
Al quarto anno di guerra, il modo in cui Volodymyr Zelensky parla del conflitto è cambiato. Nel 2022 la sua comunicazione era costruita soprattutto attorno alla mobilitazione morale dell’Occidente: la difesa di un Paese aggredito, il richiamo ai valori europei, la richiesta urgente di aiuti militari.
Nel 2026 il quadro è diverso. La guerra è diventata una realtà strutturale della politica internazionale e Zelensky si muove ormai come un leader che deve gestire un conflitto lungo, dentro un sistema internazionale instabile e attraversato da crisi simultanee.
L’intervista concessa al Corriere della Sera si inserisce esattamente in questa fase. Non è un racconto del fronte né una semplice difesa delle posizioni ucraine nei negoziati con Mosca. È piuttosto un ragionamento strategico che mette insieme tre questioni decisive: il rapporto tra Iran e Russia, la competizione tra teatri di crisi e il rischio che la guerra in Ucraina perda centralità nell’agenda occidentale.
In altre parole, Zelensky non parla soltanto della guerra. Parla della posizione della guerra ucraina nel sistema delle crisi globali.
Iran e Russia: connessioni senza equivalenze
Il passaggio più delicato dell’intervista riguarda l’operazione militare contro obiettivi iraniani. Zelensky la giudica positivamente, spiegando che Teheran rappresenta uno dei principali fornitori di armamenti per Mosca: «Gli iraniani producono un mucchio di armi per la Russia, specie droni e missili».
Il punto, tuttavia, non è quello di fondere i due conflitti in un’unica guerra. Zelensky chiarisce esplicitamente che si tratta di scenari diversi. L’Ucraina è stata invasa da truppe di terra e si trova di fronte a un tentativo di occupazione territoriale da parte della Russia; il caso iraniano riguarda invece un regime accusato di sviluppare capacità nucleari e di destabilizzare la sicurezza regionale.
La distinzione è importante. Nel dibattito europeo esiste una tendenza crescente a trattare tutte le crisi militari come fenomeni equivalenti, spesso sotto la categoria generica della “guerra”. Zelensky respinge questa lettura e insiste sul fatto che l’invasione dell’Ucraina resta un caso specifico di aggressione territoriale, con implicazioni dirette per la sicurezza europea.
Allo stesso tempo, il presidente ucraino non ignora le interconnessioni tra i due scenari. La cooperazione militare tra Russia e Iran — soprattutto nel campo dei droni e delle tecnologie missilistiche — è ormai un dato strutturale della guerra. Negli ultimi anni i droni di origine iraniana sono stati utilizzati sistematicamente contro infrastrutture energetiche e obiettivi civili ucraini.
In questa prospettiva, l’indebolimento dell’apparato militare iraniano può essere visto da Kiev come un fattore indirettamente favorevole. Non perché le due guerre coincidano, ma perché la rete di relazioni militari che sostiene la Russia attraversa più regioni del sistema internazionale.
Il rischio che l’Occidente guardi altrove
Se il primo tema dell’intervista riguarda il rapporto tra Iran e Russia, il secondo riguarda un problema ancora più concreto: la competizione tra teatri di crisi per l’attenzione strategica dell’Occidente.
Zelensky lo affronta con una franchezza insolita. Interrogato sulle conseguenze della crisi mediorientale per l’Ucraina, osserva che Kiev potrebbe incontrare difficoltà nel reperire sistemi di difesa aerea e missili intercettori. Il riferimento è in particolare ai sistemi Patriot, fondamentali per la protezione delle città ucraine dai bombardamenti russi.
Il timore non nasce dal nulla. Nel 2025, durante l’escalation tra Israele e Iran, i programmi di consegna dei missili destinati all’Ucraina subirono rallentamenti proprio perché una parte delle risorse occidentali venne dirottata verso il Medio Oriente.
La guerra in Ucraina, come tutte le guerre lunghe, dipende dalla continuità del sostegno militare degli alleati. Ma quel sostegno non esiste in un vuoto strategico. Gli Stati Uniti e i Paesi europei devono distribuire risorse limitate su più fronti, e ogni nuova crisi rischia di ridurre l’attenzione dedicata agli altri conflitti.
In questo senso, la preoccupazione di Zelensky non è retorica ma strutturale. Nel sistema internazionale contemporaneo, caratterizzato da una crescente moltiplicazione dei conflitti regionali, la vera posta in gioco non è soltanto la forza militare, ma la gerarchia delle priorità strategiche.
Diplomazia e calendario della guerra
Questa dinamica emerge con particolare chiarezza nelle dichiarazioni che Zelensky ha rilasciato alla Rai. Il presidente ucraino ha spiegato che la crisi mediorientale sta già producendo effetti concreti sulla diplomazia legata alla guerra in Ucraina.
«Nella notte abbiamo parlato con gli Stati Uniti, forse verrà cambiato il luogo del vertice, verrà posticipata la data di qualche giorno a causa della guerra in Medio Oriente».
La frase si riferisce alla conversazione avvenuta nella notte tra il 3 e il 4 marzo con Washington. Anche un possibile rinvio del vertice internazionale diventa così un segnale della competizione tra crisi globali.
Non si tratta di un dettaglio organizzativo. Il calendario della diplomazia internazionale è uno degli indicatori più sensibili delle priorità strategiche delle grandi potenze. Se una crisi modifica l’agenda negoziale di un’altra, significa che gli equilibri di attenzione politica stanno già cambiando.
Nel quarto anno di guerra, questo è probabilmente il rischio più grande per Kiev. Non tanto una sconfitta militare immediata sul campo, quanto una progressiva erosione della centralità politica della guerra ucraina nel dibattito internazionale.
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“Siamo la vostra difesa”: la guerra ucraina come frontiera della sicurezza europea
C’è una frase nell’intervista che merita un’analisi a parte. Non è una frase tecnica, non riguarda i negoziati con Mosca né la distribuzione delle armi occidentali. È una frase semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: «Siamo la vostra difesa».
In quelle quattro parole Zelensky sintetizza una delle trasformazioni più profonde avvenute nella percezione della guerra ucraina negli ultimi quattro anni. All’inizio del conflitto il sostegno occidentale a Kiev veniva spesso presentato come un gesto di solidarietà verso un Paese aggredito. Con il passare del tempo, però, la guerra ha assunto un significato più ampio: non soltanto una guerra per l’indipendenza dell’Ucraina, ma una guerra che riguarda direttamente la sicurezza dell’Europa e dell’Occidente.
Il frame che Zelensky utilizza non nasce soltanto dalla comunicazione politica. È stato progressivamente imposto dalla realtà del conflitto. L’invasione russa del 2022 ha rimesso in discussione alcuni presupposti fondamentali dell’ordine europeo post-guerra fredda: l’idea che i confini in Europa non possano essere modificati con la forza e che la guerra di conquista territoriale appartenga al passato del continente.
In questo contesto l’Ucraina si è trovata, di fatto, a svolgere il ruolo di linea avanzata della sicurezza europea. Non perché lo abbia scelto deliberatamente, ma perché la geografia e la dinamica del conflitto l’hanno collocata in quella posizione. La guerra che si combatte sul territorio ucraino è allo stesso tempo una guerra per la sopravvivenza dello Stato ucraino e una guerra che determina l’equilibrio di potere nello spazio europeo.
Quando Zelensky afferma «Siamo la vostra difesa», non sta quindi costruendo una semplice formula retorica. Sta traducendo in linguaggio politico una realtà strategica che molti governi europei hanno ormai interiorizzato: la sicurezza dell’Ucraina e la sicurezza dell’Europa sono diventate, nella pratica, due questioni inseparabili.
La seconda parte del passaggio rafforza questa interpretazione. Zelensky collega immediatamente la frase al tema della guerra dei droni e alla capacità tecnologica sviluppata dall’Ucraina sul campo. Non si presenta soltanto come il leader di un Paese che chiede sostegno militare, ma come il rappresentante di uno Stato che ha accumulato competenze operative decisive in una delle dimensioni centrali della guerra contemporanea.
Il messaggio è chiaro: l’Ucraina non è soltanto un beneficiario della sicurezza occidentale. È anche un produttore di sicurezza. L’esperienza maturata nel conflitto — in particolare nell’uso sistematico dei droni, nella difesa delle infrastrutture e nella gestione di una guerra ad alta intensità tecnologica — diventa un capitale strategico che può essere condiviso con gli alleati europei.
In questo modo la frase «Siamo la vostra difesa» svolge una funzione comunicativa precisa. Trasforma il rapporto tra Ucraina ed Europa. Non più un rapporto di assistenza, in cui un Paese difende sé stesso con l’aiuto degli alleati, ma una relazione di interdipendenza strategica, in cui la sopravvivenza dell’Ucraina contribuisce direttamente alla stabilità dell’intero sistema europeo.
Nel quarto anno di guerra, questa è probabilmente una delle evoluzioni più importanti della narrativa geopolitica del conflitto. L’Ucraina non viene più presentata soltanto come un fronte orientale della NATO o come un partner sostenuto dall’Occidente. Sempre più spesso viene descritta come la prima linea di difesa dell’Europa contro la revisione violenta dell’ordine internazionale.
Le parole di Zelensky non fanno altro che dare forma a questo cambiamento. Non lo inventano. Lo rendono esplicito.
Una guerra dentro il sistema delle crisi globali
Letta nel suo insieme, l’intervista al Corriere della Sera non è soltanto un aggiornamento sulla situazione militare o sui negoziati con Mosca. È un tentativo di collocare la guerra in Ucraina dentro il contesto più ampio di un sistema internazionale attraversato da conflitti simultanei.
Da un lato Zelensky insiste sulla specificità dell’invasione russa e respinge ogni tentativo di equipararla ad altri scenari. Dall’altro lato riconosce che la guerra non esiste in isolamento: le relazioni militari tra Russia e Iran e la competizione tra teatri di crisi influenzano direttamente il corso del conflitto.
Dopo quattro anni di guerra, la questione non è più soltanto la resistenza dell’Ucraina sul campo. È la capacità dell’Occidente di mantenere la guerra ucraina al centro delle proprie priorità strategiche, anche in un mondo sempre più affollato di crisi.

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