

La storia di Silvester Krcmery, medico cattolico slovacco perseguitato dal regime comunista, racconta la nascita della Chiesa clandestina, la resistenza spirituale al totalitarismo e il senso della Giornata slovacca della memoria delle vittime del comunismo.
Dal 2021 la Slovacchia ricorda il 24 giugno come Giornata della memoria delle vittime del regime comunista. La data non è casuale. Il 24 giugno 1954, davanti al tribunale di Trencin, un medico di ventinove anni di nome Silvester Krcmery pronunciò una frase destinata a restare nella memoria del Paese: «Vy mate v rukach moc, ale my mame pravdu», voi avete in mano il potere, ma noi abbiamo la verità.
Lo scrittore Lubomir Feldek avrebbe poi osservato che quel discorso, così com’era stato pronunciato, avrebbe potuto trovare posto, senza modifiche sostanziali, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Krcmery era nato a Trnava nel 1924 ed era cresciuto a Banska Bystrica, in una famiglia numerosa. Da ragazzo aveva frequentato gli scout e la sua fede lo aveva portato fino a prendere in considerazione l’ingresso nei gesuiti.
Nell’autunno del 1943, mentre studiava medicina, incontrò il sacerdote croato Tomislav Kolakovic, rifugiatosi in Slovacchia dopo essere stato perseguitato dalla Gestapo per la sua opposizione al nazismo. Kolakovic portava con sé un’intuizione che avrebbe segnato tutta la vita di Krcmery: la necessità di preparare la Chiesa alla persecuzione e la convinzione, legata anche al messaggio di Fatima, che un giorno la Russia si sarebbe convertita.
La comunità Rodina
Attorno a Kolakovic si raccolse una comunità che prese il nome di Rodina, “famiglia”. Non si trattava di un semplice gruppo di preghiera. Kolakovic era convinto che il comunismo avrebbe presto raggiunto anche la Cecoslovacchia e che i cattolici dovessero prepararsi a vivere la fede in condizioni di clandestinità.
Insegnava il metodo del “vedere, giudicare, agire”, elaborato nell’ambiente della Jeunesse Ouvriere Chretienne di Joseph Cardijn e ormai diffuso nell’apostolato cattolico europeo, e puntava a costruire una rete di relazioni capace di resistere alla repressione.
Quell’esperienza sarebbe diventata uno dei nuclei originari della futura Chiesa clandestina slovacca. Il motto che Krcmery avrebbe ripetuto per tutta la vita ne sintetizzava lo spirito: «Che ognuno diventi per noi una famiglia». Significava riconoscere nell’altro un prossimo, indipendentemente dalla sua fede o dalle sue convinzioni politiche.
Insieme all’amico Vladimir Jukl, Krcmery entrò nella Rodina e iniziò a organizzare gruppi di formazione tra gli studenti, prima a Bratislava e poi a Praga, dove proseguì gli studi di medicina. Già negli anni immediatamente successivi alla guerra, quando il comunismo non si era ancora definitivamente imposto, i due finirono nel mirino delle autorità e conobbero le prime forme di repressione.
Dallo stesso ambiente della Chiesa clandestina sarebbe emerso anche Jan Chryzostom Korec, il gesuita consacrato vescovo in segreto nel 1951, all’insaputa del regime, per il quale era soltanto un semplice operaio.
Il samizdat e il contrabbando fino in URSS
La rete dei piccoli gruppi, i cosiddetti kruzky, non si limitava alla preghiera e alla formazione spirituale. Produceva samizdat, stampava testi religiosi proibiti e organizzava una circolazione clandestina di libri e documenti che oltrepassava i confini della Cecoslovacchia. È un aspetto della storia della Chiesa clandestina slovacca che oggi viene ricordato meno: la sua dimensione internazionale.
Krcmery partecipò personalmente al trasporto clandestino di letteratura religiosa verso Paesi in cui la repressione era ancora più dura, fino all’Unione Sovietica. Lo faceva animato dalla convinzione trasmessagli da Kolakovic: che la Russia, prima o poi, si sarebbe convertita. Arrivava persino a chiedere ai più giovani di pregare per Leonid Breznev.
Non si trattava di una sua fissazione personale. Fin dagli inizi, tra le intenzioni di preghiera della Rodina figuravano la conversione della Russia, della Cina e di quanti perseguitavano i cristiani. Lo stesso Kolakovic aveva tentato di spingersi verso Oriente per raggiungere i credenti che vivevano sotto quei regimi.
Secondo il ricordo del nipote Vladimir, anch’egli medico e futuro fondatore dell’Università S. Elisabetta di scienze sanitarie e servizio sociale a Bratislava, Krcmery raccontava spesso dei viaggi clandestini compiuti in Unione Sovietica per portare testi proibiti e si mostrava convinto che anche quell’impero, un giorno, sarebbe crollato dall’interno.
Quattordici anni di carcere
Nel luglio del 1951 la polizia politica lo arrestò. Aveva ventisei anni. Seguirono gli interrogatori, le sevizie, il freddo, la fame e le percosse. Gli furono incrinate due costole, che non vennero mai curate, e venne costretto per ore a rimanere sull’attenti.
A un certo punto smise di rispondere agli interrogatori: aveva compreso che agli investigatori non interessava accertare la verità, ma soltanto colpire la Chiesa.
Al processo di Trencin, nel giugno del 1954, rifiutò il difensore d’ufficio e decise di difendersi da solo. Nella sua arringa affermò che per i cristiani non esistono differenze di classe, di censo o di origine, perché ogni persona è un altro Cristo; che la fede non può essere sostituita da una costruzione ideologica imposta con la violenza politica; e che, come gli apostoli davanti ai loro giudici, bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
La sorella raccontò in seguito che, ascoltando quelle parole, la famiglia corse nella chiesa più vicina a pregare, convinta che sarebbe arrivata una condanna a morte. La sentenza fu invece di quattordici anni di carcere, accompagnata dalla perdita dei diritti civili e dalla confisca dei beni.
Negli anni Sessanta, quando i familiari tentarono di ottenere la sua liberazione, Krcmery rifiutò di chiedere la grazia. La motivazione che diede sarebbe diventata celebre: la libertà condizionata spetta a chi in carcere si considera “rieducato”; lui, però, era rimasto lo stesso uomo di prima, e per questo non aveva nulla da chiedere.
Da quell’episodio Lubomir Feldek avrebbe tratto il titolo dell’opera teatrale a lui dedicata, Nepolepseny svatec, Il santo irredimibile, messa in scena dal Teatro nazionale slovacco.
Nel complesso carcerario di Jachymov, dove i detenuti lavoravano nelle miniere di uranio, a Krcmery fu offerta la possibilità di esercitare la professione medica. Accettò soltanto per breve tempo. Non sopportava l’idea di godere di un trattamento migliore rispetto ai compagni di prigionia e chiese di condividere le loro stesse condizioni.
Via Kosicka 30 e le candele del 1988
Tornato libero nel 1964, Krcmery lavorò per circa vent’anni come medico a Podunajske Biskupice. Il suo appartamento di via Kosicka 30, a Bratislava, divenne un punto di riferimento per molti giovani e per quanti cercavano una guida spirituale.
Continuò a sviluppare la rete dei gruppi clandestini, a organizzare pellegrinaggi e a sostenere la circolazione illegale di libri religiosi oltre confine.
Nel 1974, insieme a Vladimir Jukl e ad altri collaboratori della Chiesa del silenzio, Krcmery diede vita all’istituto secolare clandestino Fatima. Il lavoro sotterraneo di quegli anni sarebbe emerso pubblicamente il 25 marzo 1988, con la Manifestazione delle candele di Bratislava, una delle prime grandi mobilitazioni civili che prepararono il terreno alla Rivoluzione di velluto.
Di quel periodo resta anche un episodio che restituisce qualcosa del carattere di Krcmery. Un giorno si presentò negli uffici della polizia segreta chiedendo di essere arrestato al posto di alcuni attivisti cristiani fermati dalle autorità.
Secondo il ricordo di Marek Smid, futuro rettore dell’Università di Trnava, gli agenti lo allontanarono con una battuta che tradiva anche una certa preoccupazione: se fosse tornato in carcere, dissero, avrebbe finito per convertire anche le guardie.
La memoria: il 24 giugno
Dopo il 1989 Krcmery esercitò una certa influenza anche nelle discussioni relative alle nomine episcopali, ma fino alla morte, avvenuta nel 2013, rimase soprattutto un punto di riferimento morale per le nuove generazioni. Continuò a sostenere che l’amore e la verità, alla lunga, sono più forti della violenza.
Lo storico Frantisek Neupauer, che ha avviato nel 2009 il progetto studentesco Nenapadni hrdinovia, gli “eroi silenziosi”, paragona l’incontro personale con Krcmery alla vittoria di una medaglia olimpica. È per questo, dice, che ha fondato il progetto: per portare nelle scuole le storie di chi ha pagato la propria libertà a caro prezzo, e offrire anche ai più giovani la possibilità di vivere un incontro simile con degli “eroi silenziosi” nelle proprie famiglie e comunità, mentre molti di loro sono ancora in vita.
Questo è anche uno dei motivi della commemorazione del 24 giugno. Ogni anno, tornando a quella data, il Paese ricorda non soltanto le vittime del comunismo, ma anche i loro sacrifici e le parole pronunciate da un giovane medico privo di qualsiasi potere davanti ai suoi giudici: «Voi avete il potere, noi abbiamo la verità».
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Mosca, gennaio 1987. La guida che orgogliosamente proclama “La Russia è atea al 95%!”. Fuori da una piccola chiesa una fila interminabile, 20° sottozero, i piedi nella neve, per ore in paziente attesa che venisse il proprio turno per entrare qualche minuto a pregare. All’epoca ero convintamente atea, ma mi sono ritrovata a pensare: se questo è l’unico modo per resistere a una spietata dittatura, in quella fila ci sarei anch’io. Poi la dittatura alla fine è caduta, e sono convinta che lo sia anche grazie a loro.
Grazie per questo bellissimo e commovente articolo.