

Il sostanziale silenzio della sinistra italica sulla carneficina di donne e uomini che manifestano in Iran è stato appena scheggiato dalle manifestazioni organizzate dalle comunità iraniane, a cui si sono accodati alcuni partiti e associazioni con alti lai contro un eventuale intervento militare statunitense (che molti iraniani probabilmente, invece, anelano).
Come spesso è accaduto ed accade, al silenzio paludato fa da contraltare l’importante e benefico ruolo e la duratura capacità del Partito Radicale di farsi promotore di manifestazioni non sporadiche ma sistematiche e ripetute, soprattutto nel caso della repressione in Iran, lanciando in Italia il movimento delle donne persiane “Donna, vita, libertà”.
Per il resto, sono assenti le convocazioni monotematiche dei Consigli regionali e comunali, le manifestazioni organizzate da partiti ed associazioni che scendevano in piazza ogni venerdì contro Israele per la “Palestina libera dal fiume al mare”.
Nulla delle tante azioni di sostegno al “popolo palestinese”, vittima di un genocidio mai provato mentre è certamente vittima dei tagliagole di Hamas finanziati e sostenuti dalla teocrazia di Teheran; nulla delle tante invasioni delle sedi universitarie durante le lezioni al grido di “boicottiamo Israele”.
Non un’interruzione di collaborazioni scientifiche (semmai ve ne siano) delle università italiane con quelle iraniane.
È lo stesso silenzio di Francesca Albanese, la relatrice ONU per la Striscia di Gaza, colei che va a braccetto con Hamas, insignita di cittadinanze onorarie da svariati sindaci italiani, consegnando le chiavi delle città.
Nel frattempo le serrature non sono state cambiate, e sarebbe necessario farlo. Quei sindaci così “magnanimi”, invitati a riconsiderare quelle onorificenze e a revocarle, non hanno battuto ciglio e hanno scrollato le spalle.
Allora ci permettiamo di chiedere a quei sindaci di dimostrare quantomeno equilibrio ed onestà intellettuale e politica conferendo la cittadinanza onoraria, ad esempio, a Masih Alinejad, giornalista ed attivista iraniana, alla cui vita il regime iraniano ha attentato più volte senza riuscirci, e che attraverso i social media informa costantemente su quel che sta accadendo in Iran.
Le cittadinanze onorarie a lei per tutto il popolo oppresso iraniano o, meglio, persiano.
Masih Alinejad è un nome a titolo di esempio. I sindaci ne potrebbero trovare altri che rappresentano la resistenza del popolo alla teocrazia assassina iraniana, finanziatrice di Hezbollah e di Hamas.
L’importante è che lo facciano e conferiscano le cittadinanze onorarie e le chiavi delle città. Diversamente, oltre a cambiare le serrature alle porte delle città, dovremmo chiedere protezione celeste.

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No no, non probabilmente: dopo 47anni di proteste fallite e soffocate nel sangue perché loro combattono a mani nude mentre la controparte ha a disposizione polizia, esercito e milizie varie e ora anche mercenari stranieri, chi, se non loro, può sapere quanto abbiano bisogno di un intervento esterno. A parte questo, il motto non è donna vita libertà: il motto completo è “Donna, vita, libertà; uomo, patria, prosperità” perché loro, le donne iraniane, a differenza delle nostre pseudofemministe, non sono escludenti, né maschiofobiche.
Grazie, Barbara.
Grazie a lei per l’attenzione. La nota sul motto, che è in lingua curda, l’ho trovata nel prezioso libro “Je suis iranienne” di Mona Jafarian, 12 testimonianze (tutte emozionanti, alcune agghiaccianti) di donne iraniane relative alle rivolte del ’22.