
Guardo indietro alla strada che io ed Enrico abbiamo percorso insieme in queste settimane e mi vengono le vertigini. Non è stata una passeggiata, è stata una discesa agli inferi. Siamo partiti con una diagnosi fredda, quasi clinica: la liquefazione del pensiero, quell’anatomia di una civiltà smarrita che ha perso i suoi punti cardinali. Da lì, il piano inclinato si è fatto ripido. Abbiamo visto le nostre menti andare in corto circuito e ci siamo accorti di essere intrappolati nel regno del simulacro, dove lo schermo ha sostituito la realtà e la “bistecca virtuale” di Matrix ha ormai più sapore di quella vera.
C’è stato un momento di pausa, un intervallo necessario sulla mistificazione del linguaggio, per capire come le parole stesse fossero diventate armi puntate contro di noi, “snackizzate” e svuotate di senso per renderci inoffensivi. Poi il ritmo è accelerato verso il baratro. Siamo entrati nel cuore della crisi: abbiamo analizzato la libertà come una dimensione sublime tra desiderio e caos, per poi scoprire che il sistema aveva già previsto tutto. Viviamo in una pre-crimine algoritmica, in un eterno presente dove niente è per sempre e dal deserto è un attimo.
Mentre io denunciavo l’inconsistente peso della cultura, Enrico vedeva il diritto trasformarsi in un incubo kafkiano, dove la colpa è sempre fuori discussione. Abbiamo capito che la libertà stava diventando unamalattia autoimmune, una gabbia d’acciaio costruita dall’interno. Abbiamo esplorato il Mondo Nuovo generato dalle mutazioni del linguaggio, cercando disperatamente una via per la riconquista della mente.
Ma è stato verso la fine che il quadro si è fatto nitido e terribile. Dopo aver constatato che la libertà dimenticata porta all’eclissi della responsabilità, siamo arrivati al cuore del problema: la Sindrome di Cypher. Lì abbiamo ammesso l’inconfessabile: per molti la gabbia è più dolce della libertà. Fino allo scontro finale: Enrico che osserva come la libertà non è necessaria, si sbriciola e muore, e io che tento l’ultima difesa ricordando che diavolo è l’acqua e la verità non negoziabile della polvere.
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Il sogno della Gravità Zero
Perché elenco tutto questo? Perché rileggendo questi quindici capitoli del nostro dialogo, il “sogno” che ci ha guidato appare chiaro. È il sogno della Gravità Zero. Ci siamo convinti, in questi ottant’anni di pace, che la libertà fosse l’assenza di peso, l’assenza di attrito. Volevamo volare sopra la storia senza sporcarci le mani.
Invece di capire la fragilità del nostro privilegio, ci siamo cullati nell’illusione. Philip K. Dick, ne “La svastica nel sole”, ci aveva avvertito decenni fa: la realtà è un tessuto friabile. Nel suo romanzo distopico, basta una deviazione della storia perché l’incubo diventi la norma e la libertà un ricordo proibito, nascosto in un libro clandestino. Noi abbiamo avuto la fortuna di vivere nella linea temporale “giusta”, quella della libertà, ma ci comportiamo come se fosse l’unica possibile, come se fosse blindata. E invece non stavamo volando. Stavamo precipitando verso quello scenario alternativo. E l’impatto con il suolo è quella realtà materiale, durissima, di cui scrive Enrico Marani.
Ha ragione Enrico quando, nel suo intervento che segue, ci costringe a guardare in faccia la materia. Ed è qui che torna prepotente la storica frase di Rino Formica, un vecchio socialista che aveva capito l’odore della storia meglio di tanti politologi moderni: “La politica è sangue e merda”. Fa orrore ai benpensanti, ma è la verità. La libertà non è un algoritmo pulito: è impastata di umanità dolente, di compromessi, di fatica fisica, di quella deterrenza armata che oggi ci scandalizza nominare. Se ci tappiamo il naso davanti a questa “merda”, non siamo liberi. Siamo solo turisti della democrazia.
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Il supermercato della realtà
Il turismo della democrazia, il centro commerciale delle idee politiche, il gran varietà delle dichiarazioni su social e tv di Senatori e Deputati, passa dal copione illusorio che le parole non solo bastino, ma siano tutto: un eterno spettacolo. Sciami di narrazioni accompagnano questo convincimento, così da rendere i discorsi più graffianti, quasi veri oltre allo spazio concesso al linguaggio. Viviamo nella convinzione che quel che abbiamo oltre il linguaggio, la libertà di cui godiamo per strada, la casa in cui troviamo riparo, la democrazia che ci permette un’espressione senza vincoli di quel che pensiamo, siano datità inamovibili. In questa fallace convinzione è chiaro che la libertà non vada assolutamente difesa e anzi sia minacciata proprio da chi la vuole difendere, l’informazione plurale e non inquinata da intelligence straniere non vada difesa, ma sia minacciata ancora una volta da chi la vuole difendere, e così via in un gioco perverso che si rifiuta di cogliere la realtà, anzi la rovescia.
Ma è nella polvere la realtà, non sulle superfici levigate e asettiche del linguaggio o di un algoritmo social, come scrive Alessandro. I regimi nemici dell’Occidente minacciano la nostra libertà a partire da moduli culturali e strategie completamente differenti dalle nostre e l’estrema violenza resta parte lecita e accettata delle strategie messe in campo ed è parte irrinunciabile del loro discorso politico. Non lo abbiamo compreso a fondo e un po’ facciamo finta di non vederlo con fallaci letture nostalgicamente ideologiche o con esplicite complicità.
Ne discende che da un lato siamo nei fatti aggrediti, dall’altro affascinati e contaminati dallo stesso aggressore e quindi incapaci di quell’unità di intenti essenziale per far fronte ad un attacco sistematico, documentato, evidente e ogni giorno confermato da episodi di cronaca. La UE è il monumento a questa divisione e a una paralisi che è ormai strumento sia dei nostri tradizionali nemici, sia di quelli che una volta erano alleati. Spiace che si parli di “nemici”? È la realtà in cui siamo, fatta di sfere d’influenza e di un pianeta diviso a fette a disposizione della superpotenza che controlla quel territorio: stiamo tornando ad una logica coloniale come nel XIX secolo il confronto era tra Francia e UK, oggi è tra Cina e America.
La libertà però non è mai una datità, non lo sono le nostre case calde, i frigoriferi con carne, vino e verdure e i supermercati dove far spesa. Niente è scontato e se solo avessimo la capacità di rivolgere lo sguardo alla storia contemporanea tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo sarebbe chiaro. Cosa ci insegnano le guerre nei Balcani, in Cecenia, in Georgia, in Ucraina, l’invasione del Tibet e quel che presto accadrà in Groenlandia e a Taiwan? Se non difendiamo quel che abbiamo, se non facciamo della deterrenza metodo, del rispetto inderogabile dei nostri principi culturali una linea rossa invalicabile, tutto può finire. Le narrazioni, il linguaggio, le parole o la famosa diplomazia non sono nulla per far fronte a chi ha fatto della libertà un bersaglio. Sono solo chiacchiere vuote.
L’unica via d’uscita sta nel calarsi nella cruda materia, spendere quattrini dove non vorremmo mai, far compromessi pesanti, rinunce, potenziare la deterrenza nel modo più efficace possibile, quindi investire in difesa ovvero, duole dirlo, in armi e questa “merda”, per tornare al Rino Formica citato da Alessandro, è l’ultima fragilissima possibilità per evitare il sangue. Abbiamo confuso la pace con la comodità tecnica e l’asetticità del mondo digitale, la democrazia con la noia condita dalla distrazione e la libertà con la possibilità di aver tutto a portata di mano: è un gioco definitivamente concluso, finito, archiviato, a cui è deleterio riferirsi. La libertà è polvere da masticare, non è una caramella sempre disponibile e mai come in questi anni è oggetto di un attacco sistematico. La logica contemporanea non è più quella del diritto internazionale, gli eventi in Ucraina, Venezuela e in futuro a Taiwan e Groenlandia, lo certificano. La logica oggi, mentre io e Alessandro scriviamo, è indubbiamente quella della forza ovvero della sopraffazione e alla sopraffazione si risponde con la capacità di mostrarsi resilienti, di indurre nel predatore dubbi sulla convenienza di attaccare.
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L’Architettura dell’Inferno
Tuttavia la materia da sola non basta. La “merda” e il “sangue” sono la condizione necessaria, ma non sufficiente. Se ci limitiamo ad accumulare armi, deterrenza e forza bruta senza un Progetto, senza un Logos, costruiremo solo una trincea, non una civiltà. Costruiremo un altro inferno per difenderci dall’inferno.
È qui che ci viene in soccorso Italo Calvino.
Nel finale de Le Città Invisibili, Calvino non ci promette il paradiso. Ci dice che l’inferno dei viventi “è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni”. Ma aggiunge che per non soffrirne c’è una via difficile:
“cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Ecco il punto. Enrico Marani, tra qualche riga, spiegherà come difendere quello spazio con le unghie e con i denti (e con le armi). Ed è sacrosanto. Ma il mio compito, alla fine di questo viaggio, è ricordarvi che quello spazio va prima di tutto riconosciuto e progettato.
La “Parola” che ho difeso in questo dialogo non è la chiacchiera dei talk show. È la calce. È l’etica del riconoscimento che trasforma i mattoni grezzi della forza in un edificio abitabile. Senza la forza, la libertà è un’illusione indifesa. Ma senza il progetto, la forza è solo brutalità cieca.
Per questo lascio la parola a Enrico. Perché una volta disegnata la Cattedrale, serve qualcuno che abbia il coraggio di sporcarsi le mani per tirare su le mura e presidiarle, prima che sia troppo tardi.
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Le mura della Cattedrale
All’Europa, nel disperato tentativo di preservare la libertà resta pochissimo tempo, per non dire che è scaduto da anni, e la deterrenza è lo strumento irrinunciabile per attivare una diplomazia credibile. Non abbiamo alternative o torniamo ad una logica di protezione, mettendo sul tavolo la vera diplomazia fatta di alleanze militari ed economiche efficienti e non il suo simulacro chiacchierone senza significato o come i Troiani accoglieremo l’enorme cavallo di legno dentro alle mura delle nostre città e sarà la fine purtroppo di quel che chiamiamo Europa. Qui non si tratta di celebrare un atteggiamento interventista “alla Marinetti”, per niente. Si tratta di aver cura del proprio “spazio culturale” fatto di libertà, democrazia e libero scambio, all’interno di un respiro fatto di tolleranza, quella richiamata dalla Costituzione per intenderci. Tuttavia con un’attenzione nuova a come definiamo “tolleranza”.
Ci sono punti invalicabili o la tolleranza si fa conquista culturale prima e politica poi. Lo Stato è laico, la giustizia amministrata solo ed esclusivamente dallo Stato, la violenza come metodo bandita, e lo stesso dicasi per l’istruzione basata su programmi ministeriali, l’apprendimento della lingua necessario, i diritti delle donne e delle minoranze indiscutibili e inamovibili, come la libertà di impresa e lo scambio libero da dazi, che sono storicamente il prodromo degli scontri armati. L’aver cura passa da poche consapevolezze che non possono essere oggetto di compromessi e solo in un contesto preciso può sorgere l’idea di tolleranza, senza quel contesto si alimenta l’infezione da culture intolleranti e lontane dai nostri dettami costituzionali e si getta il seme per reazioni sconsiderate.
Calvino nel suo “Le Città Invisibili” delinea l’idea inevitabile delle città infernali, descrivendola o come l’abitudine al male e all’indifferenza o al contrario come la difficile arte di coltivare le differenze e aver cura di quel che non è inferno. L’Europa sia pur minacciata nei suoi principi costitutivi, riassumibili in un’idea di libertà basata sui diritti, è uno dei campi più fertili in cui coltivare le differenze su cui si innesta la libertà stessa. Cos’è infatti la libertà se non la coesistenza di differenze, culturali, religiose, politiche e sociali in una cornice pacifica? La civiltà ha un prezzo, ed è un prezzo anche economico, oltre che sociale e culturale. Siamo disposti a pagare? O pensiamo che tutto questo discorso riguardi “altri” e non ci sia da temere nulla, liberi siamo e liberi saremo comunque? Un fatto è certo, disinteressarsi è esattamente l’opposto che prendersi cura e porta inesorabilmente alla decadenza prima e alla perdita poi di quel che consideravamo erroneamente eterno: anche una cancellata di acciaio si farà divorare dalla ruggine nell’incuria. Vale lo stesso per la libertà.
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Un breve dialogo conclusivo
Alessandro Caro Enrico, siamo partiti dal sogno della gravità zero e siamo atterrati, necessariamente, nella polvere. È giusto così. Le cattedrali non volano. L’inferno di cui parla Calvino è l’entropia, è la liquefazione che cancella i contorni.Infatti i contorni vanno ridefiniti continuamente o l’inferno prende il sopravvento. È il mito di Sisifo in chiave costruttiva: rifare, riadeguare, ridefinire all’infinito. Non a caso l’architettura delle città è in continuo divenire.
Enrico E sì, l’entropia non si combatte con le buone intenzioni, con la retorica del linguaggio. Si combatte tracciando una linea nella terra. Tu hai citato la frase chiave: “Cercare e saper riconoscere chi e cosa non è inferno”. Io aggiungo il corollario sgradevole: una volta trovato, quel nucleo va blindato. La libertà è un’anomalia storica, un giardino in mezzo la giungla. Se non hai il coraggio di presidiare il confine, la giungla si riprende tutto.
Alessandro Infatti, “Dargli spazio, farlo durare”. Questo è il vero punto di caduta. La civiltà non è un oggetto che si possiede per sempre; è una tensione continua tra il progetto e la difesa. La cura passa anche per la difesa, certo non solo, ma è un elemento irrinunciabile. Tensione continua e capacità di “contrattare” di far vera diplomazia, non quella inconsistente, e questo passa anche dalla deterrenza.
Enrico Certo! Senza la tua calce, i miei muri rischiano di diventare una prigione. Ma senza i miei muri, la tua cattedrale è solo una rovina in attesa di accadere. Mi piace tornare all’Iliade e le mura sono anche una metafora: spalancare o abbattere le mura significa ridurre in macerie la città, condannarsi all’inferno paventato da Calvino. Le “mura” che pensando a Berlino hanno un’accezione profondamente negativa, qui ne acquistano una positiva, non sono taglio ed esclusione, ma consapevolezza di quel che siamo in divenire. Mura come segno tra inferno e cura.
Alessandro Vero. E avere la forza di difenderlo è l’atto della volontà.
Enrico e Alessandro Servono entrambi. Buon lavoro.
Tutti gli articoli del dialogo a due voci
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
La Pre-Crimine algoritmica: viviamo già nel “Minority Report”? di Alessandro Tedesco
Niente è per sempre, dalla libertà al deserto è un attimo di Enrico Marani
L’inconsistente peso della Cultura di Alessandro Tedesco
Benvenuti nel diritto penale kafkiano: la colpa è sempre fuori discussione di Enrico Marani
Dialogo sulla Libertà: dalla “malattia autoimmune” alla gabbia d’acciaio di Alessandro Tedesco
Il mondo nuovo generato dalle mutazioni del linguaggio di Enrico Marani
La riconquista della mente e del pensiero di Alessandro Tedesco
La libertà dimenticata e l’eclissi della responsabilità di Enrico Marani
La Sindrome di Cypher o di quando la gabbia è più dolce della Libertà di Alessandro Tedesco
La libertà non è necessaria, si sbriciola muore e si dissolve di Enrico Marani

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Perfettamente d’accordo. C’è un dato che aggiungo e che ha delle basi che spero vengano verificate con studi più approfonditi, cioè che la stragrande maggioranza degli umani nasce con un cervello con logica mentale conservatrice e l’Europa non fà eccezione. Quello che è oggi il pianeta e l’Europa è il frutto di secoli di governo dei conservatori. I veri progressisti hanno fatto ciò che potevano e soprattutto nei loro ambiti, molto meno in politica.