


C’è una parte della sinistra italiana che continua a pensarsi come una città fortificata, non tanto perché un assedio sia realmente in corso, quanto perché l’idea stessa dell’assedio è diventata una componente strutturale della propria identità. Le mura, in questo senso, non servono soltanto a difendersi, ma a riconoscersi.
Esse delimitano uno spazio simbolico entro il quale si può continuare a dire “noi”, distinguendolo da un “loro” che, di volta in volta, assume le sembianze dell’avversario politico, del nemico della Costituzione, dell’erede più o meno consapevole di una tradizione autoritaria che si ritiene mai davvero sconfitta.
È dentro questo immaginario che va collocato il modo in cui una certa sinistra — quella che, per semplificare, indichiamo come l’erede della tradizione comunista — sta conducendo la campagna sul prossimo referendum sulla separazione delle carriere: dunque non il merito delle argomentazioni qui ci interessa, che possono essere fondate e legittime in entrambe le direzioni, ma la forma simbolica con cui il conflitto viene costruito e offerto all’opinione pubblica.
Il referendum, più che come una questione politica complessa — che in teoria concerne un bene comune come la giustizia, rispetto al quale il pluralismo delle sensibilità dovrebbe precedere il perimetro delle appartenenze partitiche — viene spesso presentato come una soglia morale. Non come una scelta tra opzioni diverse, entrambe compatibili con l’orizzonte democratico, ma come un bivio in cui sarebbe in gioco la sopravvivenza stessa dell’ordine costituzionale nato dalla Resistenza.
Se passa il Sì, si dice o si lascia intendere, il potere giudiziario verrà subordinato all’esecutivo; se passa il Sì, si riattiverà una linea oscura che dalla P2 di Licio Gelli conduce alle forme contemporanee di autoritarismo; se passa il Sì, la Costituzione antifascista subirà una torsione irreversibile.
Talvolta queste tesi vengono sostenute in modo esplicito, talvolta affidate a un gioco di suggestioni, analogie storiche, evocazioni, mezze frasi, allusioni metaforiche, che non hanno bisogno di essere dimostrate perché operano a un livello emotivo più profondo, là dove il linguaggio politico si trasforma in linguaggio simbolico e prelogico che eccede il contenuto.
Questa comunicazione funziona tanto più se vaga e approssimativa perché la sua funzione non è informativa bensì identitaria: serve ad attivare un’appartenenza, un immaginario, a sincronizzare i comportamenti e segnalare la possibilità di un pericolo, in modo analogo ai richiami vocali nella comunicazione animale. Qualcosa di “biologico” e quasi irresistibile si attiva nel ricevente.
A rafforzare questo impianto narrativo non intervengono tanto, o non soltanto, esperti del diritto costituzionale, quanto figure che svolgono una funzione diversa: quella di garanti morali. Storici popolari, intellettuali riconoscibili, personaggi della cultura mediatica (Alessandro Barbero, Pif, Maurizio De Giovanni, ecc.) vengono chiamati non tanto a discutere tecnicamente la riforma (mettiamo da parte la scivolosa questione della competenza), quanto a certificare l’orientamento giusto, a rassicurare un pubblico già predisposto sul fatto che l’intuizione di fondo è corretta.
Il loro intervento, più che argomentativo, è simbolico: serve a stabilire una cornice di senso entro cui le singole affermazioni acquistano valore, anche indipendentemente dal loro contenuto specifico. In tale prospettiva, che il messaggio contenga inesattezze fattuali, più o meno clamorose, è irrilevante.
In questo modo il dibattito politico assume sempre più i tratti di una rappresentazione rituale, con uno stile che fa pensare ai “morality plays” del ’400, scene teatrali a carattere pedagogico-religioso, nelle quali virtù e vizi antropomorfizzati si affrontavano in un canovaccio semplice e a ruoli fissi, per impartire una lezione morale agli spettatori.
Anche nei “moralities” dell’area massimalista del PD i ruoli sono assegnati in anticipo: da una parte i difensori della democrazia, della Costituzione, dell’antifascismo; dall’altra coloro che, consapevolmente o meno, metterebbero mano a un equilibrio delicatissimo con leggerezza o con secondi fini.
In mezzo, una zona di ambiguità — dunque di complicità col male — in cui si collocano i riformisti, i moderati, i centristi, i liberali, tutti quelli che non si riconoscono in una lettura apocalittica del presente. Questi non vengono percepiti come semplici interlocutori con una diversa valutazione, ma come elementi perturbatori di un racconto che ha bisogno di essere compatto per funzionare.
Come in una delle “moralità” più famose, il personaggio centrale, “Everyman” (Ognuno, personificazione dell’uomo comune), deve rivolgersi a Saggezza e Buone Azioni per salvarsi l’anima, così, nella “moralità” di questa sinistra, per redimersi bisogna farsi guidare dal Partito, che detiene la saggezza, e dalle Buone Azioni, cioè fare il bene della strategia del gruppo dirigente.
Non a caso, più di un esponente in vista di questa sinistra ha dichiarato pubblicamente, nei giorni scorsi, che voterà “no”, anche se avrebbe potuto votare “sì”, a prescindere dal merito: si tratta di votare contro il governo di destra in carica, cioè di fare una Buona Azione (in “Everyman” la Saggezza abbandona il protagonista in punto di morte: saranno le Buone Azioni ad accompagnarlo nell’aldilà e a indirizzare definitivamente la situazione in suo favore).
In tale prospettiva è rivelativo che la polemica più aspra non si concentri quasi mai contro gli avversari politici dichiarati, ma su coloro che, provenendo dalla stessa area culturale e storica, mettono in discussione l’impianto simbolico della fortezza. Con la destra si polemizza sul piano politico; con i cosiddetti riformisti si discute sul piano dell’identità (e li si vorrebbe cacciare di casa).
La loro colpa non è tanto di avere torto, quanto di incrinare una narrazione che si regge su una distinzione netta tra un dentro e un fuori, tra chi appartiene e chi devia, tra la salvezza e la perdizione: si sa, quando in gioco c’è l’anima, non si può andare troppo per il sottile.
Questa dinamica non è contingente, né riducibile a una semplice strategia comunicativa. Affonda le sue radici in una storia più lunga, che ha al suo centro quello che potremmo chiamare il grande trauma politico della sinistra italiana contemporanea: l’esperienza del PCI berlingueriano.
Quella stagione rappresentò, per una parte vastissima del Paese, un momento di intensità morale e civile straordinaria. Fu il tempo in cui una cultura politica si percepì a un certo punto come “moralmente pronta”, cioè pienamente all’altezza dei valori democratici, repubblicani, costituzionali, ma allo stesso tempo “storicamente impedita”, impossibilitata a tradurre quella maturità etica in piena responsabilità di governo.
Questa condizione ambivalente ha lasciato una traccia profonda nella psicologia di quel gruppo politico, trasmessa poi anche agli eredi più giovani. Essere moralmente pronti ma storicamente impediti significa interiorizzare l’idea di avere ragione senza poter mai verificare fino in fondo quella ragione nell’esercizio del potere.
Significa abitare una superiorità etica che non trova mai una completa traduzione politica, con una frustrazione che ha rappresentato un portentoso aggancio emozionale col populismo grillino sopraggiunto nel tempo. In forza di ciò, la politica, anziché diventare il luogo della decisione, resta il luogo del giudizio.
L’azione, anziché essere misurata dai suoi effetti, continua a essere valutata soprattutto per la sua coerenza morale: da qui, tra le altre cose, la difficoltà del seguace medio di quell’area politica — direi un limite spirituale prima che cognitivo — a concepire la differenza fondamentale tra la moralità prepolitica e la moralità in politica, a capire cioè che in politica si può essere moralmente impeccabili nelle intenzioni e politicamente disastrosi negli esiti, e si può essere moralmente ambigui nelle motivazioni e politicamente benefici negli effetti.
Nel tempo, questa struttura si è trasformata in una sorta di disposizione emotiva collettiva. Ogni passaggio istituzionale rilevante tende a essere vissuto come una ripetizione simbolica di quella frattura originaria.
Ogni riforma appare come una possibile conferma del sospetto che la storia, quando finalmente concede spazio alla decisione, lo faccia solo per tradire le promesse della purezza originaria. In questo senso, il ricorso costante e in quanto tale semi-folkloristico all’antifascismo non è tanto un artificio cinico (lo è magari nei capi, che sanno toccare le corde giuste per mobilitare), ma una forma di auto-conservazione psicologica.
È un modo per continuare a collocarsi dalla parte giusta della storia anche quando la storia non offre più scenari epici. L’antifascismo, così, rischia di perdere progressivamente la sua dimensione storica e politica, quella che lo rende uno strumento di comprensione dei rapporti di forza reali e dei rischi effettivi, per assumere sempre più una funzione identitaria.
Non serve tanto a interpretare il presente, quanto a garantire la continuità di un “noi” che si percepisce come depositario di una verità morale, cui non è stato permesso di trasformare l’Italia da un multiforme complotto permanente che dal fascismo storico al melonismo, passando per il democristianismo, il craxismo, il berlusconismo e poi il renzismo, ogni volta avrebbe impedito alla “parte sana del Paese” di fare la rivoluzione.
È un antifascismo rassicurante che si serve di questa storia d’Italia alternativa mitologica, cui Barbero, Pif e altri ammiccano quando parlano al proprio popolo per invitarlo a scendere in campo e difendere la nazione dall’ennesimo rischio di deriva autoritaria.
In questo quadro si inserisce anche il rapporto con la magistratura. Da molti anni, si sa, una parte della sinistra italiana tende a investire il potere giudiziario di un valore che eccede la sua funzione istituzionale.
La magistratura diventa il luogo simbolico in cui si concentra ciò che la politica non riesce o riuscirebbe più a essere: rigore, imparzialità, capacità di dire il giusto e l’ingiusto. È, per così dire, la trasposizione istituzionale di quella condizione di “moralmente pronti” che non ha potuto trovare uno sbocco politico per le manovre sporche degli altri.
Se la forza elettorale non è bastata a governare, o a governare stabilmente per un certo numero di anni, resta la forza del giudizio (che divora il piano giudiziario). Quando l’azione politica appare compromessa, resta la possibilità di affermare una superiorità etica, in una strana forma di nietzschiano risentimento.
Perciò ogni riforma che tocchi l’assetto della giustizia, quando viene da altri, è percepita come una minaccia non soltanto tecnica, ma simbolica: non riguarda, insomma, solo l’equilibrio dei poteri, ma intacca un punto di condensazione emotiva e morale.
È come se venisse messo in discussione uno degli ultimi luoghi in cui quella sinistra continua a riconoscersi come “moralmente pronta”, anche a costo di restare, ancora una volta, “storicamente impedita”. La comunicazione di massa accentua ulteriormente questo meccanismo.
I messaggi brevi, gli appelli, i video virali non sono fatti per argomentare, ma per convocare. Non chiedono di comprendere, ma di schierarsi. Trasformano il referendum in una prova di appartenenza, più che in una decisione ragionata. È la logica della fortezza: ciò che conta non è tanto la complessità del mondo esterno, quanto la compattezza di chi sta dentro.
Il rischio, tuttavia, è che una politica organizzata prevalentemente intorno a questo schema finisca per rinunciare alla propria funzione principale, che è quella di assumere responsabilità nel mondo reale, accettando il carattere inevitabilmente imperfetto delle scelte.
La democrazia non è il regno dei puri, ma il luogo in cui decisioni difficili vengono prese da soggetti consapevoli della loro fallibilità. Quando la politica si riduce a una continua riaffermazione di superiorità morale, tende a sottrarsi proprio a quella prova della realtà che sola può darle consistenza.
Uscire da questa dinamica non significa, naturalmente, abbandonare l’antifascismo né relativizzarne il fondamentale valore storico. Significa, piuttosto, restituirgli spessore, sottraendolo alla dimensione puramente identitaria per riportarlo dentro una riflessione concreta sulle forme contemporanee del potere, sulle trasformazioni delle istituzioni, sui limiti e sulle possibilità delle riforme.
Significa accettare che essere “moralmente pronti” non basta, se non si accetta anche la fatica di essere storicamente presenti, con tutto ciò che questo comporta in termini di rischio, di compromesso, di esposizione al giudizio dei risultati.
Solo allora il dibattito sulla giustizia, come su ogni altra grande questione istituzionale, potrà tornare a essere ciò che dovrebbe essere: non un rito di riconferma identitaria, ma un esercizio di responsabilità politica.
Purtroppo, su questo, bisogna registrare una grande immaturità da parte di chi non vuole abbandonare il trauma giovanile e così facendo, senza accorgersene, costruisce solo dei dispositivi di blocco, che configurano, al netto di questo o quell’appuntamento referendario, sul quale si può e si deve discutere nel merito senza sconti, una sinistra “reazionaria” (uso il termine in senso tecnico: “reazionario” come colui che ha solo e soltanto posizioni da difendere).

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Tanto sproloquiare per un semplice aggettivo. Quale? Cerca nei documenti riservati del pccus e pubblicati dopo Stalin. Una precisazione : l’Italia del postfascismo non è l’Italia della resistenza men che meno di quella che avrebbe voluto sostituire una dittatura con un’altra peggiore.Dovreste smetterla.
Si potrebbe parlare anche di manicheismo in malafede? specie quando ci si riferisce a soggetti “istruiti”