

Il progressismo italiano attraversa una crisi profonda, che non è solo elettorale o programmatica, ma innanzitutto sociale. Le sue parole d’ordine hanno perso presa sulle fasce popolari, il suo linguaggio non riesce più a farsi strumento di rappresentanza, le sue priorità appaiono disallineate rispetto alle ansie materiali di larghi strati della popolazione. In un tempo segnato da precarietà diffusa, riorientamento valoriale e fratture identitarie, la sinistra sembra aver smarrito il legame con la realtà sociale del Paese.
A questo scollamento si sommano fattori politici e culturali: leadership deboli, comunicazione inefficace, assenza di un impianto ideologico coerente. La lunga stagione dell’anti-berlusconismo ha svuotato il senso dell’opposizione, mentre la deriva “governista” ha sostituito l’elaborazione di un progetto riformista con la semplice gestione del possibile. In un mondo che si orienta sempre più verso forme di conservatorismo popolare, il progressismo italiano non è più riconosciuto come linguaggio dell’emancipazione, ma come espressione di élite sorde e autoreferenziali.
Questa crisi non è episodica né congiunturale. È il sintomo di una trasformazione più profonda: la fine di un ciclo culturale, organizzativo e simbolico, che ha lasciato il campo scoperto davanti a una destra capace, almeno per ora, di interpretare il senso comune dominante.
L’abbandono del corpo sociale
Il progressismo italiano ha storicamente trovato la propria linfa vitale nei ceti popolari, nel mondo del lavoro, nei sindacati, nella scuola pubblica, nei movimenti studenteschi e femministi. Era lì, nella realtà viva delle disuguaglianze quotidiane, che si forgiava l’idea di giustizia sociale. Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, e in particolare con la fine della divisione in blocchi e la crisi dei grandi partiti di massa, quella connessione si è progressivamente erosa.
A questo indebolimento ha contribuito anche la trasformazione dei circoli organizzativi storici del progressismo. Il sindacato, un tempo spazio di aggregazione, formazione politica e difesa diretta dei lavoratori, si è gradualmente istituzionalizzato, diventando in molti casi un trampolino per carriere politiche piuttosto che uno strumento di lotta sociale. La marginalizzazione del sindacato all’interno delle aziende è palpabile, così come i ripetuti fallimenti nelle contrattazioni con le aziende, sempre più slegate dalle realtà territoriali e pronte a spostarsi altrove. Il sindacato è diventato un soggetto anacronistico, il quale sopravvive più su mobilitazioni politiche (come gli “scioperi per Gaza”, percepiti come un altro “colpo” alle esigenze operaie) che su questioni sociali. E laddove questo interviene, strappa il minimo necessario (e insufficiente).
Una delle più evidenti fragilità strutturali della sinistra italiana – e in generale del campo progressista – è rappresentata dalla coabitazione forzata di numerose correnti interne. Questa molteplicità, anziché arricchire il dibattito o stimolare la sintesi, ha spesso prodotto immobilismo, paralisi decisionale e un conflitto permanente tra visioni inconciliabili. La convivenza tra tradizionalismo post-comunista, cattolicesimo sociale, radicalismo ambientalista e liberalismo urbano ha finito per svuotare il discorso collettivo, rendendo ogni presa di posizione potenzialmente divisiva. In assenza di una linea strategica unificante, ogni crisi esterna ha finito per accentuare quella interna, trasformando i partiti progressisti in arene più che in strumenti politici coesi.
L’inconcludenza programmatica che ne deriva è una delle ragioni della disaffezione popolare.
La sinistra ha progressivamente smesso di parlare la lingua delle classi lavoratrici e ha abbracciato un lessico sempre più tecnocratico, istituzionalizzato e identitario. In nome della modernità, ha rinunciato a rivendicare una visione alternativa di economia e società. Ha accettato, in larga parte, il quadro neoliberale come orizzonte inevitabile, limitandosi a correggerne gli eccessi.
La conseguenza è stata un progressivo allontanamento dei ceti popolari, che si sono rivolti altrove: verso chi, come la destra populista, ha saputo intercettare paure, rabbie e insicurezze. Oggi, è frequente rilevare come l’operaio voti Lega o Fratelli d’Italia, e come i partiti progressisti siano sostenuti soprattutto da classi urbane istruite, da segmenti professionali medio-alti, spesso distanti dalla precarietà materiale.
La centralità dei diritti civili ha sostituito quella dei diritti sociali, in un’operazione culturale che ha finito per alimentare la frammentazione delle cause, più che la loro ricomposizione. In nome della libertà individuale, il discorso progressista ha perso la sua carica redistributiva.
Il riflesso ideologico di un’epoca finita
Accanto a questa disconnessione sociale, il progressismo italiano ha mantenuto un immaginario ideologico ancorato al passato. La fine della Guerra Fredda avrebbe dovuto costituire un’occasione di rinnovamento: invece, per una parte consistente della sinistra, è diventata una ferita identitaria non elaborata. L’URSS, pur con tutte le sue contraddizioni, aveva fornito una cornice entro cui la sinistra poteva collocarsi.
La caduta del Muro di Berlino ha generato uno smarrimento strategico che ancora oggi condiziona la visione internazionale di molte forze progressiste. Sopravvive una nostalgia della divisione in blocchi, in cui ogni conflitto può essere interpretato secondo coordinate binarie: oppressore e oppresso, imperialismo e resistenza, Occidente e resto del mondo. Questa chiave di lettura ha mostrato tutti i suoi limiti con due eventi recenti: la guerra in Ucraina e il conflitto israelo-palestinese.
Nel caso dell’Ucraina, ampie fasce della sinistra italiana hanno assunto posizioni ambigue o dichiaratamente filo-russe, in nome di un antiamericanismo radicato più nell’istinto che nell’analisi. L’aggressione russa viene relativizzata o giustificata come reazione all’espansionismo NATO, secondo un frame che assolve il Cremlino e deresponsabilizza Mosca. In realtà, dietro questa posizione si cela un residuo ideologico che attribuisce ancora alla Russia un ruolo guida in un ipotetico fronte anti-occidentale, ignorandone le derive autoritarie e imperialiste.
La sinistra, che storicamente si è definita “internazionalista”, ha abbandonato del tutto l’Ucraina reale in nome dell’Ucraina immaginaria, vista come pedina dell’imperialismo occidentale. Un’argomentazione che rimuove deliberatamente tanto la volontà popolare ucraina quanto la storia recente del Paese, e che rivela una concezione strumentale della libertà dei popoli: buona quando si oppone all’Occidente, ignorata quando chi attacca è la Russia.
Nel caso di Israele e Palestina, il discorso progressista è spesso scivolato in semplificazioni moralistiche, dove la storia del conflitto, i suoi nodi politici e le sue contraddizioni interne vengono oscurati da una lettura binaria che non fa distinzione tra lo Stato di Israele e le scelte del suo governo, tra il popolo palestinese e le azioni di Hamas. Anche qui, si insegue il frame più che la realtà, si parteggia piuttosto che analizzare.
Dopo il 7 ottobre 2023, con gli attacchi terroristici di Hamas, molte voci progressiste si sono affrettate a denunciare la risposta israeliana senza spendere nemmeno una parola per condannare la natura del primo attacco: selettivo, brutale, mirato ai civili.
Qui il problema non è scegliere da che parte stare – il conflitto è tragicamente complesso – ma rifiutare una lettura caricaturale in cui Israele è sempre e comunque l’oppressore, e i palestinesi sono sempre e comunque vittime passive. L’antisionismo retorico che domina una certa sinistra finisce per svuotare di significato il sostegno ai diritti umani, trasformandolo in un’arma ideologica anziché in una bussola etica.
La narrazione della sinistra italiana sul conflitto israelo-palestinese affonda le sue radici nella cultura politica del PCI e del comunismo europeo, che nel secondo dopoguerra sostennero convintamente la causa del popolo ebraico. All’epoca, lo Stato d’Israele non esisteva ancora e gli ebrei erano percepiti come vittime storiche di un antisemitismo culminato nella Shoah: la solidarietà internazionalista li collocava naturalmente tra gli oppressi.
Tutto cambiò con la nascita dello Stato di Israele e ancor più dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), quando l’immaginario collettivo della sinistra si capovolse: Israele, da vittima storica, divenne potenza occupante; i palestinesi, nuova incarnazione dell’oppressione. È in questo snodo ideologico che si radica l’identificazione automatica della sinistra italiana con la causa palestinese, spesso in chiave emotiva e binaria, che ignora la complessità del quadro geopolitico e rifiuta qualunque lettura che non corrisponda alla divisione manichea tra popolo e potere, tra colonizzato e colonizzatore.
Il risultato, oggi, è un automatismo ideologico che ha disattivato la capacità di distinguere tra critica legittima alle politiche israeliane e demonizzazione sistemica dello Stato di Israele. Una linea che non difende davvero i palestinesi, ma strumentalizza la loro causa in funzione di un paradigma ideologico del tutto europeo.
Questa inadeguatezza interpretativa deriva dalla permanenza di categorie ideologiche non aggiornate, che impediscono al progressismo di fornire strumenti di lettura efficaci del mondo contemporaneo. Si continua a lottare battaglie di ieri con parole d’ordine che non parlano più a nessuno.
Ovviamente – prediligendo lo strumento della complessità d’analisi – il declino del progressismo italiano non può essere isolato dal mutamento d’umore della società globale. Dalla metà degli anni Dieci, un numero crescente di democrazie occidentali ha assistito all’affermazione di forze nazional-conservatrici, identitarie o populiste: da Trump negli Stati Uniti a Le Pen in Francia, da Orbán in Ungheria fino al caso italiano con Meloni. Questo riassestamento conservatore è il sintomo di un disagio più profondo: la percezione diffusa di un peggioramento delle condizioni economiche, sociali e culturali; la sensazione che le promesse del progresso – crescita, diritti, inclusione – siano state tradite o abbiano prodotto effetti collaterali insostenibili. In questo contesto, il progressismo ha pagato la sua eccessiva fiducia nell’irreversibilità del proprio progetto storico, rimanendo spiazzato davanti a una società che chiede protezione, non mobilitazione.
Il vuoto politico e la crisi di rappresentanza
Il risultato di queste dinamiche è una crisi di rappresentanza senza precedenti. In Italia, non esiste più un soggetto politico pienamente progressista in grado di rappresentare le istanze sociali ed etiche della sinistra. Il Partito Democratico ha vissuto nel compromesso costante tra riformismo e amministrazione, rinunciando spesso alla radicalità della visione in nome della compatibilità con i vincoli di governo. I partiti più a sinistra, invece, si sono chiusi in una autoreferenzialità identitaria che li ha resi marginali.
Il progressismo si è così trasformato in una postura più che in una proposta. Resiste in alcuni ambienti culturali, nell’accademia, nei media, ma fatica a tradursi in progettualità politica concreta. Non è un caso che, negli ultimi dieci anni, l’opinione pubblica italiana abbia premiato forze conservatrici, populiste o reazionarie, percepite come più “vicine al popolo”.
Il Partito Democratico è oggi percepito da molti come una forza governativa più che politica. Un partito che amministra, ma non guida. Che partecipa al potere, ma non lo orienta. Questo governismo strutturale, aggravato da anni di “responsabilità nazionale”, ha privato il PD di ogni impulso trasformativo. Inseguendo la stabilità, ha perso il cambiamento. Il risultato è che oggi il partito viene visto come una garanzia per lo status quo, non come un motore per nuove sintesi politiche. E nell’epoca delle fratture sistemiche – ambientali, sociali, geopolitiche – la prudenza non basta più.
La questione sociale è diventata appannaggio della destra, che la declina attraverso lenti securitarie e identitarie. Mentre la sinistra difende i diritti civili, la destra propone salari minimi, tutele per gli autonomi, difesa delle pensioni. Il linguaggio progressista non è più percepito come strumento di emancipazione, ma come codice elitario, scollegato dalle esigenze concrete dei cittadini.
La debolezza delle leadership è un altro nodo irrisolto. Storicamente, la sinistra italiana si è dimostrata refrattaria alla costruzione di una leadership forte e coesa, quasi per paura di tradire la propria vocazione collettiva. Ma in un’epoca dominata dal personalismo politico, dalla spettacolarizzazione del ruolo del leader e dalla mediatizzazione estrema, questa impostazione appare fuori tempo. L’elettorato tende a cercare volti riconoscibili, stabili, con una narrazione personale forte: in loro proietta aspettative, ma anche fiducia. La sinistra, al contrario, si è mostrata più volte incapace di investire su una figura unica, preferendo equilibri interni instabili o avvicendamenti troppo rapidi. L’assenza di carisma – reale o percepita – ha contribuito a rendere l’alternativa progressista politicamente incolore, soprattutto per le nuove generazioni.
Un altro fattore di fragilità strutturale è la parcellizzazione interna dei partiti progressisti, in particolare del Partito Democratico. La coesistenza non risolta di troppe correnti ha prodotto un’organizzazione più attenta agli equilibri interni che alla coerenza programmatica. Ne è derivato un partito afono, spesso in contraddizione con sé stesso, in cui ogni parola deve passare al vaglio delle sensibilità di micro-leadership locali o tematiche. La pluralità, invece di arricchire, si è trasformata in paralisi decisionale. Il progressismo italiano, così, manca di una direzione chiara. È una nave piena di timonieri, ma senza rotta.
Per quasi due decenni, inoltre, la sinistra italiana ha costruito gran parte della propria identità politica sull’opposizione frontale a Silvio Berlusconi. Il berlusconismo ha funzionato da nemico totalizzante, unificante, catalizzando energie che oggi appaiono disperse. Ma l’ossessione anti-berlusconiana, più che rafforzare un’identità autonoma, ha generato una dipendenza dall’avversario: caduto il “nemico”, è venuta meno anche la coerenza dell’impianto politico.
La critica al leader di centrodestra, per quanto fondata su elementi concreti e talvolta doverosa, si è trasformata in un meccanismo identitario negativo, sostitutivo della proposta. Invece di sviluppare un’agenda autonoma, fondata su valori forti e visioni strutturali del Paese, molti partiti progressisti hanno costruito la propria legittimità sull’opposizione morale all’avversario. Questo ha prodotto una distorsione: quando Berlusconi è scomparso dalla scena o si è marginalizzato, è venuta meno anche la funzione oppositiva attorno a cui si era cementata l’unità. L’assenza di un “nemico” ha messo a nudo l’assenza di argomenti.
La crisi del progressismo non è solo di contenuti, ma anche – e sempre più – di linguaggio e ritmo comunicativo. Mentre la destra si è specializzata in formule rapide, semplificate ma efficaci, la sinistra continua a parlare un linguaggio lento, opaco, talvolta paternalista. Il risultato è duplice: da un lato la percezione di una élite distante e autoreferenziale; dall’altro l’incapacità di competere nello spazio digitale, dove la battaglia delle idee è una guerra di attenzione. I progressisti parlano ai propri simili, chiudendosi in una bolla linguistica che esclude i più. La destra invece – pur nel suo cinismo semantico – comunica con immediatezza e forza. Il vuoto lasciato dalla sinistra è stato occupato da slogan conservatori ma incisivi.
Molto spesso, il progressismo ha sostituito l’elaborazione di argomenti politici forti con un ricorso sistematico alla leva morale: l’idea che basti avere “ragione” per convincere. Ma il moralismo non è mai strategia, è consolazione. E nella competizione democratica non vince chi è nel giusto, ma chi riesce a mobilitare consenso. La sinistra italiana ha spesso ritenuto che “essere contro” – contro le disuguaglianze, contro l’autoritarismo, contro la destra – fosse sufficiente. Ma vent’anni di anti-berlusconismo e di superiorità etica ostentata hanno lasciato un’eredità fragile: nessun argomento, solo indignazione. E l’indignazione, da sola, non crea progetto.
Il progressismo italiano si trova oggi davanti a una scelta fondamentale: proseguire in una lenta deriva populista ma minoritaria, oppure avviare un processo di rigenerazione profonda che ne riscopra la vocazione sociale, popolare (non populista) e strategica. Questa rigenerazione non potrà essere solo comunicativa o elettorale: dovrà essere culturale, teorica e organizzativa.
Occorre riconnettersi a una base sociale reale, parlare un linguaggio nuovo, affrontare le fratture del presente – economiche, ecologiche, geopolitiche – senza rimanere imprigionati nel lessico novecentesco delle certezze ideologiche. Bisogna superare una stagione in cui la sinistra è sembrata preferire la sicurezza del governo al coraggio dell’opposizione, il compromesso alla visione, la morale alla strategia.
Le debolezze della leadership, l’inconsistenza programmatica, la frammentazione interna, la comunicazione inadeguata e il disallineamento con i nuovi bisogni sociali hanno progressivamente eroso l’identità progressista.
Il progressismo, in Italia come altrove, può ancora avere un futuro. Ma quel futuro non sarà una prosecuzione del presente. Esigerà una discontinuità vera, una nuova grammatica politica e una leadership capace di rileggerne il senso storico alla luce delle fratture contemporanee. Senza tutto questo, più che di declino, dovremo iniziare a parlare di estinzione.
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Analisi perfetta. Condivido pienamente
Non è un problema solo italiano. Si può stabilire che dalla crisi finanziaria globale del 2008 e quella dei debiti sovrani in Europa successivamente, è stato messo in chiaro che il modello del welfare state appoggiato dalla maggior parte della sinistra definito indipendente dalla crescita economica è arrivato al capolinea. Non si possono più fare promesse di distribuzione di ricchezza a debito indefinitamente e senza fare i conti con i reali guadagni di lavoratori e imprese, sempre meno in crescita per ragioni strutturali e di cambiamenti epocali tecnologici. Questo lo ha appreso anche la destra che con eguali promesse ha ottenuto voti e consensi, grazie anche a un maggiore controllo delle comunicazioni e delle informazioni da divulgare attraverso i media principali. La realtà ha prevalso sui programmi fantastici dei partiti.
Poi penso anche che il tema dell’immigrazione e della sicurezza percepita non siano da sottovalutare. Una maggiore immigrazione ha comunque un impatto pure economico, dove la minaccia di perdere posti di lavoro e di ottenere costi crescenti è percepita come concreta e possibile. Sulla sicurezza poi da parte delle amministrazioni di sinistra esiste ed è esistita in diversi casi una certa tolleranza e trascuratezza nei confronti di fenomeni delinquenziali per non turbare movimenti e associazioni a loro vicini, tale però da far crescere un certo risentimento verso quella parte di popolazione che si sente trascurata in situazioni delicate e percepite come pericolose per la propria vita.
Queste ragioni hanno fatto crescere diffidenza nei confronti di istituzioni e diritto consolidati, alimentando scetticismo anche verso la scienza e facendo crescere teorie cospirazioniste e realtà alternative possibili.
Condivido alcune parti dell’articolo, comunque interessante. Purtroppo si parte sempre da una visione che usa i soliti paradigmi per poi interpretare la situazione. Personalmente, come già scritto in passato, il dato di partenza è che la stragrande maggioranza degli umani nasce con un cervello con logica mentale conservatrice e solo una piccola minoranza con un cervello con logica mentale progressista. Ovviamente i conservatori o progressisti , come tutte le cose non sono totalmente bianchi o neri, ma hanno anche loro le sfumature che li distribuiscono su una curva gaussiana, con al centro la maggioranza. Deeto questo, le differenze tra quella definita destra e sinistra , sono solo ideologiche, perchè sono ambedue composte da persone con cervello con logica mentale conservatrice. I progressisti sono di solito ai margini della politica, perchè sono razionali, pragmatici, scientifici e allergici alle ideologie e sopratutto sono spesso moderati, ma non vuol dire che sono dei pacifisti ad ogni costo. Analizzare la situazione politica attuale con questi presupposti, ci da un quadro completamente diverso e divere prospettive per il futuro politico in italia. I due schieramenti conservatori attuali ci danno un quadro di quelle che sono le caratteristiche dei cervelli conservatori e di come invece sono totalmente diversi i cervelli progressisti.