2 thoughts on “Starmer riscrive i confini della “special relationship” con gli USA

  1. Discorso ampiamente condivisibile, ma bisogna essere consapevoli che queste cose con un personaggio come Trump non funzionano.
    Lui sa che il Regno Unito e gli Stati europei dipendono in vari settori economici e soprattutto quello della difesa e della tecnologia dagli Stati Uniti.
    Quindi può permettersi di assumere una strategia aggressiva nel pretendere obiettivi dichiarati, perché gli alleati (ma per lui anche concorrenti) non avrebbero la forza necessaria per reagire e rispondere adeguatamente nel caso accadesse l’impensabile.
    Non sto difendendo il pensiero e la logica di Trump, ma così al momento le dichiarazioni e le azioni stanno delineando questo. E non si sa fin dove e come si spingerà, se davvero avesse intenzioni serie di conquista territoriale.
    Le reazioni britanniche ed europee ci saranno inevitabilmente, ma sortiranno pochi cambiamenti nell’idea di Trump. Forse un impatto delle eventuali ritorsioni europee sull’economia americana potranno far cambiare idea, ma credo sarà minimo per come sono messe le posizioni in economia e nel commercio al momento. Credo subirebbe di più l’Europa, per i motivi già citati.
    Forse solo un serio impegno militare ed economico a difendere la Groenlandia (e anche l’Ucraina a questo punto) da parte loro potrebbe far ritardare le pretese di Trump su di essa.
    Certo non con quello che si sta vedendo, con le poche centinaia di uomini messe a disposizione sull’isola.
    Serve una reazione seria e dimostrativa, sempre che ci siano la volontà e la disponibilità a metterla in pratica.

  2. Complimenti per questo articolo chiarissimo ed emblematico nel commentare il discorso del premier inglese. Conosco gli inglesi, spesso non risultano simpatici, ma gli va riconosciuta una qualità indiscutibile, quella di saper esprimere con sottile chiarezza concetti anche particolarmente complessi.
    A perderci in un confronto stupido e controproducente quale quello avviato da Trump – uscito peraltro allo scoperto ammettendo apertamente che i dazi sono un’arma di ricatto, non già una politica per fare il bene degli Stati Uniti – ci sono anche gli americani. E mi sa che se ne stanno accorgendo.
    In fine, ribadisco una personale convinzione: l’operato in politica (fatico ad usare questo termine) internazionale del POTUS non può considerarsi disgiunto dalla politica interna, in un perverso intrico con gli opachi interessi personali. Peggio di così…

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