


Forse un giorno verranno scritti dei trattati sull’odio verso Keir Starmer. Difficile stabilire quanto pesi l’operazione mediatica, quanto agiscano fattori più profondi, o se la prima, facendo leva sui secondi, abbia prodotto qualcosa che somiglia a una dissociazione collettiva dalla realtà. Il caso Starmer solleva una domanda che riguarda l’intera democrazia occidentale: cosa resta della legittimità elettorale quando la percezione del potere viene costruita — e distrutta — prima ancora che un governo cominci?
Sull’odio irrazionale verso il Primo Ministro britannico Keir Starmer, forse un giorno verranno scritti dei trattati. Difficile dire quanto pesi l’operazione mediatica, o quanto invece agiscano fattori più profondi. Oppure se la prima, facendo leva sui secondi, abbia finito per produrre una dinamica che somiglia a una forma di dissociazione collettiva dalla realtà.
Nel caso di Starmer si è assistito a 22 mesi di martellamento, in cui qualunque sua azione è stata letta attraverso una lente ostile, proveniente in larga parte dalla stampa di destra ma anche da quella progressista. Perché Starmer, che piaceva agli iscritti del Labour e agli elettori che gli avevano garantito un’ampia maggioranza parlamentare, non era gradito alla stampa di sinistra, che non gli ha mai perdonato la virata centrista. Da qui, un insolito punto di convergenza tra media opposti, che ha finito per produrre una lettura negativa uniforme, contribuendo a una saldatura tra narrazione giornalistica e percezione pubblica.
A questo si è aggiunta l’azione di attori esterni: deepfake, campagne virali capaci di moltiplicarsi sulle piattaforme social fino a deformare il discorso pubblico. E poi le rivolte dell’estrema destra contro gli hotel che ospitavano migranti appena dieci giorni dopo l’insediamento, come se un governo appena formato potesse esserne responsabile. Il punto, era destabilizzare Starmer prima ancora che cominciasse.
Poi gli scandali e gli spin mediatici: alcuni reali ma triviali, come quello dei regali ai deputati, pratica di cui Westminster non è mai stata innocente, altri costruiti attraverso un rovesciamento della realtà, come nel caso delle grooming gangs, dove l’uomo che, da procuratore, aveva contribuito ad arresti e condanne veniva descritto come colui che avrebbe occultato il fenomeno. E poi altre polemiche, fino al caso Mandelson, in cui le responsabilità politiche di Starmer esistevano, ma in misura circoscritta.
Eppure, tutto questo non basta a spiegare il livello di ostilità che lo circonda. Perché il fenomeno sembra toccare una trasformazione più profonda della politica contemporanea: l’incapacità di tollerare figure che non incarnino una forma di teatralità carismatica o antagonismo identitario. In questo quadro, la sobrietà amministrativa diventa un limite narrativo.
L’anti-populista Starmer è troppo sobrio per entusiasmare, troppo moderato per sopravvivere agli algoritmi. Era stato accusato di essere morbido sull’immigrazione. 22 mesi dopo, l’ha ridotta del 70%, ha chiuso gli hotel utilizzati per ospitare i richiedenti asilo e ridotto gli sbarchi. Ha ridotto le liste d’attesa della sanità, ha aumentato il potere d’acquisto dei cittadini, ha portato l’economia britannica a registrare la maggiore crescita del G7 nel primo trimestre del 2026, pari allo 0,6% del Pil. Non basta perché l’ostilità verso il premier precede i fatti e sopravvive ai numeri.
Ed è nella dissociazione tra la realtà empirica e la percezione che la democrazia vacilla. Starmer non viene giudicato per ciò che fa, ma per ciò che deve rappresentare nel racconto collettivo. Così, il suo caso diventa un monito per ogni leader occidentale: un premier sottoposto a una pressione mediatica costante, indipendentemente dagli esiti delle sue politiche, può essere dichiarato “finito” per pura dinamica narrativa. Il paese e i bisogni reali dei cittadini sfumano sullo sfondo, e il voto alle urne diventa meno rilevante di un sondaggio settimanale, influenzato dal clima mediatico che lo precede.
Ed è questo il nodo: che cosa resta della democrazia quando la legittimità di un leader non viene sancita da un mandato elettorale, ma dai sondaggi, e quando la percezione della leadership è prodotta da media che non si limitano a descrivere il potere, ma mirano a definirlo?
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Pare però che ci sia più un problema di coesione nel Labour che una scontata e legittima campagna di contrasto da parte della destra.
Starmer ha fatto una campagna elettorale incentrata su promesse poi rivelatisi scarsamente realizzabili, data la situazione delicata fiscale assomigliante sempre più a una di tipo italiana.
E il non aver attuato certe politiche programmate prima delle elezioni ha irritato vari membri del partito prima degli elettori, che ora lo vogliono mettere da parte.
Aldilà di tutto poi è chiaro che l’Inghilterra e il Regno Unito in generale stanno attraversando una crisi interna strutturale e fiscale (tipica ormai di tutti i grandi Paesi europei anche) che avvantaggerà sempre più i partiti e le coalizioni populiste.
Come è avvenuto e sta avvenendo in Italia.
E’ solo questione di tempo che prima o poi vadano a governare loro.
Dissento. Starmer ha fatto una campagna estremamente realistica, in contrasto con i predecessori sia laburisti che conservatori. È un antipopulista. Tutto era matter of fact nel programma. Un manifesto così equilibrato che dopo soli 22 mesi ha già attuato 4 dei 6 punti, con gli altri come work in progress. Infatti è di gran lunga in anticipo con il programma.
Io credo che il problema (dimostrato da questo commento) è ciò che si crede vero da quanto si legge sui social o sui giornali e la verifica dei fatti: lettura del manifesto e raffronto con quanto varato.
Insomma, Starmer ha commesso numerosi errori in un contesto estremamente difficile, ma nonostante tutto, il suo bilancio è positivo. E questa è la difficoltà di Burnham. E anche di Farage. Ogni giorno che passa emergono i risultati delle politiche controverse attuate nei primi 2 anni e diventa più difficile scalzarlo. Perché il problema non è mai stato quello che fa o non fa, ma ciò che rappresenta.
Guardi, il Labour ha scelto Starmer perché avrebbe cercato di realizzare ciò che i membri del partito si aspettavano, cioè trovare le risorse per potenziare i servizi pubblici e il welfare senza tassare ulteriormente i cittadini britannici. E questo non è stato in grado di farlo.
Non gliene faccio io una colpa, i vincoli della realtà sono a volte non facilmente sormontabili, ma evidentemente a molti membri del partito questo non sta andando bene.
Non è la solita destra chiacchierona a sfiduciare il primo ministro, anche perché potrebbe fare ben poco a parte gli slogan e i titoli sui giornali.
E’ il suo stesso partito.
Dissento di nuovo. Sanità e trasporti pubblici sono migliorati sostanzialmente in soli 2 anni. Per di più adesso finalmente riesci a prendere un treno senza aprire un mutuo sulla casa. È stata di nuovo introdotta la mensa gratis per bambini delle fasce a basso reddito (con i tories, a volte toccava sfamarli a spese degli insegnanti… io ho insegnato per 14 anni lì), è stato riaperto Sure Start, il capolavoro per i servizi alle famiglie di Blair, chiuso da Cameron. Costi energetici dimezzati, nucleare sbloccato, cantieri riaperti, minimum wage. E tutto questo non è stato fatto a debito. L’economia cresce, l’inflazione diminuisce.
C’è ancora tanta strada: bisogna fare ripartire meglio il settore retail (per abbassare la disoccupazione) e riattivare i centri commerciali. Per quello serve più tempo perché è un problema strettamente legato alla Brexit. Man mano che gli accordi vanno avanti si vedranno risultati anche lì.
22 mesi. Ha mantenuto esattamente quello che aveva promesso. E ha ancora 3 anni di mandato. Perché sono convinta che Burnham avrà un’amata delusione. Vincerà forse Le by election ma non la sfida con Starmer, checche ne dicano gli attuali sondaggi.
Questo articolo è dell’anno scorso e sorgevano già diversi malumori all’interno del Labour:
https://phastidio.net/2025/07/02/starmer-perde-il-partito-il-regno-unito-la-bussola/
Già. Ricordo con orrore il biondo antesignano di un altro biondastro attraversare il Tamigi appeso ad una zip line sventolando bandierine. Quello mediaticamente piaceva. Quello sì, un pagliaccio.
Uno che ha massacrato il paese. La devianza mediatica e il masochismo delle masse