

Nel 2024 un imprenditore tech tolse a Don Lemon uno show perché non gli era piaciuta un’intervista. Nel 2026 il governo federale lo arresta per aver documentato una protesta. Due anni che raccontano la traiettoria della libertà di stampa negli Stati Uniti.
Don Lemon è stato arrestato dall’FBI e poi rilasciato. Nella notte tra giovedì e venerdì gli agenti federali lo hanno prelevato dal suo hotel di Beverly Hills a Los Angeles, dove si trovava per seguire i Grammy Awards. Venerdì pomeriggio un giudice lo ha scarcerato senza cauzione. Ma le invece erano state confermate, e con loro un processo che ha sollevatoquestioni molto più profonde sulla libertà di stampa.
L’incriminazione nei confronti di Lemon riguardava la protesta del 18 gennaio alla Cities Church di St. Paul, Minnesota, dove Lemon aveva documentato in diretta streaming le manifestazioni contro l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione.
Come abbiamo visto e raccontato anche qui, il Minnesota in queste settimane è diventato l’epicentro di una crisi interna agli Usa.
Il 7 gennaio Renée Good, 37 anni, madre di tre figli, è stata uccisa da un agente ICE a Minneapolis. I video ripresi dai testimoni hanno fatto il giro del mondo e hanno contraddettola versione ufficiale secondo cui l’agente avrebbe agito per legittima difesa.
Il 24 gennaio, a distanza di 17 giorni, un secondo cittadino americano, Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva presso un ospedale dei veterani, è stato ucciso da agenti della Border Patrol mentre filmava con il telefono le operazioni federali. Era disarmato quando è stato colpito. Questi due morti hanno scatenato proteste in tutto il Paese e in tutto il Mondo.
La protesta alla Cities Church si inserisce in questo clima e in questo contesto. I manifestanti avevano scoperto che uno dei pastori della chiesa, David Easterwood, è anche responsabile dell’ufficio locale dell’ICE. Sono entrati durante una funzione religiosa scandendo slogan come “ICE out” e “Justice for Renee Good”.
Lemon era presente lì per documentare, ha trasmesso in diretta e intervistato sia i manifestanti che i fedeli. Nel suo video si sente chiaramente dire: “Non facciamo parte degli attivisti, siamo qui solo per raccontare”.
Le reazioni all’arresto sono state immediate. Il Committee to Protect Journalists ha condannato l’operazione dichiarando che “dovrebbe allarmare tutti gli americani”. La CNN, dove Lemon ha lavorato per 17 anni prima di essere licenziato nel 2023, ha parlato di “questioni profondamente preoccupanti sulla libertà di stampa e sul Primo Emendamento”. Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer ha definito l’arresto “un messaggio oscuro ai giornalisti ovunque: se osate criticare questa amministrazione, state attenti”.
Insieme a Lemon è stata arrestata anche Georgia Fort, giornalista indipendente del Minnesota che aveva filmato la stessa protesta. Anche lei sostiene di essere stata presente come reporter. Anche lei è stata rilasciata. Anche lei andrà a processo.
Il Dipartimento di Giustizia però l’’ha pensata diversamente. L’incriminazione, resa pubblica venerdì dopo la convocazione di un grand jury, accusa Lemon e altri otto co-imputati di cospirazione contro i diritti di libertà religiosa e di aver interferito con l’esercizio del culto. Le accuse si basano sul FACE Act, una legge federale nata per proteggere le cliniche abortive e i luoghi di culto da blocchi e intimidazioni. Pam Bondi, Segretario della Giustizia del governo Trump, ha rivendicato l’operazione su X scrivendo che gli arresti sono avvenuti “su mia disposizione”. In un video ha aggiunto: “Avete il diritto di pregare liberamente e in sicurezza. E se violate questo diritto sacro, verremo a prendervi”.
Ma c’è un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa dal punto di vista giudiziario. Un giudice federale aveva già respinto la richiesta di arresto per Lemon, ritenendo che mancassero le prove. Una corte d’appello la settimana scorsa aveva confermato quel rifiuto. Il giudice capo del tribunale federale del Minnesota aveva scritto che non c’erano “evidenze” di comportamenti criminali nel lavoro di Lemon. Il Dipartimento di Giustizia ha aggirato questi ostacoli convocando un grand jury e ottenendo l’incriminazione per altra via.
Lemon è stato rilasciato venerdì pomeriggio dopo la prima udienza a Los Angeles. Un giudice federale lo ha scarcerato senza cauzione, sulla base della sua promessa di presentarsi alle prossime udienze. La prossima è fissata per il 9 febbraio a Minneapolis. Uscendo dal tribunale, accompagnato dal marito e sostenuto dalla sindaca di Los Angeles Karen Bass, Lemon ha parlato ai giornalisti: “Ho passato tutta la mia carriera a raccontare le notizie. Non mi fermerò adesso. Il Primo Emendamento protegge questo lavoro per me e per tutti gli altri giornalisti. Non sarò messo a tacere”.
C’è ancora un aspetto di questa vicenda che mi colpisce particolarmente e che voglio raccontare.
Nel marzo 2024 avevo scritto proprio di Don Lemon, raccontando un caso che lo aveva visto protagonista insieme a Elon Musk. Lo show “Don Lemon Show” doveva partire su X, la piattaforma che Musk aveva acquistato trasformandola da Twitter. Ma Musk all’ultimo momento cancellò tutto perché non gli era piaciuta l’intervista che Lemon gli aveva fatto. All’epoca scrivevo che Musk aveva, ed ha ancora, un problema evidente con la libertà di parola perché la interpreta in una sola direzione: puoi esprimerti liberamente, ma solo se piace a me.
Era una questione di potere privato, ovvio. Un proprietario di una piattaforma che decide chi può avere voce e chi no. Mi chiedevo allora come si potesse bilanciare libertà di parola e protezione da contenuti dannosi, quale fosse il ruolo delle piattaforme nel moderare i contenuti. Erano chiaramente domande sul potere dei giganti digitali.
Oggi la situazione si è trasformata. Non è più un imprenditore tech a togliere uno show a un giornalista scomodo. È il governo federale che arresta un giornalista per aver fatto il suo lavoro, vale a dire documentare. Harmeet Dhillon, vice del Segretario della Giustizia, ha definito quello di Lemon “pseudo-giornalismo”. La Casa Bianca ha pubblicato su X un’immagine che ironizzava sull’arresto con la frase “When life gives you lemons…” e un’emoji di catene.
Due anni dopo le domande sono cambiate. Ora riguardano il potere dello Stato di decidere cosa sia giornalismo e cosa no, chi documenta e chi partecipa, chi informa e chi “attacca”.
Il filo che collega le due vicende racconta molto della traiettoria della libertà di stampa in questi due anni. E non è una traiettoria rassicurante.
I link di Franz Russo
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
