
A una domanda semplice della CNN su chi stia ora gestendo il Venezuela, Stephen Miller ha risposto con un piccolo manifesto: il mondo è governato dalla forza e dalla potenza. Nella stessa intervista, non ha escluso una possibile azione militare per prendere la Groenlandia ma ha detto che tanto “nessuno avrebbe il coraggio di mettersi contro gli USA”.
Stephen Miller, quarant’anni, è uno dei personaggi più utili per capire il trumpismo di seconda generazione. Non è un semplice cortigiano: è un ideologo operativo, colui che prende una culture war confusa e la traduce in formule, cornici legali, ordini esecutivi. Nel primo mandato è stato nella stanza dei bottoni come architetto dell’immigrazione. Oggi è tornato ai vertici dello staff come Deputy Chief of Staff for Policy, al centro del processo decisionale della Casa Bianca.
È la figura più interessante dell’Amministrazione perché incarna l’anima più riconoscibile del MAGA: quella che vede la politica come conflitto permanente tra amico e nemico, la nazione come comunità assediata e il potere come prova di forza, mai come negoziazione.
Nato nella liberalissima Santa Monica, Miller ha costruito la sua identità per antitesi. Già al liceo trasformava scontri locali in casi nazionali usando i media conservatori come megafono. All’università quella postura è diventata metodo: polemista disciplinato, interessato a vincere battaglie culturali, mai a mediare.
Dopo la laurea, il salto immediato a Washington come staffer, dove ha imparato a costruire i frame che tengono insieme identità e conflitto. Con l’approdo al Senato con Jeff Sessions, falco repubblicano, l’immigrazione è diventata il suo terreno naturale. Non un dossier tecnico tra i tanti, ma la chiave di volta per definire nazione, appartenenza e potere.
Con Trump ha trovato il veicolo politico che aspettava. Arrivato come speechwriter, ha tradotto l’istinto del capo in grammatica di governo. Il 20 gennaio 2017, nel discorso inaugurale, quella grammatica era già completa. L’America come paese “depredato, indebolito, attraversato da violenza e declino”.
Mentre gli altri discorsi presidenziali della storia americana parlavano di speranza e unità, il testo di Miller descriveva un paesaggio infernale di fabbriche arrugginite, criminalità dilagante e confini colabrodo.
Non è solo nazionalismo cupo, è biopolitica. Il linguaggio che Miller usa per parlare di immigrazione è spesso immunologico. La nazione non è un contratto sociale astratto, ma un corpo biologico vulnerabile.
In questa visione, il migrante non regolato smette di essere un soggetto giuridico e diventa un agente patogeno, un corpo estraneo che il sistema immunitario dello Stato deve rigettare per evitare l’infezione letale. La formula “American carnage” era esattamente questo: non retorica, ma la cornice ideologica che giustifica l’ordine come unica risposta all’assedio.
Il confine, per Miller, è il centro simbolico dello Stato. Il caso del travel ban del 2017 ne fu l’archetipo: un ordine esecutivo firmato, bloccato dai tribunali, e poi rilanciato. Miller lo difese non come policy efficace, ma come esercizio di muscoli presidenziali.
Il Presidente può “sospendere l’ingresso” per interesse nazionale, punto. Non è questione di legalità, ma di chi comanda davvero.
Il 6 gennaio 2021 Miller non era ai margini, ma dentro il perimetro operativo. Il rapporto della Select Committee lo colloca nello Studio Ovale la mattina dell’assalto a Capitol Hill. Sul piano politico ha cavalcato la Big Lie nella sua versione “presentabile”.
Ha tradotto la narrazione grezza della frode in ipotesi procedurali, come quella degli “alternate electors”, delegati paralleli che avrebbero dovuto ribaltare il risultato. Non il golpe di piazza, ma il golpe via memo legale.
Miller prende l’istinto eversivo di Trump – non accettare la sconfitta – e ci costruisce sopra una procedura che suona quasi costituzionale. È il suo metodo portato al limite: se la democrazia non dà il risultato voluto, si piega la procedura finché non lo produce.
Mentre dopo il 2020 l’amministrazione collassava e i fedelissimi scappavano per firmare contratti editoriali milionari o ripulirsi la reputazione, Miller non ha proferito parola. È l’unico membro dello staff politico originale del 2016 a non aver mai scritto un libro “tell-all”, a non aver mai cercato i riflettori per sé, a non aver mai tradito.
Trump, ossessionato dalla lealtà, ha registrato l’eccezione. Per questo, il suo ritorno non è stato una semplice nomina, ma una delega totale.
Oggi, tornato al potere, il suo terreno resta l’immigrazione, ma elevata a programma di governo totale. Nella primavera 2025 ha imposto il nuovo target operativo: 3.000 arresti al giorno. Un salto quantico rispetto al 2024, quando l’ICE registrava circa 170.000 arresti amministrativi annui.
Miller sta puntando a una dimensione da oltre un milione di arresti l’anno. Non è un cambio di scala, è un cambio di natura.
Sul campo, la direttiva si traduce nella fine della “deportazione mirata”. Miller ha abolito le gerarchie di priorità dell’era precedente: non si cerca più solo il criminale, si cerca il volume. È il ritorno dei raid nei luoghi di lavoro e degli arresti collaterali.
Chiunque si trovi sul posto senza documenti viene fermato, indipendentemente dal target iniziale. Le “zone sensibili” – scuole, tribunali, ospedali – un tempo protette da accordi taciti, sono ora nel mirino.
L’obiettivo tattico è l’enforcement, ma quello strategico è rendere la vita quotidiana dell’irregolare impossibile, spingendolo all’“autodeportazione” per sfinimento.
Questa macchina da guerra richiede truppe che l’ICE, da sola, non ha. Per questo Miller ha attivato i “force multipliers”: accordi che trasformano le polizie locali delle contee repubblicane in agenti federali de facto e, nei casi limite, l’uso della Guardia Nazionale.
Questo genera un attrito istituzionale senza precedenti con Stati blu che fanno causa al governo federale, sceriffi che rifiutano di collaborare, giudici che bloccano i voli. Miller questo conflitto lo cerca.
Per lui, lo scontro con le Sanctuary Cities è il palcoscenico necessario per dimostrare chi comanda davvero. Ogni arresto effettuato in una città ostile non è solo polizia, è un atto di dominio sul territorio ribelle.
La sovranità, per esistere, deve essere visibile e, se necessario, violenta.
Ma nel secondo Trump, Miller non si ferma ai confini. La sua impronta si vede sulla politica estera, dove applica la stessa identica logica di forza, non mediazione. Stesso metodo, scala diversa.
Sulla Groenlandia spinge per considerare l’acquisizione territoriale opzione strategica concreta. Sul Venezuela sostiene pressione massima contro Maduro, zero aperture diplomatiche. Sull’Ucraina e sull’Europa la postura è identica: gli alleati devono obbedire o pagare.
Per Miller, in politica estera come in politica interna, esistono rapporti di forza, e chi ha potere lo usa. La diplomazia come negoziazione tra pari non esiste, esiste solo imposizione o resa.
Questa non è realpolitik cinica ma una visione del mondo in cui il potere è l’unica realtà che conta.
È una mentalità costruita su due leve: l’emergenza permanente e l’esecutivo come centro sovrano. Dentro questa cornice, la democrazia non è un sistema di limiti e mediazioni, è un veicolo che deve produrre risultati.
Se le procedure rallentano, si aggirano. Se i vincoli intralciano, diventano “niceties”, formalità da ignorare.
Il mondo di Miller è costruito su coppie secche: forza/debolezza, amico/nemico. Non esistono zone grigie. Esiste solo il rapporto di forza. Con Miller ai vertici, quella logica è il programma.

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(Daniela Martino)
È innegabile che la diplomazia, per essere efficace, presupponga che entrambe le parti riconoscano la legittimità dell’interlocutore e, soprattutto, intendano onorare gli impegni presi. Tuttavia, quando ci si confronta con attori che utilizzano il negoziato esclusivamente come espediente tattico per guadagnare tempo e consolidare il potere interno, la posizione di Stephen Miller acquista una sua cruda e stringente logica. La cronaca recente del Venezuela sembra confermarne la validità. I ripetuti tentativi di mediazione internazionale — dai tavoli di Oslo (2019) a quelli di Santo Domingo (2017-2018), fino agli accordi di Barbados del 2023 — hanno messo in evidenza una dinamica ricorrente e fallimentare: un’apertura al dialogo concessa solo nei momenti di massima vulnerabilità del regime, seguita da un temporaneo allentamento della pressione internazionale come ‘gesto di buona volontà’, mentre l’apparato repressivo di Maduro continuava a consolidarsi nello stallo delle riforme. In questo scenario, la tesi della ‘pressione massima’ non appare più come una mera pulsione allo scontro, ma come la lucida presa d’atto del fallimento di ogni alternativa negoziale realistica. Se la diplomazia tradizionale ha finito per cristallizzare lo status quo, l’approccio basato sui rapporti di forza diventa l’unico strumento in grado di scardinare un sistema altrimenti inamovibile. Per chi osserva da vicino il dramma venezuelano, è difficile non subire il fascino di questa chiarezza d’intenti, speculare all’impotenza dimostrata per anni dalle istituzioni multilaterali. Sebbene l’ideale internazionale privilegi il dialogo, la realtà pone un interrogativo etico ineludibile: fino a che punto è legittimo insistere nella diplomazia quando questa si trasforma in un salvagente per l’autoritarismo? La posizione di Miller, per quanto spietata, si pone come la risposta più coerente a questo paradosso: in un contesto globale che disattende le regole condivise, l’unico vero parametro di sovranità sembra restare l’esercizio della forza.
Se si applica la stessa cosa in casa propria però la situazione può diventare pericolosa e sfuggire di mano. Vedere cosa comporta lasciare ampi poteri con pochi vincoli a certe forze di polizia ed enti di controllo.
Capiterà anche che un giorno si possa passare dall’essere dominante al diventare vittima, e a quel punto non ci sarà nessuno a difenderti in assenza di democrazia e stato di diritto.
Non so quanto gli elettori medi Maga e repubblicani siano davvero consapevoli di questo. Forse nemmeno Miller finché sta sotto l’ala protettiva temporanea di Trump.
Certe cose le capisci solamente quando ti arrivano direttamente e non hai la capacità soprattutto economica e relazionale di Trump (grazie alla presidenza ora e all’influenza nel partito prima) o personaggi simili di sostenerle.