
Negli ultimi anni, l’ONU ha dato sempre più prova di essere un ente tutt’altro che imparziale. Da un lato emana più risoluzioni contro Israele che contro qualsiasi regime autoritario; dall’altro, nel 2023, ha permesso all’Iran di assumere la guida della sua Commissione per i diritti umani. Già nel 2016 l’UNESCO, che dovrebbe tutelare il patrimonio storico e culturale, aveva negato il legame tra il Muro del Pianto e il popolo ebraico.
Più di recente, l’agenzia UN Women — che si occupa dei diritti delle donne, ma che ha impiegato mesi per condannare gli stupri di Hamas del 7 ottobre — ha pubblicato sui suoi canali social un post dal titolo: “Il ruolo delle donne nella costruzione della pace è più importante che mai. Assieme alle donne sul campo, UN Women sta promuovendo la leadership femminile per un mondo in pace.”
Nell’immagine si vede una donna coperta da un niqab che tende la mano verso l’obiettivo, circondata da altre donne completamente velate. In sostanza, l’ONU ha deciso che il velo integrale rappresenta l’emancipazione femminile. Peccato che in Iran le donne vengano ancora arrestate e torturate se osano uscire di casa senza.


In Italia la reazione è stata tiepida, per non dire assente. Mentre in Francia il post ha suscitato condanne bipartisan — dal conservatore Le Figaro al giornalista Jean Quatremer del progressista Libération — da noi la notizia è rimbalzata solo su Libero, Il Secolo d’Italia e sulla newsletter di Giulio Meotti su Substack.
Proprio Meotti ricordava come già nel 2021 anche l’Unione Europea avesse lanciato una campagna simile: in quell’anno, mentre i Talebani tornavano al potere in Afghanistan riportando indietro di secoli la condizione delle donne, il Consiglio d’Europa pubblicava un’immagine divisa in due — metà donna velata, metà senza velo — con lo slogan: “La bellezza è nella diversità come la libertà nel hijab.” E aggiungeva: “Quanto sarebbe noioso il mondo se tutti fossero uguali? Celebra la diversità e rispetta l’hijab.”
Dietro simili operazioni di facciata si muovono spesso interessi economici e politici. Nel giugno 2024, Doha News riportava che il Qatar aveva donato un milione di dollari a UN Women, ufficialmente per “promuovere l’uguaglianza di genere”. In realtà, secondo il Ministero degli Esteri qatariota, l’emirato ha finanziato le agenzie ONU per un totale di 500 milioni di dollari.
A pesare sulle scelte delle Nazioni Unite c’è però anche l’ideologia. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, già direttrice di UN Women e Alto Commissario ONU per i diritti umani, si è fatta fotografare a Pechino accanto a funzionari del Partito Comunista Cinese, sorvolando — guarda caso — sulle violazioni sistematiche contro la minoranza uigura, come ha ricordato la rivista Bitter Winter.
Ma non è certo un’anomalia recente. Kurt Waldheim, segretario generale ONU dal 1972 al 1981 e poi presidente austriaco, era stato un ufficiale nazista durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1976 prese posizione contro Israele dopo il blitz di Entebbe, quando i soldati israeliani liberarono gli ostaggi di un volo dirottato da terroristi palestinesi e comunisti.
Cambia il contesto, cambiano i volti, ma la musica è sempre la stessa: l’ONU resta, oggi come ieri, un organismo politicamente fazioso e moralmente confuso.
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Che ci siano dittature e teocrazie in grado di influenzare le decisioni dell’Onu, non dovrebbe sorprendere. Semmai dovrebbero farci la cortesia di smetterla con l’ipocrisia della difesa dei diritti dell’uomo e di ogni individuo, perché chiaramente l’organizzazione non può adempiere a quel ruolo se non incoraggiando vanamente senza potere reale.
Totalmente d’accordo. Ormai l’ONU è soltanto un simulacro del progetto iniziale. Un teatro in cui i governi del pianeta mandano i loro figuranti a recitare una parte già scritta e perfettamente inutile. Una organizzazione che andrebbe cancellata e rifondata.