1. Genesi. O dell’Inizio
Gli accordi di Monaco, che tra il novembre 1938 ed il marzo 1939 avevano avuto come effetto primario lo smembramento della Cecoslovacchia ebbero, per via delle modifiche ai confini nazionali dei paesi dell’Europa centrale, anche inevitabili ripercussioni sulle popolazioni di quei territori passati con un tratto di penna sotto diversa sovranità: quindi straniere in terra straniera.
Tra le minoranze coinvolte a pagare il conto più salato furono gli ebrei, ritrovatisi da un giorno all’altro deprivati della vecchia cittadinanza, senza però il diritto di riceverne automaticamente una nuova.
Epicentro di questo problema fu in particolare l’Ungheria, beneficiaria in più fasi di importanti acquisizioni territoriali tra il 1938 ed il 1940, che le conferirono le comunità ebraiche delle regioni annesse: dapprima i cecoslovacchi del Félvidek con il Primo Arbitrato Vienna del 2 novembre 1938; poi i ruteni della Kápátalia dopo l’annessione ungherese della Rutenia Subcarpatica nel marzo 1939 ed ancora come conseguenza dell’invasione nazi-sovietica della Polonia del settembre 1939, che produsse l’esodo in Ungheria di migliaia di ebrei polacchi e galiziani; quindi fu la volta di un gran numero di ebrei romeni per via dall’acquisizione ungherese dell’intera Transilvania settentrionale, ottenuta da Bucarest con il Secondo Arbitrato di Vienna del 30 agosto 1940. Infine, nell’aprile 1941 fu la volta di migliaia di ebrei jugoslavi inglobati dopo l’annessione all’Ungheria della Ba?ka e della Baranja.
Il risultato di tutte queste acquisizioni fu il quasi raddoppio dell’estensione territoriale dello stato ungherese, accompagnato però da un altrettanto quasi raddoppio numerico della comunità ebraica compresa entro i nuovi confini magiari, cresciuta dalle circa 400.000 anime censite nel 1939 entro le vecchie frontiere di Trianon (4,3% della popolazione), alle 725.000 (4,9%) rilevate nel 1941. (1)
Inoltre, con la Terza Legge Razziale ungherese del 2 agosto 1941, 100.000 ebrei da tempo convertiti al cristianesimo furono classificati come ebrei. (2)

In un modo o nell’altro, gran parte degli oltre 325.000 ebrei residenti nei territori annessi riuscì ad ottenere col tempo la cittadinanza ungherese. Nel 1941, tuttavia, il 20% degli israeliti che vivevano entro i confini magiari ne erano ancora privi (circa 145.000): tra costoro rientrava la maggior parte dei profughi provenienti da paesi terzi. Secondo diverse stime nel settembre 1939 (quindi prima dell’annessione dei territori ex romeni e jugoslavi) si trovavano in Ungheria circa 15-35.000 ebrei profughi dal Reich, dall’Austria, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e dalla Galizia, dei quali solo una piccola parte era riuscita ad ottenere cittadinanza ungherese dal governo di Budapest ovvero, in alternativa, un permesso di soggiorno temporaneo o un permesso di transito per la Palestina.
Tale gruppo di israeliti, che alla condizione di profughi combinava quella di apolidi, venne relegato in campi di internamento in attesa di definirne lo status giuridico; viceversa, tutti quegli ebrei rimasti apolidi che però risiedevano nelle zone annesse all’Ungheria (Slovacchia meridionale, Transilvania, Rutenia, ecc.), continuarono a vivere nelle proprie case, più o meno indisturbati.

2. Esodo. O del Viaggio
Questa situazione continuò fino all’inizio di Barbarossa, quando la già precaria condizione dei residenti entro i nuovi confini dell’Ungheria raggiunse il punto di rottura. Il 12 luglio 1941 infatti, a seguito di una proposta lanciata da due direttori dell’agenzia antisemita KEOKH (3) venne avviata dal consiglio dei ministri di Budapest la procedura di approvazione della cosiddetta Terza Legge Razziale (promulgata il 2 agosto), che autorizzava l’espulsione di tutti gli ebrei privi di cittadinanza ungherese residenti entro i confini amministrativi d’Ungheria: in tutto, circa 145.000 persone. (4)
La zona di espulsione prescelta fu in quella parte di territorio sovietico sotto occupazione tedesca, oltre il confine orientale della Rutenia carpatica.
Le espulsioni cominciarono immediatamente e già il 14 luglio venne avviato l’esodo forzato degli israeliti fuggiti dalla Polonia e di quelli che vivevano nell’ex Maramures romeno.
Furono inclusi anche diversi ebrei slovacchi e anche alcuni gruppi in attesa della cittadinanza magiara, ma che non avevano ancora ricevuto i documenti definitivi.
Le espulsioni furono particolarmente violente in Rutenia che fu praticamente svuotata della sua comunità ebraica e da, dove, scortati dalla gendarmeria ungherese gli israeliti furono dapprima portati in treno fino a Körösmezo (Yasinya) – località di confine che fungeva da punto di raccolta – e quindi in autocarro fino a Kolomyia, in territorio galiziano ma ancora temporaneamente in zona d’amministrazione militare ungherese. (5)
L’ultima tappa avveniva a piedi, in colonne di 3-400 persone, scortate in Ucraina oltre il Dniester in zona d’amministrazione militare tedesca e costrette a raggiungere Kamjanec Podilskyj oppure altri luoghi (Buczacz, Czortków e Stanislaviv): un ultimo esodo, quasi biblico di 110 km, che metteva le lunghe colonne di ebrei, stremati dalla marcia e dal caldo torrido, alla mercé di bande di predoni locali, lasciati liberi di perpetrare rapine e violenze. Non di rado, una volta arrivati nei pressi del Dniester, i gruppi di israeliti venivano semplicemente abbandonati in aperta campagna, liberi di andare dove volessero, ma dietro la minaccia di fucilazione in caso avessero tentato di rientrare in Ungheria.

Non essendo stata presa in accordo con Berlino la decisione di Budapest di sbarazzarsi degli ebrei apolidi mise le autorità tedesche d’occupazione in Ucraina davanti al fatto compiuto, tanto che, lasciate prive di ordini, acconsentirono al passaggio oltrefrontiera ed al transito verso Kamjanec Podilskyj delle colonne di ebrei ungheres provenienti da Kolomyia.
Non ci sarebbe voluto molto, tuttavia, prima che le autorità militari germaniche manifestassero preoccupazione per il continuo afflusso di ebrei dall’Ungheria.
Infatti già il 28 luglio il comando tedesco retrovie sud (Berück Süd), su preghiera del comandante 444a Divisione di Sicurezza responsabile del settore, richiedeva a Budapest di riprendersi gli ebrei a causa del malcontento che si stava diffondendo sul territorio causa la loro presenza, ricevendone un netto rifiuto (30 luglio). Il 31 luglio un rapporto della 444a divisione paventava la possibilità di epidemie tra gli ebrei abbandonati a loro stessi, sollecitandone l’allontanamento.
Erano in contrasto due interessi divergenti: da un lato quello delle autorità militari tedesche che puntavano a sbarazzarsi degli ebrei già presenti e dall’altro quello delle autorità ungheresi che stavano accelerando le espulsioni in vista di un imminente blocco tedesco della frontiera ucraino-ungherese.
Nel mezzo, decine di migliaia di sfortunati che languivano privi di ogni mezzo a Kamjanec Podilskyj.
Questa è la testimonianza di un soldato ungherese di passaggio a Kamjanec Podilskyj tra il 18 e 19 agosto 1941: (6)
“Molti ebrei, soprattutto donne offrono gioielli in cambio di un po’ di pane. Farebbero qualunque cosa per un tozzo di pane. Alcuni si trascinano malfermi, altri strisciano per terra collassati per la fame; altri ancora si fasciano le piaghe lacerando i propri vestiti. Il quartiere ebraico è pieno zeppo di ebrei che vivono in una sporcizia incredibile, quasi senza vestiti addosso. Le strade puzzano ed in alcune case giacciono cadaveri insepolti. Le acque del Dniester sono contaminate e sull’acqua galleggiano corpi alla deriva”.
Complessivamente, fino al 10 agosto furono deportati in varie parti della Galizia circa 14.000 ebrei, saliti a 15.567 il 19 agosto, seguiti da altri 3-4.000 entro la fine del mese, ossia prima che la frontiera venisse sigillata dai tedeschi.
Questa situazione senza uscita, risultato di interessi contrastanti, stava per ricadere sugli sfortunati ebrei.

3. Levitico. O del Sacrificio
Secondo il programma stabilito da Berlino in base all’avanzata verso est dell’Heeresgruppe “Süd”, le zone dell’Ucraina occidentale già saldamente in mano tedesca, vale a dire la Volinia e la Podolia, dovevano passare il 1° settembre 1941 dall’amministrazione militare della Wehrmacht all’amministrazione civile di Erich Koch, gauleiter nominato da Hitler Reichkommissar Ukraine (RKU). Tuttavia alcuni di questi territori, comprese le regioni di Zhitomir e Kamjanec Podilskyj che erano state soggette al dominio sovietico fin dal 1919, erano considerate a Berlino come maggiormente bolscevizzate rispetto alle regioni più occidentali di Lutsk e Rivne annesse all’URSS nel 1939 e quindi più a rischio in termini di mantenimento dell’ordine.
La soluzione, palesemente ideologica elaborata dalla leadership politica nazista in accordo con quella militare – a sua volta pervasa dall’ossessione dei cosiddetti Freischarler (7) – fu l’adozione delle misure più drastiche, comprese le rappresaglie collettive e la caccia indiscriminata agli ebrei, sommariamente indicati come bolscevichi tout-court.
Tale distorsione aveva già avuto nefaste conseguenze a Novohrad Volynskyi il 25 luglio ed a Stara Kostantinova il 20 agosto dove, in aggiunta agli uomini, un gran numero di donne e ragazzini ebrei di 16-17 erano stati liquidati su ordine di Friedrich Jeckeln, comandante di SS e Polizia nel settore Russia-sud (HSSPF Süd). (8)
Non sorprende quindi, in tale alchimia di automatismi ideologici e ossessioni securitariste che ad un certo punto si facesse strada l’idea di risolvere con una soluzione rapida e definitiva il problema delle migliaia di ebrei ungheresi che continuavano ad affluire nel ghetto di Kamjanec Podilskyj.
Ed infatti il 25 agosto, nel corso di una riunione a Vinnitsa presso lo Chef der Abteilung Kriegsverwaltung bei Generalquartiermeister des Heer venne approvata dai numerosi ufficiali Wehrmacht presenti, la proposta di Jeckeln di risolvere con i suoi metodi il problema ebraico di Kamjanec Podilskyj. Il verbale della riunione, redatto il 27 agosto, non lascia dubbi sulle intenzioni di Jeckeln: (9)
“Circa 11.000 ebrei sono stati portati attraverso il confine ungherese a Kamenec Podolsky. Durante le trattative [con il governo ungherese, nda] non è stato raggiunto alcun accordo per il rimpatrio di questi ebrei. Pertanto, l’HSSPF (Ogruf. Jeckeln), conta di riuscire a completare la liquidazione di questi ebrei prima del 1° settembre 1941″
Oltre a liberare gli indecisi ufficiali della Wehrmacht da un problema apparentemente irrisolvibile la proposta di Jeckeln fu anche il mezzo per placare il malcontento di Himmler nei confronti dei suoi proconsoli orientali, Hans-Adolf Prutzmann nel Baltico e lo stesso Jeckeln in Ucraina, entrambi colpevoli di non aver agito fino a quel momento con la necessaria risolutezza e di non averlo tenuto sufficientemente aggiornato sulla situazione delle esecuzioni nei rispettivi protettorati.
In questo senso, lo sterminio di migliaia di persone fu la soluzione più semplice al convergere di diverse istanze opportunistiche verso questi disperati, colpevoli solo di essere ebrei. Era la soluzione per Himmler, per Jeckeln e naturalmente anche per la Wehrmacht, che delegando pilatescamente la questione ebraica di Kamjanec Podilskyj alle SS e Polizia, si liberava di un problema senza doversi sporcare direttamente le mani.

4. Numeri. O delle Vittime
Ritenendo che gli ebrei ungheresi non fossero un bersaglio sufficiente, Jeckeln estese la sua attenzione agli ebrei locali che vivevano segregati nel ghetto di Kamjanec Podilskyj sin dalla sua fondazione avvenuta il 20 luglio 1941.
Detto in cifre, occorre partire dai circa 14.000 ebrei presenti in città nel 1939 alla vigilia del conflitto (il 38% dei la popolazione totale). Se da questi togliamo coloro espatriarono in Ungheria nell’autunno 1939 nonché coloro che viceversa fuggirono in Unione Sovietica dopo il 22 giugno 1941 per sfuggire ai nazisti, ed aggiungiamo i profughi espulsi dall’Ungheria nel luglio-agosto 1941 si arriva ad un totale di almeno 28.000 ebrei ammassati nel ghetto di Kamjanec Podilskyj nell’agosto 1941, metà dei quali di origine ungherese.
Su tutti costoro si sarebbe abbattuta la mannaia di Jeckeln.
Ottenuto il via libera dalle autorità militari riunite a Vinnitsa, Jeckeln raggiunse Kamjanec Podilskyj ed iniziò subito i preparativi per il massacro, aiutato dal suo vice, l’SS-Brigadeführer Gerret Korsemann. Ambedue, assieme ad alcuni ufficiali della Wehrmacht, avrebbero assistito al massacro dalla cima di una bassa collina che dominava il luogo prescelto per il massacro, noto come Porokhovye sklady: vale a dire un vasto campo leggermente ondulato a circa cinque miglia a nord di Kamjanec Podilskyj, punteggiato dai crateri di un precedente bombardamento che avrebbero potuto essere utilmente utilizzate come fosse comuni improvvisate.
Nonostante l’esperienza maturata nei massacri perpetrati nelle settimane precedenti a Kovel e Vinnitsa, il compito di Jeckeln appariva improbo, per via del numero di ebrei che aveva intenzione di liquidare in così breve tempo e per la carenza di unità in grado di portare a termine l’azione che si limitavano a poca cosa vale a dire: la SS-Stabskompanie / HSSPF “Russland-Süd” che seguiva Jeckeln nei suoi movimenti sul campo nel ruolo di unità di scorta e comando; un contingente di ausiliari ucraini reclutati dalla Feldkommandantur 184, più un plotone di genieri ungheresi formato da svevi danubiani, che sarebbe stato messo a disposizione dalle autorità militari magiare per compiti di sorveglianza intorno alla zona del massacro.
Provvidenzialmente per Jeckeln si rese poi disponibile il Polizei Bataillon 320 accasermato a Khmelnyts’kyy, circa 90 miglia a nord di Kamjanec Podilskyj, dove era arrivato il 27 agosto proveniente da Tarnopil, in Galizia.
Questo battaglione era stato formato nel febbraio 1941 a Berlino-Spandau e dopo il suo ingresso in territorio sovietico, a metà agosto 1941 presso Przemysl in Galizia, era stato posto a disposizione di Jeckeln quale reparto per impieghi speciali (zur besonderen Verwendung – zBV).
A capo del battaglione vi era il maggiore Kurt Dall, che era subentrato proprio in quei giorni. Comandanti di compagnia erano l’Hptm Alfred Weber (1/320), l’Hptm Hans Wiemer (2/320) e l’Hptm Heinrich Scharway (3/320). Le prime due compagnie presero parte al massacro a partire dal 27 agosto, mentre la terza, che era stata la retroguardia, giunse sul luogo del massacro il 28 agosto verso mezzogiorno: anch’essa tuttavia fece in tempo a partecipare a numerose fucilazioni.
Kamjanec Podilskyj non sarebbe stato il primo Säuberungsaufträg per il Polizei-Bataillon 320, che aveva già preso parte, pochi giorni prima (20 agosto), al massacro di 439 ebrei a Stara Kostantinova, in un ruolo di supporto alla 1. SS-Infanterie-Brigade.
Si trattava comunque di un battaglione alle prime armi, fino a quel momento coinvolta solo marginalmente in azioni genocide, che tuttavia riuscì a diventare la forza principale perpetratrice di un terribile massacro di civili indifesi: il tutto senza provocare alcuna reazione particolare o trauma emotivo esteriormente percepibile nei poliziotti che vi presero parte, tranne un unico caso di obiezione di coscienza del poliziotto Herbert H., riconosciuto e accettato dal suo comandante di compagnia Scharway .
Questa è la testimonianza resa dallo stesso Herbert H. alla ZentraleStelle Ludwigsburg (204 AR-Z 48/58) il 15 gennaio 1960: (10)
“Ricordo un discorso del nostro comandante Scharway davanti alla compagnia schierata, durante il quale ci informò che l’intero battaglione sarebbe stato utilizzato nell’azione ebraica di Kamjanec Podilskyj. Dal suo discorso era chiaro che gli ebrei sarebbero stati fucilati. Le sue parole volevano essere per noi un indottrinamento ideologico, ed erano per questo inequivocabili su come gli ebrei avessero portato il disordine nel mondo, su quanto fossero inutili e su quanto fosse necessario eliminarli.
Non ricordo le sue parole esatte, ma questo era il senso.
Scharway disse anche che nessuno sarebbe stato obbligato a prendere parte alle fucilazioni […].
Dopo che alla compagnia fu ordinato di rompere i ranghi, andai da Scharway e gli chiesi in privato di essere esentato dal prendere parte all’azione […], richiamando la sua attenzione sulla Convenzione dell’Aia che proibisce l’uccisione di persone indifese, oltre al fatto che ciò non andava bene con la mia coscienza.
Scharway mi ha risposto soltanto che mi considerava malato e che per questo motivo mi esentava dall’azione ebraica <Va bene, Herbert, voi siete esentato>, mi ha detto.
Non sono al corrente se ci siano stati altri membri della compagnia esentati allo stesso modo, ma non ho avuto l’impressione che ci fosse qualcuno tra loro che si sentisse come il sottoscritto. Mi è sembrato, al contrario, che tutti fossero d’accordo con Scharway sul fatto che l’azione fosse un male necessario”.
5. Deuteronomio. O delle Parole
Secondo il piano di Jeckeln, l’eccidio si svolse in più giorni durante i quali le vittime, rastrellate gradualmente nel ghetto, furono portate in lunghe colonne sul luogo del massacro sotto lo stretto controllo degli uomini del Polizei-Bataillon 320; conseguentemente in questa prima fase le esecuzioni furono perpetrate principalmente dalla Stabskompanie/HSSPF
Agli ebrei, ovviamente, fu taciuto il vero scopo dell’operazione ma fu loro ordinato di preparare bagaglio personale, biancheria ed indumenti di ricambio per un trasferimento altrove. Secondo la testimonianza di un agente di polizia, molti ebrei gli si sarebbero avvicinati chiedendogli quale sarebbe stata la loro destinazione. Le colonne includevano donne e bambini, mentre gli anziani, incapaci di muoversi autonomamente, furono trasportati su barelle improvvisate.


Ogni illusione scomparve nelle vittime con il lento approcciarsi delle colonne al luogo dell’esecuzione, in mezzo a un terreno piuttosto accidentato, circondate da un primo cordone di poliziotti, oltre il quale si potevano scorgere molte persone e udire il crepitio delle armi automatiche.
Una volta superata questa barriera, alle vittime venne ordinato di riunirsi in grandi gruppi circondati da altri poliziotti. ed ogni volta che una nuova colonna sopraggiungeva dalla città, il perimetro di sorveglianza del gruppo si allargava fino a comprendere diverse migliaia di persone.
Alle vittime venne poi ordinato di spogliarsi e di lasciare a terra vestiti e bagagli, dopodiché, in piccoli gruppi, furono costrette ad avvicinarsi alle fosse sparse ovunque.

Si trattava, infatti, di crateri di bombe a forma di imbuto, che potevano raggiungere un diametro di 65-100 piedi e una profondità di 15-20 piedi, nei quali erano in attesa i plotoni di esecuzione, solitamente formati da quattro uomini armati di mitragliatori.
Secondo la già citata testimonianza di Herbert H., membro del 3/320, il comandante di compagnia Scharway, avrebbe tenuto un breve discorso sulla necessità di procedere con l’eliminazione degli ebrei considerati “propagatori del disordine mondiale”.
Ciò che accadde in seguito fu qualcosa di molto simile ad un girone infernale.
Per molte ore, ininterrottamente, dopo essere stati sospinti sull’orlo delle fosse, gli ebrei venivano costretti a scendere ed sdraiarsi sui corpi allineati di coloro che li avevamo preceduti, però in posizione invertita in modo da ottimizzare lo spazio: era il metodo ideato da Jeckeln, definito come “scatole di sardine” (Sardinenpackung).
Dopodiché, le vittime venivano uccise con singoli colpi alla testa, oppure con raffiche frettolose di armi automatiche.
Una certa tolleranza veniva concessa agli esecutori, nel caso qualcuno di loro ad un certo punto non se la fosse più sentita di continuare ad uccidere, in particolare i bambini. In quel caso poteva chiedere di essere sostituito e di uscire dalla fossa a bere un po’ di brandy.
In alcuni casi Tuttavia le esecuzioni continuarono senza sosta, come riferito dal testimone Hermann Krüger, membro dello staff personale di Jeckeln che, insieme ai colleghi Johannes Lüschen e Willi Wedekind continuarono a uccidere, immersi nella fossa, per circa due ore, potendosene andare solo dopo l’arrivo sul posto di una squadra di rimpiazzo. (11)
Quel giorno, 27 agosto, le esecuzioni si protrassero dalle 10:00 alle 16:00,
Non c’erano medici per stabilire la morte della vittima. Vi furono casi di alcuni ebrei rimasti tramortiti da una ferita, che riprendevano conoscenza solo per rimanere a languire nell’agonia sotto i corpi degli uccisi oppure, se più fortunati, per ricevere il colpo di grazia. Ci furono anche feriti che implorarono i loro aguzzini di ucciderli.
Questa è la testimonianza di Hermann Krüger resa il 22 settembre 1941 alla ZStD, 204 AR-Z 13/60: (12)
“Alla fine di agosto sono stato coinvolto nel grande massacro di Kamjanec Podilskyj dove sono stati uccisi innumerevoli ebrei. Gli ebrei sono stati fucilati in diversi fossati a forma di imbuto. Probabilmente erano crateri di bombe. Il fossato a cui ero stato assegnato aveva un diametro di 65-100 piedi e una profondità di 15-20 piedi.
Non appena ci mettemmo in marcia verso il luogo dell’esecuzione, Jeckeln ordinò a me, Lüschen e Wedekind di tenerci pronti. Sapevamo che saremmo andati a fucilare delle persone.
Quando siamo arrivati le fucilazioni non erano ancora iniziate. Erano però già pronti diversi plotoni di esecuzione, ciascuno composto da quattro uomini. Uno di questi plotoni venne formato da me, Lüschen, Wedekind e da un poliziotto che non conoscevamo. Eravamo equipaggiati con fucili mitragliatori.
Il luogo dell’esecuzione era stato cinturato da una compagnia di polizia. I plotoni di esecuzione erano formati da poliziotti e membri delle SS. Gli ebrei arrivarono in una lunga colonna. A quel punto Jeckeln ordinò a me, Lüschen, Wedekind ed al poliziotto di posizionarci sul fondo di una fossa. Gli ebrei iniziarono ad entrare nella fossa e tranne alcuni che rimasero in piedi li facemmo sdraiare per poi ucciderli con colpi alla nuca. C’erano donne e bambini, ma ricordo di avere sparato solo agli uomini.
Andammo avanti senza interruzione. Ho provato più volte ad uscire dalla fossa, perché mi sentivo mancare, ma ogni volta mi veniva ordinato di tornare al mio posto. In totale ho dovuto sparare per circa una o due ore, fino a quando non fummo sostituiti da un kommando di poliziotti.
Non so dire quanti furono gli ebrei che uccisi, forse 50 o 100. Non c’era nessun medico per accertare che le vittime fossero realmente morte. Ricordo ancora un ebreo ferito e privo di sensi, che dopo aver ripreso conoscenza si mise ad urlare e piangere chiedendo di essere ucciso. A quel punto gli venne inferto il colpo di grazia.
Ricordo anche di una ragazza di circa 20 anni e di un ragazzino di circa 12, che implorarono lo Sturmbannführer Meyer di avere salva la vita sostenendo di non essere ebrei. Vidi Meyer parlarne con Jeckeln, che acconsentì a che i due fossero rilasciati. Ricordo ancora i salti di gioia di quel bambino quando gli fu risparmiata la vita. Anche la ragazza era molto felice”.
Un’altra testimonianza del massacro di Kamenec Podolski è data da Gábor Mermelstein, un ebreo sopravvissuto, autista di autocarri e membro di una unità militare ungherese: (13)
“Mentre ci avvicinavamo a Kamjanec Podilskyj, iniziammo a sentire colpi di arma da fuoco intermittenti […]. Sospettammo che questa operazione potesse essere di portata più vasta rispetto alle esecuzioni minori perpetrate dai nazisti.
Gli spari divennero più forti e presto incontrammo un gruppo di donne presso cui ci fermammo per chiedere loro cosa stesse succedendo. Con la voce rotta dai singhiozzi quelle donne ci raccontarono di un posto poco lontano dove la gente veniva trucidata a centinaia.
Chiesi loro se tra le vittime vi fossero ebrei e loro risposero che venivano assassinati sia ebrei che polacchi. Così abbiamo guidato per circa due miglia in direzione degli spari, finché non giungemmo al limite della foresta, dove notammo centinaia di persone nude. Rallentammo e proseguimmo lungo una fila di betulle, in un punto il cui il margine della foresta piegava a semicerchio e fu allora che all’improvviso arrivammo in vista di un fossato quadrangolare, fiancheggiato da persone su tutti e quattro i lati. Fu qui che vedemmo persone innocenti uccise a centinaia dal fuoco delle mitragliatrici.
Non dimenticherò mai ciò che vidi e ciò che sentii: i volti terrorizzati, i cumuli di corpi e poi masse di uomini, donne e bambini che si avvicinavano alle loro tombe. La mia reazione fu di panico, orrore ed incontenibile dolore.
Di fronte a quel massacro gli autisti del convoglio, che all’80% erano ebrei, cominciarono a piangere seduti ai loro posti di guida. L’ufficiale tedesco seduto in cabina al mio fianco, vide che stavo singhiozzando e guardando la fascia gialla che portavo sul braccio mi chiese placidamente: <perché stai piangendo?>. Io risposi: <come potrei non piangere davanti a tutto questo?>. E lui di rimando: <oh, non preoccuparti, ce ne sono ancora tanti di ebrei a questo mondo>.

7. Conclusione
Con queste modalità il massacro andò avanti per tre giorni, puntualmente registrato dai telex che Jeckeln spediva quotidianamente a Berlino: 4.200 ebrei liquidati il 27 agosto, 11.000 il 28 agosto e 7.000 il 29 agosto. Poi, il 30 agosto il rapporto finale a Himmler:
“Il numero degli ebrei liquidati dalla Stabskompanie HSSPF Russland-Süd a Kamenec Podolski ha raggiunto i 23.600”.
La degna conclusione di questo orrendo massacro va però ascritta ad un ufficiale del Polizei-Bataillon 320, che indicando un ebreo che mestamente si trascinava alla fossa disse ai suoi soldati: “Seht Euch diesen Mann an. Das ist ein typischer Jude, den man ausrotten muss, damit wir Deutsche leben können”. (14)
Guardate quest’uomo, è un tipico ebreo. Deve essere eliminato affinché noi tedeschi si possa vivere.
Note
(1) Attraverso il Primo Arbitrato di Vienna l’Ungheria ricevette parte della Slovacchia meridionale (il cosiddetto Felvidék) abitato da circa 68.000 ebrei. Nel marzo 1939 si aggiunsero i 78.000 israeliti che vivevano nella Rutenia Subcarpatica (Kápátalia). Con il Secondo Arbitrato di Vienna l’Ungheria ricevette la Transilvania settentrionale abitata da altri 140-160.000 ebrei.
(2) Il riconoscimento della cittadinanza ungherese agli ebrei dei territori annessi venne ostacolato dalla Seconda Legge Razziale del maggio 1939 che negava la naturalizzazione a tutti coloro che non fossero in grado di dimostrare la residenza dei loro antenati sotto corona ungherese a partire dal 1848.
(3) KEOKH ossia Ku?lföldieket Ellen?rz? Országos Központi Hatóság (Autorità Centrale Nazionale per il Controllo degli Stranieri) era un’agenzia di stato preposta a controllare gli stranieri presenti in territorio ungherese valutandone l’idoneità a risiedervi.
(4) Le espulsioni erano state previste già dalla Seconda Legge Razziale del maggio 1939 ma erano state posposte in quanto nessun paese aveva accettato di accogliere i deportati. Dopodiché nel luglio 1941, a seguito di Barbarossa, si aprirono gli immensi spazi dell’Ucraina occupata.
(5) I distretti galiziani di Stanislaviv, Horodenka e Kolomyia rimasero sotto amministrazione militare ungherese dal 1° luglio 1941 al 1° agosto quando furono annessi al Generalgovernatorato assieme al resto della Galizia.
(6) Krisztián Ungváry: Magyarország és a második világháború, Budapest 2005, pp. 177-178
(7) L’OKH aveva maturato un’autentica ossessione per i cosiddetti Freishärler, ovvero formazioni guerrigliere irregolari che colpivano nelle retrovie: un trauma generato nel 1919-21 dai combattimenti in Alta Slesia tra la Reichswehr e gli insorti polacchi e che fu all’origine della brutale politica repressiva applicata dalla Wehrmacht nelle retrovie dei territori orientali a partire dal settembre 1939.
(8) In totale, erano stati fucilati circa 800 ebrei, donne comprese, dai 16 ai 60 anni da un reparto della 1. SS Infanterie-Brigade.
(9) HIS, Verbrechen der Wehrmacht. Dimensione des Vernichtungskrieges, 1941-1944, Amburgo 2002, p. 132
(10) Klaus-Michael Mallmann, Volker Riess, Volfram Pyta, Der Veltamschauungskrieg in Photos und Texten, Darmstadt 2003, pp. 85-86
(11) Hermann Krüger, Johannes Lüschen e Willi Wedekind, in quanto parte dello staff personale di Jeckeln furono coinvolti nei vari eccidi organizzati dal loro superiore in Ucraina ed a Riga nell’estate/autunno 1941. Lüschen era l’autista personale di Jeckeln. Wedekind morì il 14/8/44 per ferita da bombardamento mentre Krüger, anch’egli autista fu chiamato a testimoniare al processo contro Paul Degenhardt aiutante di campo di Jeckeln durante il massacro di Rumbula (Riga).
(12) HIS, op.cit. p. 135,
(13) Gabriel Mermall, Norbert Yasharoff, By the grace of strangers: two Boys’ rescue during Holocaust, Gerusalemme, 2006, pp. 126-127. Gabriel Mermall alias Gábor Mermelstein, sopravvisse alla guerra e nel 1947 emigrò negli Stati Uniti assieme al figlio.
(14) Mallmann, Ryess, Pyta, op.cit. p. 87.
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