

Il caso della Chiesa dell’Unificazione mostra come la difesa massimalista della libertà religiosa possa saldare culti controversi, lobby e politica estera americana. Tra weaponized pluralism e soft power, il pluralismo diventa coalizione d’interesse e la libertà di credo una grammatica utile a esercitare pressioni e influenza geopolitica.
Il 31 agosto 2026 un tribunale di Seul ha condannato a due anni di reclusione Han Hak-ja, vedova del «reverendo» Sun Myung Moon e attuale leader della Chiesa dell’Unificazione. La “Vera Madre” è stata giudicata colpevole di corruzione finalizzata ad accrescere l’influenza dell’organizzazione sull’amministrazione del presidente Yoon Suk Yeol. Non è un buon momento per la Chiesa, nota in Italia per la vicenda di monsignor Milingo, l’esorcista del Vaticano che sposò una donna coreana durante uno dei famosi riti collettivi dell’organizzazione.
A giugno di questo stesso anno, in Giappone, questa Chiesa, che tanta parte ha avuto nella costruzione della destra religiosa americana e i cui rapporti con le intelligence sudcoreana e statunitense sono storicamente documentati, aveva subito un colpo ancora più duro: la Corte Suprema ne aveva confermato definitivamente l’ordine di dissoluzione.
Ciò avveniva al termine di un procedimento avviato dopo l’assassinio di Shinzo Abe. Questi fu ucciso dal figlio di una fedele della Chiesa a causa della protezione che l’ex primo ministro e il suo partito avevabo garantito all’organizzazione; dall’indagine sono emersi effettivamente stretti rapporti fra la chiesa e numerosi esponenti politici di quel partito.
L’avvio di questi procedimenti ha visto il mobilitarsi di una rete internazionale di organizzazioni e singoli attivisti impegnati nella difesa della «libertà religiosa», che ha condotto una vasta campagna a sostegno della Chiesa.
Particolarmente attiva è stata la rivista Bitter Winter, espressione dell’italiano Centro Studi Nuove Religioni (CESNUR), che ha dedicato al caso una lunga sequenza di articoli, presentando la dissoluzione della Chiesa come una minaccia alla libertà di credo e utilizzando espressioni come «caccia alle streghe» e «purga religiosa».
Benché la campagna possa apparire ad un lettore sprovveduto un po’ sopra le righe, a renderla più comprensibile è l’allargamento della prospettiva fino a integrare nel quadro elementi che, lasciati fuori, ne alterano il senso.
La Chiesa dell’Unificazione è infatti essa stessa una delle componenti più in vista della rete globale di advocacy dedicata alla «libertà religiosa», accanto a soggetti non proprio neutrali né privi di ombre, come Scientology, varie organizzazioni evangeliche conservatrici, think tank alquanto discussi, ONG dai rapporti tutt’altro che nascosti con gruppi controversi e, più recentemente, realtà come AllatRa, sulla quale si sono concentrate anche accuse relative a possibili connessioni con ambienti russi.
Un ulteriore allargamento della visuale darà senso anche a questa improbabile compagine.
In un precedente articolo avevamo già notato come questo composito ecosistema graviti intorno all’universo MAGA, anche grazie all’Ufficio per la Fede istituito da Trump.
Chi cercasse nelle dottrine la risposta a che cosa possa mai tenere insieme soggetti che non condividono né una teologia né interessi geopolitici starebbe certamente guardando nella direzione sbagliata. Più utile è osservare il dispositivo politico che consente a queste differenze di diventare compatibili.
Un primo livello è quello che potremmo definire weaponized pluralism: il pluralismo che passa da ecumenica convivenza a interessata coalizione.
Vista dalla posizione dell’esponente di un culto oggetto di controversie, infatti, è sensato interpretare la libertà religiosa in senso massimalista, perché difendere l’autonomia di un altro culto, anche il più lontano dalle proprie convinzioni, significa difendere anche il principio generale che limita la capacità dello Stato di intervenire nella sfera religiosa.
È la stessa logica che guida l’etnopluralismo, che può apparire rispetto per le culture allogene, ma è invece una forma di protezione delle identità originarie. Non serve quindi ai fautori del pluralismo spirituale condividere una fede: basta condividere l’interesse a mantenere quanto più ampia possibile la zona sottratta alla regolazione pubblica.
Esiste però un secondo livello, più propriamente geopolitico. Per comprenderlo è necessario ricordare una differenza di fondo fra le due sponde dell’Atlantico.
Pur con tutte le differenze interne ai singoli Paesi, la tradizione europea tende a concepire la libertà religiosa nell’ambito di un equilibrio fra libertà di credo e laicità, in una visione che enfatizza la neutralità dello Stato e tutela i diritti dei cittadini. Il modello statunitense pone invece un accento più marcato sulla protezione dell’esercizio religioso dall’interferenza del potere pubblico.
In termini molto schematici, l’Europa guarda allo spazio che deve rimanere sottratto alla religione; gli Stati Uniti soprattutto allo spazio che deve rimanere sottratto allo Stato.
Non è forse casuale che i due modelli abbiano prodotto ecosistemi associativi quasi speculari. Nel quadro europeo della laïcité sono nate e si sono consolidate organizzazioni specializzate nella difesa dei cittadini dagli abusi commessi all’interno di gruppi spirituali.
Nell’ambiente statunitense, più centrato sulla protezione del credo dall’ingerenza dello Stato, si è invece sviluppato un potente ecosistema di advocacy per la religious freedom, nel quale Scientology ha investito da decenni risorse, strutture e relazioni.
Questi attori attuano una pregiudiziale difesa di qualunque movimento o culto spirituale accusato di praticare abusi sugli adepti, in nome della «libertà religiosa». La campagna a favore della Chiesa dell’Unificazione comincia probabilmente ad acquisire un suo senso.
Negli Stati Uniti – ed è questo l’argomento centrale – questo paradigma irrompe direttamente nella politica estera. L’International Religious Freedom Act del 1998 definisce la difesa della libertà religiosa internazionale «una priorità della politica estera» americana e ha istituito, fra l’altro, la United States Commission on International Religious Freedom (USCIRF), un organismo federale indipendente e bipartisan incaricato di monitorare nel mondo le violazioni della libertà religiosa e di formulare raccomandazioni al Presidente, al Segretario di Stato e al Congresso.
Accanto a USCIRF esiste poi un livello più informale, costituito da reti delle quali il maggior esempio è l’International Religious Freedom Roundtable, il cui presidente è il lobbista ufficiale di Scientology a Washington, nelle quali organizzazioni religiose, ONG e gruppi di advocacy molto diversi fra loro – e spesso portatori di visioni etiche reciprocamente incompatibili – costruiscono campagne comuni in nome della libertà religiosa.
È all’intersezione fra l’interesse opportunistico dei movimenti spirituali – secondo la semplice massima per cui «cane non morde cane» – e quello della politica estera statunitense che il weaponized pluralism incontra il soft power.
La libertà di credo diventa allora una lente attraverso cui valutare governi, stabilire priorità, esercitare pressioni e costruire coalizioni transnazionali. USCIRF monitora i Paesi e può raccomandare una gamma di risposte diplomatiche ed economiche nei confronti degli Stati ritenuti responsabili di gravi violazioni.
Non sorprende, quindi, che alcuni studiosi abbiano individuato fin dall’origine il rischio che la tutela internazionale della libertà religiosa, una volta incorporata negli strumenti unilaterali della politica estera americana, possa prestarsi a forme di selettività.
Comunque sia, la condanna di una Chiesa come quella dell’Unificazione rappresenta un problema serio su entrambi i piani.
Sul terreno del weaponized pluralism, perché incrina la rappresentazione del gruppo religioso come soggetto vulnerabile da proteggere dall’ingerenza statale e riporta in primo piano la questione delle organizzazioni capaci di esercitare esse stesse potere sui cittadini e influenza sulla politica.
Sul terreno del soft power, le sentenze dei due Paesi asiatici rappresentano un problema perché segnano la sconfitta del paradigma e creano precedenti che rendono più difficile l’automatica trasformazione di qualunque intervento pubblico contro un movimento religioso controverso in una narrazione di persecuzione religiosa.
Non c’è nulla di religioso nella corruzione e nell’influenza politica.
Il caso Moon è dunque particolarmente istruttivo. Se un’organizzazione religiosa viene infatti accusata non di professare idee eccentriche (che in una società liberale non è cosa che debba interessare ad alcuno), ma di finanziare illegalmente la politica, corrompere esponenti pubblici o costruire rapporti privilegiati con il potere, la grammatica della «libertà religiosa» entra in tensione con quella della responsabilità politica.
È proprio in questa tensione che si vede il limite del dispositivo ed è sempre qui che l’apologia aprioristica dei movimenti religiosi mostra la corda. La stessa retorica che consente a gruppi molto diversi di coalizzarsi contro lo Stato diventa più fragile quando il problema non è più quanto lo Stato interferisca con la religione, ma quanto la religione interferisca con lo Stato.
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