
La Conferenza di Monaco di Baviera sulla sicurezza, nata nel 1963 come foro di dialogo atlantico, quest’anno ha segnato un passaggio chiave che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato impensabile: la discussione sull’estensione della deterrenza nucleare francese al continente europeo. Un tema rimasto a lungo sullo sfondo, ora portato al centro del dibattito e che avrebbe meritato una più vasta eco.
La novità non riguarda solo Parigi. Anche Londra, seconda potenza nucleare europea, ha mostrato timide aperture verso una maggiore responsabilità del continente nella propria difesa. È una vera svolta rispetto alla tradizionale diffidenza britannica verso qualsiasi pilastro europeo di sicurezza distinto dalla NATO. Per molti decenni il timore era la duplicazione su una materia delicata e complessa da maneggiare. Oggi il problema è ben diverso: l’incertezza strategica e la necessità di non dipendere interamente da Washington.
La deterrenza nucleare, comunque, non è altro che la punta dell’iceberg. Se l’Europa vuole parlare seriamente e profondamente di architettura comune di sicurezza, deve volgere di più lo sguardo ai domini che stanno letteralmente trasformando la natura stessa dei conflitti e delle contese: Spazio e Cyber.
Una guerra ormai multidominio
La NATO oggi riconosce cinque domini operativi: terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico. Gli ultimi due non sono semplici aggiunte. Sono domini del tutto trasversali. Senza le comunicazioni satellitari, senza dati, senza reti sicure, senza protezione, nessuna operazione convenzionale è più possibile. Questo va assodato.
Per questo Spazio e Cyber vengono ormai considerati superdomini. Non esiste difesa moderna senza capacità spaziali e senza resilienza informatica. E non esiste spazio civile che non abbia implicazioni di sicurezza dirette o indirette.
L’Unione europea si sta muovendo in coordinamento con il suo partner strategico, la NATO, ma resta un nodo politico da sciogliere: quanto vuole (o può?) davvero integrare questi due domini a livello europeo, e non solo nazionale?
Il dominio spazio
Lo spazio non è più materia per i soli addetti ai lavori. È un’infrastruttura critica globale, in forte e rapida espansione. Navigazione, comunicazioni, osservazione della Terra, elaborazione dei dati, operazioni in orbita, gestione delle crisi: tutto ormai passa da lì.
La competizione geopolitica lo ha trasformato in un campo di confronto diretto. Stati Uniti, Russia e Cina restano le principali potenze spaziali. Washington marca la differenza, combinando capacità governative e settore privato in modo unico e, per ora, irraggiungibile. Mosca considera lo spazio un dominio militare decisivo e investe (in verità, ora poco, a causa dell’invasione in Ucraina) in capacità di controspazio e armi antisatellite. Pechino integra obiettivi civili e militari in una strategia dual use di lungo periodo, volta a generare potere nello spazio.
L’Europa dispone di programmi di indiscusso valore: Galileo per la navigazione, Copernicus per l’osservazione, GovSatCom per le comunicazioni istituzionali, oltre all’iniziativa in corso IRIS2, focalizzata su internet a banda larga e sicurezza delle comunicazioni. Francia, Italia, Germania e Spagna hanno tradizioni spaziali consolidate, ma la strada è ancora lunga per assurgere al ruolo di primattori, anche se il fattore tempo è decisivo.
Eppure l’Europa non può ancora essere considerata una potenza spaziale nel senso pieno del termine. Manca una vera autonomia militare nello spazio e resta una forte dipendenza dalle capacità statunitensi, poiché servono importanti investimenti pubblici e privati e cospicue risorse.
Il problema non è solo tecnologico e innovativo. È fortemente politico-strategico. Le attività militari restano eminentemente una prerogativa nazionale. Le iniziative europee privilegiano ancora l’ambito civile e il dual use. Nel frattempo, i comandi militari spaziali nazionali si moltiplicano in modo sensibile.
La proposta dello Space Act da parte dell’UE ha l’obiettivo di creare un quadro normativo comune e rafforzare sicurezza, resilienza e sostenibilità. È un primo passo nella direzione del mercato interno comune. Non risolve però il nodo della governance militare dello spazio. Se lo spazio è infrastruttura critica, allora è anche potere. E il potere richiede comando, responsabilità e tempi decisionali rapidi.
Il dominio cyber
Il conflitto in Ucraina ha ormai mostrato ampiamente che la guerra moderna non si combatte solo con i carri armati e le artiglierie. Attacchi informatici contro reti energetiche, trasporti, infrastrutture pubbliche e satelliti hanno dimostrato quanto sia sottile il confine tra civile e militare.
Nel cyberspazio gli attori statali e non statali operano in modo continuo e imprevedibile. La pressione è costante e incisiva. La risposta europea non può limitarsi alla protezione passiva e a una risposta blanda.
L’Unione europea riconosce già l’importanza della sovranità digitale, della cooperazione tra settore civile e militare, delle capacità di difesa attiva. Tutto questo richiede interoperabilità tra forze armate, condivisione di informazioni e piena integrazione con il settore privato. L’esperienza ucraina ha mostrato il peso decisivo dei fornitori privati nelle reti e nei servizi digitali.
Anche in questo dominio emerge lo stesso interrogativo dello spazio: chi decide, chi coordina, chi risponde in caso di attacco su larga scala? La natura transnazionale delle gravi e persistenti minacce informatiche rende fragile e incerta una risposta puramente nazionale.
NATO, UE e il nodo politico
La NATO possiede già standard, pianificazione e un comando strategico integrato. L’UE ha un mercato interno, la leva regolatoria, la capacità industriale e finanziaria da sviluppare e armonizzare. In teoria i due livelli sono ampiamente complementari. Nella pratica, l’Europa continua a mantenere frammentate le proprie enormi potenziali capacità.
I comandi Spazio e Cyber nascono come funghi in quasi tutti gli Stati membri. Ognuno costruisce il proprio comando, il relativo centro di eccellenza, il proprio quartier generale, la struttura dedicata. È una scelta comprensibile sul piano nazionale e resta una prerogativa sovrana degli Stati membri. È meno coerente quando si parla di difesa comune e di autonomia strategica europea.
Qualche domanda, allora, bisogna farsela: se Spazio e Cyber sono domini nuovi e trasversali, perché non sono stati pensati sin dai loro albori come funzioni europee integrate? Perché non collocarli a Bruxelles sotto un comando realmente comune con una visione unitaria, evitando duplicazioni e spreco di risorse?
La richiesta di un pilastro europeo di difesa nell’ambito della NATO e di una maggiore responsabilità continentale potrebbe restare incompiuta finché non si affronta anche questo nodo. L’autonomia strategica non è una formula astratta. È capacità di comando e controllo, coordinamento e processo decisionale.
L’Europa sembra aver compreso che il mondo è cambiato. Resta da capire se avrà la volontà politica di organizzare di conseguenza anche i propri superdomini, invece di limitarli a una sommatoria di iniziative nazionali, certamente utili ma poco efficaci.
Il tema di una postura multidominio europea passa quindi attraverso il tortuoso percorso politico di riforma dei trattati, il necessario superamento dell’approvazione all’unanimità in specifiche materie, l’indifferibile costituzione del mercato unico della difesa e la chiara definizione di una Politica europea di sicurezza e difesa che, tutti assieme, consentano il raggiungimento della tanto agognata autonomia strategica.
Se si vuole sperare ancora in un ordine mondiale basato su regole, responsabilità e cooperazione, non ci si può più limitare a difendere l’esistente e a preservare lo status quo. Occorre il coraggio di riformare, investire, costruire nuove architetture di sicurezza, gestire sapientemente il potere e avere credibilità e autorevolezza per riprendersi il centro della scena geopolitica mondiale.

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Trattazione chiara e molto esaustiva del ruolo chiave dei domini space & cyber e…delle lacune europee.
Come ha detto Mario Draghi, esasperato dopo un anno di immobilismo dal suo rapporto, “Continuate a chiedermi cosa dovete fare: non so cosa dobbiate fare, ma basta che facciate qualcosa”. Poi avrebbe benissimo potuto aggiungere caxxo!, ma lui è un signore …
L’unica via di uscita pragmatica è un’azione verso un’Europa federale anche attraverso iniziative come E6, per superare un immobilismo che ci danneggia rispetto a paesi dove le decisioni vengono prese rapidamente dal vertice (Cina-Xi, Russia-Putin e USA-Trump)
Per arrivare ad un’Europa federale, il primo passo devono farlo quelle nazioni principali per popolazione ed economia (Germania, Francia, Italia e Spagna) rinunciando a certe competenze nazionali rendendo più indipendenti e più decisionali la Commissione e il Parlamento europeo.
Questo difficilmente accadrà se ognuno pensa a proteggere il proprio mercato interno e non vuole abdicare su certe decisioni.
Per quanto riguarda una difesa comune però forse non servirebbe nemmeno cambiare assetto istituzionale europeo, basterebbe una condivisione e un’integrazione dei singoli sistemi nazionali verso un centro di comando europeo deciso e stabilito attraverso un trattato tra i vari Stati. Così come è stato per la politica monetaria, quella dei dazi, dell’immigrazione, sulla concorrenza e aiuti di Stato e altro.