

Le risposte dei leader europei alle prese di posizione di Donald Trump sulla Groenlandia sono state in larga parte allineate nei contenuti: difesa del diritto internazionale, rifiuto di pressioni economiche tra alleati, richiamo al quadro multilaterale. In questo quadro apparentemente uniforme, il discorso di Keir Starmer si distingue non per i toni, rimasti costantemente misurati, né per dichiarazioni plateali, che non ci sono state, ma per la densità del sottotesto.
Dietro una diplomazia pacata, quasi deferente, tipicamente britannica e a tratti persino compiacente nella forma, Starmer costruisce in realtà la presa di posizione più dura e politicamente impegnativa: non una risposta emotiva o polemica, ma una delimitazione precisa dei confini dell’alleanza, una lista di principi non negoziabili e un rifiuto esplicito, seppur istituzionalmente formulato, della logica del ricatto economico e del revisionismo territoriale. È proprio questa combinazione tra tono mite e contenuto fermo a rendere il suo intervento il più eloquente e, per Washington, il più difficile da ignorare.
Il discorso è suddiviso in quattro blocchi principali.
Nella prima parte, Starmer apre con una formula generica e non conflittuale: Non nomina gli Stati Uniti, non parla di Groenlandia né di dazi. È una scelta mirata a evitare l’impressione di una risposta emotiva o reattiva e che presenta il quadro generale: un contesto internazionale problematico.
Eppure, tenendosi lontano da riferimenti diretti, Starmer enuncia subito il nodo cruciale: parla di “chiarezza sui valori e sugli interessi”, ovvero dichiara fin dall’inizio (in modo ancora velato) che il Regno Unito non accetterà un baratto: interessi economici in cambio di silenzio politico. È un riferimento implicito all’uso dei dazi come strumento di pressione politica da parte degli Stati Uniti.
Il richiamo alla “lunga storia” del Regno Unito e ai valori “costruiti pazientemente nel tempo” ha un sottotesto molto chiaro: è un modo per contrapporre la stabilità istituzionale britannica all’imprevedibilità dell’attuale leadership americana. Starmer sta dicendo: noi non cambiamo linea a seconda del leader o della convenienza del momento. È una critica indiretta al decisionismo transazionale di Trump, senza mai nominarlo.
La frase finale di questa prima parte è la più densa sul piano politico. “Siamo pragmatici nel perseguire i nostri interessi” (il Regno Unito non cerca lo scontro), ma: “siamo anche risoluti nel difendere quei valori quando conta davvero”. Questo è un avvertimento diplomatico: c’è un limite oltre il quale il pragmatismo finisce. L’annessione o il tentativo di appropriarsi di territori sovrani, come la Groenlandia, e l’uso dei dazi come ricatto politico rientrano implicitamente in quel limite.
A chi sta parlando Starmer?
A molti interlocutori contemporaneamente. Vediamo quali:
- Agli Stati Uniti, per dire: non vi seguiremo su una linea di coercizione e revisionismo territoriale, anche se questo ha un costo economico.
- Agli alleati europei, per segnalare che Londra non farà da cavallo di Troia americano dentro l’Europa.
- All’apparato statale britannico (diplomazia, difesa, intelligence), per allineare tutti su una postura più ferma rispetto al passato.
- All’elettorato interno, comunicando che la questione riguarda tutti
In sintesi, Starmer sta dicendo: il Regno Unito non romperà con gli Stati Uniti, ma non accetterà neppure un rapporto fondato sulla minaccia economica o sull’abbandono delle regole.
Nella seconda parte del discorso, Starmer entra nel vivo, scegliendo gli Stati Uniti come primo interlocutore. Segnala che, nonostante le tensioni, Washington resta il perno della politica estera britannica. La ripetizione di “alleati stretti e partner stretti” è un’enfasi voluta. Sta blindando l’idea della “special relationship” prima ancora che qualcuno possa metterla in discussione.
Quando dice che il rapporto è fondamentale non solo per la sicurezza, ma anche per la prosperità interna, sta collegando la politica estera al benessere quotidiano dei cittadini. È un messaggio rivolto all’opinione pubblica britannica: qualsiasi fermezza futura nei confronti degli Stati Uniti non sarà ideologica, ma misurata in base all’impatto su lavoro, investimenti e stabilità economica.
Il passaggio su “sotto il presidente Trump, come sotto i presidenti precedenti” è tra i più importanti sul piano del sottotesto. Starmer normalizza Trump. Lo inserisce in una continuità istituzionale, non lo tratta come un’eccezione storica. È una mossa doppia: rassicura l’apparato diplomatico e militare americano e, allo stesso tempo, toglie a Trump la possibilità di presentare il rapporto con Londra come personale. Il messaggio implicito è: il rapporto è con gli Stati Uniti, non con un uomo.
La frase “questo approccio sta dando frutti” segna il passaggio dalla diplomazia alla politica. Starmer elenca risultati concreti: investimenti, cooperazione militare, intelligence, accordi commerciali. Sta dicendo: la linea morbida non è resa, è strategia che funziona.
Eppure, in questa mossa mirata a mettere a tacere le critiche di chi lo ha visto troppo compiacente nei confronti di Trump, approfondisce il tema della linea rossa attraverso l’insistenza su difesa, nucleare e intelligence parlando ora direttamente all’amministrazione statunitense: qualunque crisi politica o commerciale non deve contaminare il cuore della cooperazione strategica.
La frase finale è la chiave interpretativa di tutto il paragrafo. “Le alleanze mature non consistono nel fingere che le differenze non esistano”. Qui Starmer prepara il terreno allo scontro controllato. Sta dicendo: il dissenso arriverà, ed è legittimo. Ma sarà gestito di persona, non con rotture pubbliche. È un avvertimento diplomatico a Trump: Londra non farà scenate, ma non accetterà ricatti.
In sintesi, a livello profondo Starmer sta costruendo uno spazio politico per dire “no” agli Stati Uniti, senza che quel “no” appaia come una rottura improvvisa o ideologica.
Nella terza parte del discorso Starmer affronta la questione della Groenlandia. Questo è il passaggio più esplicito e rischioso del discorso. Qui il premier britannico smette di preparare il terreno e prende posizione, ma lo fa con una costruzione linguistica pensata per non far saltare l’alleanza.
L’apertura è volutamente moderata. Starmer parla di “dialogo calmo tra alleati”. È una frase che ha due obiettivi. Primo, nega la legittimità di annunci unilaterali o minacce pubbliche. Secondo, rifiuta l’idea che la questione possa essere risolta con la forza o con la pressione economica. Sta dicendo: questo non è un dossier che Trump può gestire come una trattativa commerciale.
Subito dopo, Starmer riconosce la centralità strategica della Groenlandia. Non minimizza il problema. Questo è un segnale diretto a Washington: Londra capisce perché la Groenlandia conta. Quindi la critica che seguirà non potrà essere liquidata come ingenuità o pacifismo.
Quando afferma che gli Stati Uniti saranno “centrali” e che il Regno Unito è pronto a contribuire “pienamente” attraverso la NATO, Starmer sta blindando il perimetro atlantico. Sta dicendo: la sicurezza dell’Artico si fa dentro la NATO, non attraverso acquisizioni territoriali o accordi bilaterali coercitivi. È una riaffermazione dell’ordine multilaterale contro una logica di potenza.
Poi arriva la svolta: “Ma c’è un principio che non può essere messo da parte”. Questa frase segnala l’ingresso nel territorio dei valori non negoziabili. È il momento in cui Starmer esplicita la linea rossa.
La dichiarazione sul diritto esclusivo del popolo groenlandese e del Regno di Danimarca a decidere sul futuro dell’isola è una smentita diretta, anche se diplomatica, dell’idea che la Groenlandia possa essere “appropriata”. È diritto internazionale espresso senza ambiguità. Qui Starmer parla chiaramente contro Trump. È un “no” netto.
Il paragrafo sulla Danimarca è di grande rilievo strategico. È una mossa di isolamento politico: Starmer ricorda che la Danimarca ha combattuto e perso uomini al fianco degli Stati Uniti e del Regno Unito. Il sottotesto è potente: mettere sotto pressione la Danimarca significa colpire un alleato che ha pagato il prezzo massimo della lealtà. È un richiamo morale diretto a Washington.
Quando Starmer dice che “le alleanze durano perché si fondano sul rispetto, non sulla pressione”, rovescia la logica trumpiana della coercizione economica. E infatti il passaggio successivo è il più diretto di tutto il discorso: “l’uso dei dazi contro gli alleati è completamente sbagliato”. Qui non c’è più ambiguità. È una condanna esplicita.
La frase “alleanze forti proteggono gli interessi condivisi” è la sintesi ideologica del discorso.
In sintesi, Starmer accetta il confronto strategico globale, riconosce la leadership americana, ma rifiuta apertamente la politica del ricatto e del revisionismo territoriale. Sta dicendo agli Stati Uniti: restiamo alleati, ma se rompete le regole, il Regno Unito non vi seguirà. E lo dice nel modo più pericoloso possibile in diplomazia: con calma, chiarezza e principi espliciti.
Il paragrafo finale chiude il cerchio. Starmer qui non sta più parlando solo di Groenlandia o di Trump: sta enunciando un’intera dottrina di governo.
Quando dice “permettetemi di dire perché tutto questo conta così direttamente per le persone qui in patria”, Starmer sancisce la politica estera non è separabile dalla politica interna.
La frase “la geopolitica non è qualcosa che accade altrove” è una dichiarazione programmatica. Qui Starmer parla a un elettorato che ha vissuto Brexit, inflazione, shock energetici. Il sottotesto è chiaro: chi promette isolamento o “riprendiamoci il controllo” mente. In un mondo interconnesso, le scelte internazionali arrivano direttamente sul tavolo della cucina.
Gli esempi che seguono – energia, cibo, posti di lavoro – sono le leve emotive più forti per una leadership laburista. Starmer sta dicendo: la linea dura o teatrale in politica estera la pagano sempre gli stessi. È una critica indiretta sia al trumpismo sia alla politica spettacolo in generale. Quando afferma che “raramente sono coloro che detengono più potere a pagare il prezzo”.
Il passaggio sul “governo attivo” è centrale. Starmer sta ridefinendo il concetto di Stato: non uno Stato ideologico, ma uno Stato che interviene per assorbire gli shock. È una risposta sia alla deregolamentazione aggressiva americana sia all’austerità britannica dei tories.
Il collegamento tra costo della vita e politica estera è il punto più sofisticato del discorso. “Affrontare il costo della vita significa anche un impegno oltre i nostri confini” è una frase che ribalta la logica sovranista. Non dice: “Usciamo dal mondo per proteggerci”. Dice: dobbiamo plasmare il mondo.
Quando insiste su diritto internazionale, regole, prevedibilità, Starmer sta parlando direttamente agli Stati Uniti, ma senza più nominarli. Il sottotesto è chiarissimo: l’uso dei dazi come ricatto e l’idea di appropriazione territoriale aumentano l’incertezza e quindi il costo della vita. È una critica economica prima ancora che morale.
La parte su pragmatismo e rifiuto degli slogan è un colpo diretto contro Reform UK e la politica dei social. Quando parla di “post arrabbiato” e di “esibizionismo politico”, Starmer sta delegittimando l’intera strategia comunicativa dei suoi avversari – serietà contro spettacolo.
Il ringraziamento a Kemi Badenoch per il sostegno su Groenlandia e dazi è una mossa molto importante. Serve a costruire un fronte istituzionale e a isolare chi resta fuori. Il sottotesto è: su questi temi non c’è spazio per il populismo.
La conclusione è una dichiarazione di identità politica. “Saldo in patria, impegnato all’estero”.
A chi sta parlando davvero, in questo finale?
- All’elettorato britannico, per spiegare perché la fermezza verso Trump non è ideologica ma necessaria.
- Agli Stati Uniti, per dire: se destabilizzate l’ordine, colpite direttamente i cittadini dei vostri alleati.
- All’Europa, per rassicurare che Londra crede in una politica basata su regole e cooperazione.
- Ai mercati, per garantire che non ci saranno reazioni impulsive o avventuriste.
- Ai populisti, per dire apertamente: la vostra politica non è in linea con quella tradizionale di questo Paese.
In sintesi, il paragrafo finale trasforma una crisi diplomatica in una narrazione di governo. Starmer dice: non scegliamo tra valori e benessere materiale – sono la stessa cosa. E in un mondo instabile, la vera radicalità non è il gesto plateale, ma la competenza, la continuità e la capacità di dire “no” senza alzare la voce.
Il discorso integrale di Starmer
Il mondo è diventato sensibilmente più turbolento nelle ultime settimane.
Gli eventi si muovono rapidamente e, in momenti come questo, ciò che conta di più è avere chiarezza sui valori e sugli interessi che ci guidano, anche quando le circostanze cambiano.
Il Regno Unito ha una lunga storia. I nostri valori non sono stati improvvisati: sono stati costruiti pazientemente nel tempo. E se siamo pragmatici nel modo in cui perseguiamo i nostri interessi, siamo anche risoluti nel difendere quei valori quando conta davvero.
Permettetemi quindi di iniziare dagli Stati Uniti.
Il Regno Unito e gli Stati Uniti sono alleati stretti e partner stretti. Questo rapporto è di fondamentale importanza – non solo per la nostra sicurezza, ma anche per la prosperità e la stabilità da cui dipendono le persone qui in patria.
Sotto il presidente Trump, come sotto i presidenti precedenti, siamo determinati a mantenere questo rapporto forte, costruttivo e orientato ai risultati. E questo approccio sta dando frutti. Attraverso un impegno costante, abbiamo visto un significativo afflusso di investimenti statunitensi nell’economia del Regno Unito, pari a centinaia di miliardi di sterline, a sostegno della crescita, delle competenze e dei posti di lavoro in tutto il Paese.
E la nostra cooperazione in materia di difesa, capacità nucleare e intelligence resta tra le più strette ed efficaci al mondo, mantenendo la Gran Bretagna al sicuro in un contesto sempre più pericoloso.
Abbiamo ottenuto buone condizioni commerciali in settori chiave, tra cui automotive, acciaio, aerospazio e scienze della vita, tutelando i posti di lavoro e i produttori britannici. È per questo che adottiamo questo approccio. Perché produce risultati concreti nell’interesse nazionale.
Parlo regolarmente con il presidente Trump. Il mio team è in contatto quotidiano con tutte le figure chiave della sua amministrazione. Questi rapporti contano e producono risultati concreti nell’interesse nazionale. Le alleanze mature non consistono nel fingere che le differenze non esistano; consistono nell’affrontarle direttamente, con rispetto e con un focus sui risultati.
Sulla Groenlandia, il modo corretto di affrontare una questione così seria è attraverso un dialogo calmo tra alleati. Sia chiaro: la sicurezza della Groenlandia è importante e lo sarà sempre di più man mano che il cambiamento climatico trasforma l’Artico. Con l’apertura delle rotte marittime e l’intensificarsi della competizione strategica, l’Alto Nord richiederà maggiore attenzione, maggiori investimenti e una difesa collettiva più forte.
Gli Stati Uniti saranno centrali in questo sforzo, e il Regno Unito è pronto a contribuire pienamente accanto ai suoi alleati attraverso la NATO.
Ma c’è un principio che non può essere messo da parte, perché riguarda il cuore stesso del funzionamento di una cooperazione internazionale stabile e affidabile. E dunque, qualsiasi decisione sul futuro status della Groenlandia spetta esclusivamente al popolo della Groenlandia e al Regno di Danimarca. Questo diritto è fondamentale e noi lo sosterremo.
La Danimarca è una stretta alleata del Regno Unito e degli Stati Uniti – un orgoglioso membro della NATO che ha combattuto al nostro fianco, anche pagando un costo umano reale, negli ultimi decenni.
Le alleanze durano perché si fondano sul rispetto e sulla partnership, non sulla pressione. È per questo che affermo che l’uso dei dazi contro gli alleati è completamente sbagliato. Non è il modo giusto di risolvere le divergenze all’interno di un’alleanza. Né è utile presentare il rafforzamento della sicurezza della Groenlandia come una giustificazione per esercitare pressioni economiche.
Misure di questo tipo danneggiano i lavoratori britannici, le imprese britanniche e l’economia britannica, ed è per questo che sono stato così chiaro su questo tema. Una guerra commerciale non è nell’interesse di nessuno, e il mio compito è sempre agire nell’interesse nazionale del Regno Unito.
Per questo ieri ho parlato con il presidente Trump, con i leader europei e con il Segretario Generale della NATO, per trovare una soluzione fondata su partenariato, fatti e rispetto reciproco. Perché è così che le alleanze forti proteggono gli interessi condivisi.
Lo stesso vale per altre questioni. In Medio Oriente, accogliamo con favore l’attenzione del presidente Trump nel sostenere il cessate il fuoco a Gaza e nel passare alla Fase 2. Siamo aperti a partecipare in modo costruttivo a questi sforzi.
Sull’Ucraina, sarò breve. Sosteniamo con forza gli sforzi per porre fine alle uccisioni e ottenere un cessate il fuoco il prima possibile. Riconosciamo il ruolo del presidente Trump nel far avanzare questo processo e lavoreremo a stretto contatto con gli Stati Uniti, l’Ucraina e gli altri alleati per esercitare pressione dove deve essere esercitata: su Putin.
Infine, permettetemi di dire perché tutto questo conta così direttamente per le persone qui in patria. Nel mondo di oggi, la geopolitica non è qualcosa che accade altrove. Influenza il costo dell’energia, il prezzo del cibo, la sicurezza dei posti di lavoro e la stabilità su cui le famiglie fanno affidamento per pianificare le proprie vite. Quando la guerra fa aumentare i prezzi dei carburanti, sono le famiglie a sentirlo per prime. Quando le catene di approvvigionamento si spezzano, sono le piccole imprese e i lavoratori ad assorbire l’urto. E quando cresce l’instabilità, raramente sono coloro che detengono più potere a pagare il prezzo.
È per questo che l’approccio di questo governo si fonda su una convinzione semplice: dobbiamo usare ogni strumento dell’azione di governo – a livello nazionale e internazionale – per difendere gli interessi delle persone comuni. In patria, questo significa un governo attivo. Significa assumersi la responsabilità della stabilità economica affinché l’inflazione sia sotto controllo, i tassi di interesse scendano e i bilanci familiari siano protetti. Significa intervenire dove i mercati falliscono, rafforzare la resilienza e garantire che gli shock globali non colpiscano sempre le stesse persone, negli stessi luoghi. Le persone meno in grado di resistervi. È per questo che abbiamo agito per ridurre le bollette energetiche, congelare le tariffe ferroviarie e i costi dei farmaci su prescrizione.
Ma affrontare oggi il costo della vita significa anche impegno oltre i nostri confini. Richiede di plasmare il mondo che ci circonda, non di ritirarcene. Richiede alleanze forti, una diplomazia solida e regole che riducano l’incertezza invece di amplificarla.
È per questo che il nostro impegno verso il diritto internazionale e verso alleanze fondate sulla fiducia non è astratto né ideologico. È pratico. Riguarda stabilità, prevedibilità ed equità – le condizioni che mantengono bassi i prezzi, sicuri i posti di lavoro e resilienti le economie. Questo è ciò che significa un governo attivo in un’epoca di incertezza: saldo in patria, impegnato all’estero e sempre concentrato sulla protezione delle persone che serviamo.
La Gran Bretagna è un Paese pragmatico. Cerchiamo l’accordo. Crediamo nella partnership. Preferiamo le soluzioni agli slogan. E non indulgeremo in commenti e politiche di pura apparenza che danneggiano il popolo britannico.
Ma essere pragmatici non significa essere passivi. E la partnership non significa abbandonare i principi. È per questo che è importante essere chiari su chi sosteniamo, per cosa ci battiamo e dove risiedono i nostri interessi.
Questo è un momento in cui l’intero Paese deve restare unito. Accolgo quindi con grande favore il sostegno ricevuto, in merito alla Groenlandia e ai dazi proposti, da parte della Leader dell’opposizione. La ringrazio per il suo sostegno.
In momenti come questo, ci saranno sempre persone che puntano sul gesto plateale, che pensano che un post arrabbiato sui social o l’esibizionismo politico possano sostituire il lavoro serio. È un istinto comprensibile. Ma non è efficace, e non lo è mai stato. Può far sentire bene i politici, ma non fa nulla per i lavoratori, i cui posti di lavoro, mezzi di sussistenza e sicurezza dipendono dalle relazioni che costruiamo nel mondo.
Per concludere: Lavoreremo con i nostri alleati – in Europa, nella NATO e con gli Stati Uniti. Manterremo aperto il dialogo. Difenderemo il diritto internazionale. E useremo tutta la forza dell’azione di governo – in patria e all’estero – per proteggere la sicurezza, il tenore di vita e il futuro del popolo britannico.
Questo è l’approccio che adotterò come Primo Ministro. Ed è la responsabilità che questo momento ci impone. Grazie.

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Discorso ampiamente condivisibile, ma bisogna essere consapevoli che queste cose con un personaggio come Trump non funzionano.
Lui sa che il Regno Unito e gli Stati europei dipendono in vari settori economici e soprattutto quello della difesa e della tecnologia dagli Stati Uniti.
Quindi può permettersi di assumere una strategia aggressiva nel pretendere obiettivi dichiarati, perché gli alleati (ma per lui anche concorrenti) non avrebbero la forza necessaria per reagire e rispondere adeguatamente nel caso accadesse l’impensabile.
Non sto difendendo il pensiero e la logica di Trump, ma così al momento le dichiarazioni e le azioni stanno delineando questo. E non si sa fin dove e come si spingerà, se davvero avesse intenzioni serie di conquista territoriale.
Le reazioni britanniche ed europee ci saranno inevitabilmente, ma sortiranno pochi cambiamenti nell’idea di Trump. Forse un impatto delle eventuali ritorsioni europee sull’economia americana potranno far cambiare idea, ma credo sarà minimo per come sono messe le posizioni in economia e nel commercio al momento. Credo subirebbe di più l’Europa, per i motivi già citati.
Forse solo un serio impegno militare ed economico a difendere la Groenlandia (e anche l’Ucraina a questo punto) da parte loro potrebbe far ritardare le pretese di Trump su di essa.
Certo non con quello che si sta vedendo, con le poche centinaia di uomini messe a disposizione sull’isola.
Serve una reazione seria e dimostrativa, sempre che ci siano la volontà e la disponibilità a metterla in pratica.
Complimenti per questo articolo chiarissimo ed emblematico nel commentare il discorso del premier inglese. Conosco gli inglesi, spesso non risultano simpatici, ma gli va riconosciuta una qualità indiscutibile, quella di saper esprimere con sottile chiarezza concetti anche particolarmente complessi.
A perderci in un confronto stupido e controproducente quale quello avviato da Trump – uscito peraltro allo scoperto ammettendo apertamente che i dazi sono un’arma di ricatto, non già una politica per fare il bene degli Stati Uniti – ci sono anche gli americani. E mi sa che se ne stanno accorgendo.
In fine, ribadisco una personale convinzione: l’operato in politica (fatico ad usare questo termine) internazionale del POTUS non può considerarsi disgiunto dalla politica interna, in un perverso intrico con gli opachi interessi personali. Peggio di così…