 1952, a Helsinki. È la prima edizione a cui partecipano anche gli atleti dell’Urss, ma siamo al culmine della guerra fredda, in un’atmosfera cupa di escalation verbale e minacce atomiche tra il mondo occidentale e quello comunista. Così i sovietici, accompagnati da un folto nugolo di agenti segreti, pretendono e ottengono un villaggio olimpico tutto per loro e per i Paesi loro alleati, quelli dell’Europa dell’Est.
Un bunker da cui è praticamente impossibile entrare e uscire, che impedisce di avere pericolosi contatti con i “corrotti” atleti occidentali. Per fortuna, sulle piste e sugli altri campi di gara il clima è molto più “sportivo” e spesso gli atleti dei due blocchi finiscono per fraternizzare, sempre però sotto l’occhio vigile delle spie sovietiche.
Quattro anni dopo, il 1956, le Olimpiadi si svolgono a Melbourne, in Australia, a partire dal 22 novembre. Pochi giorni prima, il 4 novembre, c’è stata la sanguinosa invasione in Ungheria da parte dei carrarmati sovietici che ha interrotto l’esperimento democratico di Imre Nagy. Gli atleti ungheresi sono praticamente tutti dalla parte dei ribelli, la tensione al villaggio è altissima ed esplode durante la finale di pallanuoto, disputata proprio tra Ungheria e Urss.
Gli ungheresi vincono nettamente, ma la partita è costellata da calcioni e altri colpi proibiti, al punto che qualche testimone dirà che “l’acqua della piscina era diventata rossa per il sangue”.
Passiamo al 1968, altro anno cruciale: le Olimpiadi si svolgono a Città del Messico, e pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi i militari del regime del Presidente Díaz Ordaz sparano ad altezza d’uomo sui giovani manifestanti di Piazza delle Tre Culture. È una strage, decine di morti, forse centinaia. Anche in questo caso da più parti si chiede di annullare le Olimpiadi, o di trasferirle last minute in altra sede, ma non se ne fa nulla.
Sotto gli occhi di tutti sono gli atleti cecoslovacchi, che un paio di mesi prima hanno ricevuto dai sovietici lo stesso trattamento riservato agli ungheresi dodici anni prima. Molti campioni sono emigrati, altri hanno dovuto rinunciare a gareggiare a causa della loro partecipazione alla Primavera di Praga, eppure una delle stelle delle Olimpiadi è proprio una ginnasta cecoslovacca, V?ra ?áslavská, convinta sostenitrice di Dub?ek, che è stata ostacolata in ogni modo dal regime ma riesce comunque a vincere tre ori.
E quando sale sul podio, la ?áslavská ostentatamente volta le spalle nel momento in cui sale la bandiera e risuona l’inno dell’Urss. È anche l’edizione del saluto a pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos, che porta sul palcoscenico mondiale il conflitto interrazziale in atto negli Stati Uniti, ma questa è una storia molto più conosciuta.
Per tanti conflitti rimasti sottotraccia, uno esplode invece con violenza alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972. È il rapimento degli atleti israeliani da parte di militanti dell’organizzazione palestinese Settembre Nero, che riescono a fare irruzione nel villaggio olimpico. Alla strage già avvenuta al momento del blitz, segue quella che si compie durante le operazioni di rilascio degli ostaggi: una carneficina in cui muoiono, nei due diversi momenti, 11 israeliani, 5 palestinesi e 1 poliziotto tedesco.
Tra le polemiche per il comportamento incauto della polizia tedesca, molte voci chiedono la sospensione dei Giochi, ma il Presidente del Cio Avery Brundage rifiuta, con una decisione all’epoca molto criticata, ma che oggi appare illuminata, perché dimostra come lo sport sia più forte della violenza e della sopraffazione. Nonostante il clamore che fece all’epoca, e il film del 2005 “Munich”, la strage delle Olimpiadi di Monaco è stata in buona parte rimossa dall’immaginario collettivo.
Veniamo poi all’epoca dei boicottaggi, probabilmente il virus più pericoloso mai affrontato dal movimento olimpico. Pochi ricordano che il primo grande boicottaggio avvenne nel 1976, a Montreal: pietra dello scandalo, la partecipazione della Nuova Zelanda, che conservava rapporti sportivi, in particolare nel rugby, con il Sudafrica segregazionista. Ventisette nazioni africane, fomentate dal blocco sovietico (che però non aderì), rifiutarono di gareggiare in Canada, impoverendo Giochi che sono oggi ricordati tra i meno interessanti della storia olimpica.
Molto più rilevante il boicottaggio degli Usa e dei loro alleati alle Olimpiadi di Mosca del 1980, motivato dall’aggressione sovietica all’Afghanistan avvenuta sei mesi prima. Le proteste per una decisione così impopolare portarono molte nazioni occidentali, tra cui l’Italia, a “schivare” il boicottaggio con un’astuzia: fatta salva l’assenza degli atleti arruolati nelle Forze armate, l’Italia (e tanti altri Paesi) si presentarono in Urss non come nazione, ma come Comitato olimpico, sotto la bandiera a cinque cerchi.
Era già scontato che nel 1984, a Los Angeles, sovietici e alleati del blocco comunista non avrebbero perso l’occasione di rendere la pariglia. Ma l’Olimpiade statunitense poté comunque contare sulla presenza di Paesi comunisti “non allineati” con Mosca, come la Cina, la Romania e la Jugoslavia. Il boicottaggio così, più che danneggiare i Giochi, finì per mettere in luce le divisioni del blocco sovietico, che di lì a pochi anni sarebbe crollato.
Il resto è storia recente. Dopo la caduta del Muro, e l’illusione di un’era di pace e stabilità, le Olimpiadi sono comunque riuscite a sopravvivere e a espandersi senza farsi troppo condizionare dai conflitti, armati e non, che avvelenano il mondo. Uno dei pochi ad aver concesso una “tregua olimpica”, ironia della sorte, è stato proprio Vladimir Putin, che, anche per non inimicarsi il potente alleato cinese, ha deciso di invadere l’Ucraina solo quattro giorni dopo la conclusione delle Olimpiadi invernali di Pechino, chiuse il 20 febbraio.
Quest’anno invece lo Zar non userà la stessa cortesia, e continuerà a bombardare gli ucraini anche durante i Giochi di Milano-Cortina. Ma di fronte alla storia Putin ha già perso la sua partita. Le Olimpiadi invece continuano a vincere.

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