

Nella maggior parte dei Paesi europei la carta d’identità è un dato così ovvio da sembrare naturale, al punto che appare quasi grottesco constatare come nel Regno Unito non esista alcun documento unico. Ancora più surreale è che ogni volta che un governo prova a introdurlo, si scateni un clamore sproporzionato.
Così l’annuncio di Keir Starmer di voler puntare su un sistema di identificazione digitale ha immediatamente innescato polemiche da entrambi i fronti politici, come se avesse toccato un nervo scoperto della nazione.
È un vero e proprio tabù, una di quelle questioni che trascendono la razionalità e diventano terreno minato: tanto che proporla, in piena crisi, richiede non solo coraggio ma anche una certa dose di incoscienza. Nel dibattito britannico, la carta d’identità ha assunto lo stesso destino del ponte sullo Stretto di Messina in Italia: tutti sanno che servirebbe, ma è talmente caricata di simboli, paure e ideologia da trasformarsi puntualmente nell’arma perfetta per chi vuole attaccare un governo.
Tony Blair ne fece il proprio cavallo di battaglia. Nel 2006 il Parlamento approvò le ID Cards, pensate per rafforzare la sicurezza e semplificare la pubblica amministrazione. Non videro mai la luce. La proposta fu bloccata dalla Camera dei Lords, Blair si dimise di lì a poco e Gordon Brown, travolto dalla crisi del 2008, rimandò la lotta ad un eventuale secondo mandato che non avvenne. Nel 2010, appena insediato, Cameron le cancellò, presentando la decisione come la liberazione da una deriva “orwelliana”. Da allora, l’idea di un documento unico è rimasta sospesa tra necessità pratica e ossessione libertaria, simbolo della diffidenza britannica verso qualsiasi forma di schedatura centrale.
Le contraddizioni della destra non mancano. Sotto Rishi Sunak è stato introdotto l’obbligo di presentare un documento d’identità per poter votare alle elezioni, in un Paese che non ha una carta d’identità nazionale. Una misura che ha costretto i comuni a inventarsi certificati temporanei per tutti coloro che erano sprovvisti di passaporto o patente di guida.
La sinistra ha letto quella scelta come un espediente per limitare l’accesso al voto di intere fasce di popolazione: i più giovani, che spesso non hanno ancora una patente o un passaporto, e i più anziani. Il paradosso è evidente: la stessa destra che oggi accusa Starmer di voler imporre uno Stato orwelliano, è quella che solo ieri non ha esitato a introdurre un obbligo d’identificazione alle urne mentre si oppone alla creazione di documenti d’identificazione.
È qui che si colloca la scommessa di Starmer: proporre l’identità digitale non solo come strumento amministrativo, ma come parte del suo “Piano per il Cambiamento”. Il rischio è enorme: per la destra è il segno di uno Stato spia, per la sinistra un tradimento delle libertà civili. Ma il premier ha scelto di sfidare il tabù, pur consapevole che ogni governo che ci ha provato è finito impantanato nelle stesse accuse: di voler trasformare il Regno Unito in un Paese di sorvegliati speciali.
Per far digerire meglio la pillola, Starmer ha presentato le Carte d’identità come un sistema per combattere l’immigrazione. Il nuovo documento, interamente digitale, sarebbe obbligatorio per le assunzioni. Si tratterebbe di un’applicazione, conservata sui cellulari, come già avviene per l’app del Sitema Sanitario Nazionale (Nhs) o i pagamenti contactless. Renderà più semplice l’accesso a servizi pubblici e fiscali e più difficile lavorare illegalmente.
Le critiche a Starmer sono arrivate anche dall’interno del suo stesso partito. Il deputeto laburista Ian Byrne ha pubblicato un messaggio sui social media dicendo: “Tra tutte le politiche meritevoli che il partito laburista potrebbe promuovere, ha scelto questa. Oltre ogni dubbio. Profondamente impopolare tra i miei elettori e per una buona ragione. Non lo sosterrò e farò tutto il possibile per garantire che non diventi legge.” Tuttavia, intervenendo al Global Progress Action Summit, Darren Jones, ministro del Cabinet Office e segretario capo del Primo Ministro, ha affermato che il piano potrebbe consentire una maggiore riforma del servizio pubblico. “Se riusciremo a far funzionare questo sistema di identificazione digitale e a coinvolgere i cittadini, questo costituirà il fondamento dello Stato moderno e consentirà una riforma del servizio pubblico davvero entusiasmante in futuro.”
Intanto, oltre un milione di persone hanno firmato una petizione online contro l’introduzione del documento unico.
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