
Ho letto con molto interesse l’articolo a firma di Claudio Pavoni pubblicato qualche giorno fa su InOltre e desidero aggiungere qualche elemento di riflessione a supporto delle sue valutazioni, forte dei miei cinquant’anni di lavoro nell’industria, dove migliaia di aziende, spesso sconosciute, rappresentano delle eccellenze che oggi tengono in piedi, quel che resta dell’apparato produttivo italiano.
Il suo richiamo preoccupato ha ragion d’essere, oggi più che mai, per la presenza al governo di una forza politica che ha nel DNA le istanze della destra sociale, lontana da una concezione liberale del mercato ed espressione del corporativismo tuttora presente nel contesto socioeconomico.
Oggi stiamo assistendo ad una vera e propria de industrializzazione, l’antitesi degli anni del boom economico innescato dal piano Marshall e dalla ricostruzione postbellica, del consociativismo DC PCI, dell’industria di Stato, dell’Oscar delle monete assegnato alla Lira, il seguito è storia che giunge fino a noi.
Il lento, ma costante decadimento dell’apparato produttivo, di pari passo con l’aumento del deficit pubblico e un regime di bassi salari, imporrebbe alle forze politiche un cambio di paradigma del quale è lecito dubitare.
Non a caso, gli imprenditori che sono cresciuti silenziosamente appartati, senza chiedere prebende, ma anzi tenendosi lontani dalla politica, hanno costruito eccellenze di scala mondiale, valgano gli esempi di Del Vecchio (Luxottica), Ferrero (Nutella), Bombassei (Brembo) e Salini (Webuilt).
I tanti come loro, che per dimensioni e notorietà sono la parte emersa di un iceberg, hanno capito per tempo esattamente quello che Pavoni afferma: l’Italia non è più il paese del dopoguerra, che basò la propria rinascita sul differenziale competitivo dei salari e la sagacia degli imprenditori, con un tacito collateralismo di sindacati e politici che favorirono anche una fiscalità molto accomodante, fino a tollerare una vasta evasione.
Alcuni degli elementi presenti in quegli anni sono man mano venuti meno, soprattutto perché molti paesi emergenti hanno preso il posto dell’Italia nella fornitura di manufatti basici a basso costo, come dimostrano due esempi che seguono circa la vivacità imprenditoriale del dopoguerra, che mirava a modernizzare il paese con prodotti di largo consumo rivolti ad una larga platea di consumatori nazionali, quando ancora l’esportazione del Made in Italy era di là da venire.
La Fiat introdusse le utilitarie 600 e 500 che hanno motorizzato il paese, per merito del geniale progettista Dante Giacosa che con fatica impose ai riluttanti vertici aziendali quella scelta produttiva, poi imitata dai competitori europei e giapponesi.
Giovanni Borghi, partendo da una piccola impresa semi artigianale che produceva fornelli a gas, ebbe l’intuizione di puntare su due elettrodomestici destinati ad approdare in ogni casa italiana: frigoriferi e lavatrici col marchio Ignis dell’azienda di fornelli, che con il loro prezzo competitivo avrebbero invaso anche i mercati esteri.
Al contrario ci troviamo ora ad aver colpevolmente dismesso l’industria di base: siderurgia, chimica, tessile ed in fine l’auto.
Pavoni accenna al recente richiamo dell presidente esecutivo di Brembo, Tiraboschi, che è un monumento al buon senso nell’auspicare la formulazione di un piano industriale da parte dello Stato avente come base la ricerca, l’innovazione, l’alta tecnologia e la promozione delle eccellenze del secondo paese manifatturiero d’Europa.
Dubito purtroppo che la politica abbia le capacità di perseguire un disegno incentrato su questi punti di forza, non solo relativo al comparto industriale, ma allargato alla cultura, al turismo e all’agricoltura con la sua peculiare biodiversità, unica al mondo.
Qualunque sia l’indirizzo ideologico dei governi che si succederanno nei prossimi anni è difficile immaginare che ci si possa liberare dall’eccesso di legiferazione, cui fa seguito l’oppressione burocratica che ne deriva, la presenza, come già detto, di corporazioni e lobby, il divario ancora notevole fra nord e sud.
L’Italia non è mai entrata nel capitalismo di tipo anglosassone, ma nemmeno nel sistema centralistico francese, è sempre rimasta in bilico, fatte malamente le privatizzazioni (va detto con la complicità di una parte dell’imprenditoria storicamente predatoria) ora si assiste ad una presenza di ritorno nell’economia da parte dello Stato, salvo forse le eccezioni di Alitalia e Ilva, data la montagna di miliardi sperperati invano, sempre che gli acquirenti riescano a gestirle profittevolmente.
A noi mancano una visione percepibile, la capacità di fare sistema come i francesi e dei leader di caratura internazionale, pur esistendo i ministeri dell’industria e della cultura che dovrebbe essere abolito, la cultura si fa, non si amministra, a meno che non si voglia tornare al Minculpop che si occupava di propaganda al fine di produrre un pensiero unico senza contraddittorio, esempio di manipolazione della pubblica opinione, tipico delle dittature.
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Rispondo volentieri alle sue osservazioni, premettendo che da quanto scrivo appare chiaro che le responsabilità sono equamente divise tra tutti i governi succedutisi.
Però accreditare l’aumento degli occupati a un governo che non ha preso alcun provvedimento in tal senso è come attribuire la riuscita di una gita perché c’era il sole.
Le dinamiche occupazionali hanno tempi lunghi, superiori ai due anni del governo attuale.
Quanto al DNA, ricordo che per la questione dei balneari siamo all’ulteriore rinvio, malgrado i richiami della UE.
Dei taxi in regime di licenza negoziabile meglio stendere un velo.
Anche le bancarelle di fronte ai negozi.
La direttiva Bolkenstein del 2006 è tuttora inapplicata.
MPS è ancora del tesoro.
Ilva, chi la compra? Marcegaglia?
Più due riforme necessarie di cui nessuno parla:
Rai modello BBC.
Abolizione della validità del titolo di studio con abolizione degli ordini professionali.
Per quel che riguarda il passato e le disastrose dismissioni (svendite) delle aziende IRI bastano i nomi:
SIP
Alitalia
Autostrade
Acciaierie di Taranto
Alfa Romeo.
Ognuna di queste ha una storia ben nota… e al governo non c’erano gli attuali.
Stefano Piperno
Ma dove vede effettivamente la lontananza da “una concezione liberale del mercato” nelle intenzioni di questo Governo? Non sarà certamente perfetto (e in due anni certo non si possono fare miracoli) ma credo sia evidente un cambio di rotta, prova ne è l’aumento degli occupati e una certa attenzione fiscale ai ceti medi produttivi. Non mi sovviene (forse sbaglio) alcun esempio di statalizzazione di imprese o limitazione nel fare libera impresa. Tutt’altro.
Di certo non credo abbia alcun rimpianto delle “eccellenti” politiche industriali di Cinque Stelle e PD degli anni passati. Almeno spero…