

Ha iniziato a circolare la notizia secondo cui il primo ministro britannico, Keir Starmer, vorrebbe bandire X nel Regno Unito. Ancora una volta, ci troviamo di fronte a una manipolazione dell’informazione a fini propagandistici.
Cerchiamo di chiarire cosa è successo.
Starmer ha chiesto all’Office of Communications (Ofcom) di valutare gli strumenti previsti dall’Online Safety Act nel caso in cui Elon Musk rifiuti di disattivare la funzionalità Grok, che consente la generazione e la diffusione di deepfake sessualizzati, e la conseguente rimozione dei contenuti illegali.
Stiamo parlando di vigenti leggi britanniche non di censura
L’eventuale limitazione dell’accesso alla piattaforma è indicata solo come misura estrema, subordinata al mancato intervento su quella specifica funzione che consente attualmente a chiunque di creare immagini di pornografia e pedofilia.
La richiesta nasce dalla diffusione su X di deepfake sessualizzati generati con Grok, il sistema di intelligenza artificiale integrato nella piattaforma. Dopo l’introduzione di nuove opzioni per modificare e rielaborare immagini, migliaia di account hanno iniziato a usarle per creare materiale pornografico non consensuale di donne reali — giornaliste, attiviste, politiche e, in alcuni casi, minori — a partire da foto pubbliche, poi rilanciate sulla piattaforma insieme a nomi, profili social e altri dati personali. Molti utenti hanno sfruttato questa possibilità in modo coordinato, trasformando lo strumento in una fabbrica di abusi digitali.
La gravità del caso non riguarda solo la violazione della privacy, ma l’abbassamento della soglia di protezione contro la violenza digitale. I deepfake sessualizzati sono una forma di abuso che può distruggere reputazioni e vite personali, e colpiscono in modo sproporzionato donne e minori. È questo contesto, e non un generico impulso censorio, che ha spinto Starmer a chiedere a Ofcom di valutare l’uso dei poteri già previsti dalla legge.
Nel passaggio dai titoli ai social, l’ipotesi è stata rapidamente trasformata in un presunto obiettivo politico, alimentato da reazioni che hanno deliberatamente ignorato il contesto. Su X, Rupert Lowe, deputato di Reform UK, ha parlato di un presunto piano di Starmer per “bandire X in Gran Bretagna”, promettendo di “combatterlo in Parlamento”, come se il divieto fosse già stato deciso. Da osservare anche che Lowe – secondo quanto riportato su X dal deputato conservatore Ben Obese-Jecty avrebbe incassato oltre 45 mila sterline da X in soli 10 mesi.

Dall’altra parte dell’Atlantico, Anna Paulina Luna, deputata trumpiana, ha spinto la narrazione ancora più in là, sostenendo che, se Starmer dovesse “bandire X”, gli Stati Uniti dovrebbero reagire con sanzioni contro il Regno Unito.

A queste dichiarazioni si sono sommate le posizioni di Elon Musk, dell’ex Primo ministro Liz Truss e migliaia di post virali su X e Reddit, che hanno cristallizzato l’idea di una censura imminente.

Per minimizzare la questione, qualcuno ha obiettato che le immagini manipolate esistevano già, così come software come Photoshop o altri modelli di intelligenza artificiale consentono da tempo di alterare o generare contenuti falsi.
Si dimentica, però, che a rendere questo caso ben più grave non è l’esistenza della tecnologia in sé, ma il contesto di diffusione. All’interno di X, strumenti integrati, meccanismi di amplificazione algoritmica e dinamiche di engagement permettono a chiunque, con pochissimi clic e senza competenze tecniche, di trasformare un abuso in un contenuto virale capace di raggiungere milioni di utenti in poche ore. Non esiste una possibilità reale che vengano rimossi prima di raggiungere la viralità. È questa combinazione di semplicità, scala e velocità a rendere i deepfake sessualizzati di Grok una vera e propria arma perché moltiplicano il danno in modo rapido ed esponenziale.
Anche l’Unione Europea è intervenuta. La Commissione ha ordinato a X di conservare tutti i documenti interni e i dati relativi a Grok fino alla fine del 2026, estendendo un precedente ordine che riguardava già gli algoritmi e la diffusione di contenuti illegali. L’iniziativa si inserisce in un percorso già avviato: a dicembre 2025 la Commissione ha multato X per 120 milioni di euro per violazioni del Digital Services Act, legate alla scarsa trasparenza dei sistemi di raccomandazione e all’assenza di strumenti di verifica adeguati. L’attenzione su Grok indica che l’UE sta preparando un nuovo intervento, anche alla luce della comparsa di deepfake sessuali espliciti.
Mentre c’era chi gridava contro la censura, Musk deve aver sentito la pressione, perché ha introdotto alcuni correttivi al funzionamento di Grok. Come riportato da Franz Russo, le richieste più esplicite, che chiedono la generazione di immagini di nudità totale, vengono ora respinte. Tuttavia l’intervento è parziale. Le richieste che spingono a raffigurare persone in bikini o in abbigliamento sessualizzato continuano a essere accolte, come è avvenuto nel caso della foto di Renee Nicole Good, la donna uccisa dall’ICE a Minneapolis – uno sfregio che ha raggiunto le centinaia di migliaia di visualizzazioni in poche ore.
Alla fine X ha deciso di limitare la generazione di immagini tramite Grok ai soli utenti Premium. Una scelta che non solo non risolve il problema, ma sa di smacco: consentire la creazione di immagini deepfake, comprese quelle pornografiche o pedofile solo agli abbonati non ripristina la legalità né ferma gli abusi, limita semplicemente il numero di utenti che possono produrle, lasciando intatto il meccanismo che le rende possibili e la responsabilità della piattaforma nel permetterne la diffusione.

C’è un altro aspetto da considerare. L’uso di questi strumenti non si limita a bullizzare online persone considerate scomode o vulnerabili: produce un ulteriore strato di iperrealtà. Quando immagini false circolano con la stessa forza di quelle reali, all’utente viene sottratta la possibilità di distinguere il vero dal falso. In questo contesto non c’è nulla di “libero”: la libertà presuppone la capacità di orientarsi nella realtà. È esattamente il meccanismo che Hannah Arendt descriveva in Le origini del totalitarismo: la distruzione dei fatti e della realtà condivisa come premessa perché ogni forma di dominio possa attecchire. Difendere la libertà, allora, significa prima di tutto difendersi dal falso.

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Ci dovrebbe essere un obbligo per le aziende ti inserire nell’immagine un simbolo o un riferimento che la stessa è stata creata da una IA e non corrisponde alla realtà.
Voglio poi consigliare ai redattori, agli autori e anche ai lettori di InOltre di abbandonare il social X.
A Musk dei diritti delle persone e del rispetto delle regole anche solo di buon senso e buona convivenza, non frega nulla. Anche la difesa del free speech è una buffonata per ingenui.
L’interesse principale è monetizzare il più possibile, anche sostenendo e finanziando (come sta facendo) ammiratori neo-nazisti e personaggi criminali che fanno della menzogna e del caos informativo una professione.
Capisco che le interazioni e la visibilità siano superiori ad altri social in stile Twitter, ma non vale la pena alimentare una tale macchina di distruzione del processo di buona informazione e diffusione dei fatti, dove dopotutto l’algoritmo è manipolato per privilegiare certi utenti e narrazioni consone alla linea del padrone di casa.
Non sono d’accordo con l’abbandonare X e non per via delle visualizzazioni (i blocchi agli account europei sono tali ormai che X rappresenta solo un frammento del nostro traffico) ma perché 1. Twitter non è nato con Musk e non finirà con lui 2. Perché chi lascia perde sempre.
Non è più Twitter, l’ambiente è palesemente manipolato e invaso da bot non aiutando la diffusione dei propri contenuti non apprezzati dall’algoritmo e dalle decisioni della dirigenza. Non è una chiara censura, però è un trucco che la rende quasi tale.
Pensi di pubblicare liberamente ma la diffusione non avviene realmente. Inoltre anche il sistema dei like e dei repost è manipolato, non aiutando di certo. Quando l’ambiente diventa tossico e chiaramente non puoi cambiarlo, bisogna cercare di non continuare ad alimentarlo.
Credo ci siano anche altre alternative. Anche Facebook riscontra problemi simili, non in maniera così deliberata e manipolata, ma è meglio di X in fondo.
Noi siamo su tutte le piattaforme, anche quelle che hai citato.
Lo sapevo, appunto per quello si potrebbe fare a meno di stare su X.
Si chiamasse Terzo Reich o qualche altro nome in riferimento al nazismo o ad altra dittatura (anche comunista, per carità), Lei ci starebbe lo stesso?
E’ un trucco dei movimenti estremisti moderni quello di avere nomi apparentemente neutrali e parlare in maniera fintamente democratica per raggiungere popolarità e avere diffusione dei propri contenuti.
Penso Lei lo sappia meglio di me, avendo letto diversi suoi articoli che richiamano ciò.