


Il propagandista russo Vladimir Solovyev ha insultato la premier Meloni in italiano, aprendo un nuovo caso diplomatico con Roma. Ma nell’accusa di aver «tradito Trump» c’è qualcosa che va oltre la volgarità di regime: la mappa di un’internazionale sovranista in piena crisi di identità, di cui avevamo scritto pochi giorni fa commentando il flop del Remigration Summit di Milano.
C’è un motivo per cui vale sempre la pena ascoltare Vladimir Solovyev, anche quando — anzi, soprattutto quando — si produce in uscite come quella di ieri contro Giorgia Meloni: epiteti irripetibili, pronunciati in italiano, che hanno spinto la Farnesina a convocare l’ambasciatore russo e il Quirinale a esprimere indignazione. Solovyev non sa tacere. Ed è proprio per questo che è rivelatore.
Il propagandista che non sa tacere
Solovyev è da anni il megafono più rumoroso del Cremlino. È anche, per questo, uno dei più rivelatori. A differenza dei diplomatici e dei funzionari addestrati all’ambiguità, lui dice quello che pensa — o meglio, quello che gli viene chiesto di pensare ad alta voce. E quando esagera, quando oltrepassa il limite, lascia intravedere qualcosa che la comunicazione ufficiale russa preferisce tenere coperto.
Stavolta ha esagerato parecchio. E nel farlo ha consegnato, involontariamente, una chiave di lettura preziosa.
L’accusa che spiega tutto
Tra gli insulti, Solovyev ha trovato il modo di aggiungere un’accusa precisa: Meloni avrebbe «tradito Trump, al quale precedentemente aveva giurato fedeltà». Non è un dettaglio. È una finestra sulla logica profonda dell’internazionale sovranista.
Nell’ottica della propaganda russa, i leader della destra populista europea non sono semplicemente alleati ideologici di Trump: sono tenuti a essergli fedeli. E chi se ne discosta — come ha fatto Meloni difendendo Papa Leone XIV in polemica con la Casa Bianca — tradisce ciò che, in quella logica, viene percepito come un patto.
Pochi giorni fa, commentando il flop del Remigration Summit di Milano, avevamo scritto che Trump stava presentando il conto ai suoi discepoli europei in modo molto più salato di quanto avessero previsto. I dazi, la destabilizzazione dell’alleanza atlantica, la trattativa diretta con Putin: tutto questo aveva già incrinato quell’asse immaginario — Mosca da un lato, Washington dall’altro — su cui i sovranisti europei avevano costruito la loro narrativa alternativa a Bruxelles.
Solovyev, senza volerlo, ha confermato esattamente questo. E lo ha fatto con la brutalità di chi non è abituato a misurare le parole.
Meloni fuori dall’asse, Salvini dentro
L’attacco conferma, da un’angolazione inedita, quella frattura. La premier italiana — che pure viene dalla stessa area culturale — ha scelto di difendere le istituzioni europee, di sostenere l’Ucraina, di prendere le distanze da Trump ogni volta che la linea della Casa Bianca è entrata in conflitto con l’interesse nazionale e con i valori dell’alleanza occidentale. E per questo viene attaccata dal megafono del Cremlino con gli stessi argomenti che sentiremmo in bocca a chi, in Italia, continua a invocare la sospensione delle sanzioni alla Russia «come ha fatto Trump».
Il paradosso è tutto qui: mentre Salvini dal palco di piazza Duomo citava Trump per giustificare le sue posizioni sul gas russo, Meloni prendeva le distanze da quella stessa logica — e veniva insultata per questo da Mosca.
Una posizione scomoda, forse l’unica possibile
Quanto per convinzione e quanto per necessità, a questo punto, importa poco. Resta il fatto che Meloni viene da un campo politico che il sovranismo anti-europeo lo ha predicato per anni — eppure governa un paese fondatore dell’UE che dipende dai mercati europei per il proprio debito, che riceve miliardi dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e che non può permettersi rotture con Bruxelles senza pagarne un prezzo immediato sui tassi e sulla credibilità finanziaria.
A rendere quella posizione insostenibile è stato però Trump stesso. Prima i dazi senza distinzioni tra amici e nemici, poi la vicenda del Papa — su cui Meloni non poteva tacere senza perdere la faccia in Italia. Lo strappo è arrivato, ma per iniziativa altrui.
Se Mosca la liquida come una traditrice di Trump, il punto non è l’insulto in sé, ma ciò che rivela: le ambiguità che il presidente americano continua a coltivare sulla guerra russo-ucraina. Quando il principale propagandista del Cremlino e la Casa Bianca finiscono per prendersela con lo stesso bersaglio, la domanda sulla reale collocazione di Washington diventa davvero preoccupante.
Meloni ha scelto una linea coerente con le posizioni dell’Unione europea, evitando strappi con Trump fin quando le circostanze lo hanno reso possibile; ha sostenuto Kiev quando molti preferivano l’ambiguità; ha marcato la distanza da Trump quando la serietà delle circostanze lo rendeva necessario.
A Giorgia Meloni, nel giro di pochi giorni, seppur in modo non egualmente greve, è stato presentato il conto da Mosca come da Washington.
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