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A partire dal 7 ottobre 2023, non si contano i libri pubblicati riguardanti il conflitto arabo-israeliano. Alcuni assemblati in tempi record (Israele e i palestinesi in poche parole di Marco Travaglio uscì nelle librerie il 17 novembre), altri come edizioni aggiornate di opere precedenti (Hamas di Paola Caridi), o nuove ponderose pubblicazioni (Lobbying for Zionism di Ilan Pappé, 608 pagine, disponibile in lingua inglese da luglio scorso). La quasi totalità dei quali concepiti allo scopo di spiegare la genesi del massacro del 7 ottobre, di “normalizzare” il più grande pogrom dall’Olocausto analizzando le cause e le concause, scandagliando in un modo o nell’altro quel processo parlamentare, quella risoluzione dell’ONU, il gesto di quel politico, così da poter trovare sollievo nel comprendere che quell’evento non fu altro che la naturale conseguenza di un processo razionale.
Bernard-Henri Lévy non sta a questo gioco. Il suo ultimo libro Solitude d’Israël (in italiano, Solitudine di Israele, La Nave di Teseo), scarno nella forma (appena 150 pagine) e nella prosa, rovescia l’approccio classico della ricerca della causa. La prima parte del libro è la definizione dell’“Evento 7 ottobre”: qualcosa di nuovo, mai accaduto prima, che rimane “impensabile” ed “incalcolabile” anche dopo averlo razionalizzato. Israele ha vissuto, nel corso della sua esistenza, attentati terroristici, guerre, rapimenti di ostaggi, ma mai tutto questo messo insieme. L’Evento è una spaccatura “che non ha un passato, ma ha un futuro”. Pur conoscendola molto bene, B.H. Lévy non si perde nella storia del conflitto israelo-palestinese, ma si concentra sull’evento in sé, e sullo stravolgimento emotivo, psicologico, politico e storico che ha rappresentato, e di cui ora viviamo le conseguenze.
Rompendo la logica delle infinite discussioni storico-geopolitiche che hanno seguito il 7 ottobre, Lévy afferma che non si può analizzare il presente senza capire che “esiste la geopolitica, ed esiste un’altra geografia, quella dei sogni, delle paure, dell’immaginazione”. Ed il 7 ottobre non è stato un atto di guerra come tanti altri, ma un evento portatore di un messaggio preciso: “Non esiste luogo al mondo dove gli ebrei sono al sicuro. […] Non esiste un territorio sull’intero pianeta che sia un rifugio sicuro per gli ebrei”. L’incarnazione del “male puro”, di “Amalek” incarnato nelle violenze del massacro “ha segnato un allineamento, nel senso peggiore, del destino di Israele e degli ebrei della diaspora”, le due strade del giudaismo si sono ora unite. Entrambe si sono ritrovate nel pericolo esistenziale vissuto dai loro antenati. Sorprende come Lévy non cerchi quell’equidistanza morale di cui spesso gli intellettuali di grido si fanno portavoce, il suo giudizio è netto, così come il riconoscimento che il “male assoluto” stia solo e solamente da una parte. Non è un’arringa nazionalistica, ma una dolorosa presa di coscienza di un uomo che ha collaborato attivamente con più di cinque primi ministri israeliani ad iniziative di pace con i palestinesi, e che ai “due popoli, due stati” ha creduto davvero. Ma ora qualcosa è cambiato per sempre. Dinanzi alla telefonata registrata del giovane di Gaza che dice: “‘Mamma, tuo figlio è un eroe! Ne ho uccisi dieci! Dieci con le mie mani!’ tutte le strategie per eludere il problema, tutte le mistificazioni della coscienza, tutta la retorica sparsa per venti, cinquanta, ottant’anni sono state polverizzate dall’evento: il male era lì, il male puro”.
Analizzato l’evento 7 ottobre e la sua portata, Lévy osserva ciò che è accaduto immediatamente dopo: la solitudine. Più che Israele in quanto tale, è la solitudine il centro della questione, che non a caso dà il titolo all’opera. La sinistra francese ed europea, l’ONU, le femministe, le università più prestigiose, le associazioni umanitarie (Amnesty in primis), le ONG, dopo una tiepida reazione iniziale, si sono aizzati contro la risposta di Israele. Insieme a questo, la minimizzazione e addirittura la negazione dell’evento scatenante. “Stalin faceva mettere in moto i camion affinché il rumore dei motori sovrastasse le urla dei torturati nella Lubjanka, i nazisti negavano i propri crimini, distruggendo le prove. I terroristi di Hamas hanno postato tutto su TikTok”, e nonostante questo, “Raramente il negazionismo ha funzionato così bene e così rapidamente. E l’Europa, il resto del mondo, può tranquillamente andare a dormire nel proprio letto”. Israele è solo perché combatte, e combatte perché sa di essere solo.
L’inconsistenza dell’Europa nel discorso di Lévy è evidente in quello che lui definisce il “secondo sconvolgimento” del 7 ottobre, che ha “minato la coscienza universale”. Nel corso degli anni, ci siamo allontanati dall’idea religiosa che il mondo sia una valle di lacrime, e anche le religioni si sono convertite all’idea che il male può essere redento. Il concetto di “fine della storia” ha trasformato “il male in una malattia e la politica in una clinica. […] l’occidente è come un gigante dai piedi pesanti e la testa d’argilla, uno sconcertante miscuglio di autorità e moderazione, grande potere e inspiegabile codardia”. E quando il male vero si è manifestato, i cittadini dell’Europa, che la Fallaci definiva “un pozzo di Ponzi Pilato”, non l’hanno riconosciuto, hanno finto di non vederlo, l’hanno distorto e allontanato da sé: “ciò che abbiamo visto è stato un evento epocale sommerso, se non negato allo stesso tempo”.
La conclusione del libro è un atto di amore verso il popolo di Israele, verso i princìpi della democrazia e della libertà, pieno di speranza nel futuro. Bernard-Henri Lévi non è un uomo che vuole mediare tra le parti, che vuol farsi applaudire da tutti, la sua è una testimonianza tagliente, profonda, disperata e nobile al tempo stesso, e quindi vera.
https://lanavediteseo.eu/portfolio/solitudine-di-israele
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