
Non è passato molto tempo da quando, per la prima volta, il partito “Sogno Georgiano” -un nome amaramente ironico- si apprestava ad approvare una legge draconiana che avrebbe, tra le altre cose, consentito alle autorità governative di imporre agli oppositori e ai media indipendenti il marchio di “agenti stranieri” e, cosa ancor più terrificante, di spiare chiunque in modo arbitrario e senza eccezione alcuna. In quei mesi le strade di Tbilisi si riempivano di persone che non avevano a cuore altro che la libertà, lo Stato di diritto e, ultimo ma non meno importante, il futuro europeo consacrato nella Costituzione.
Quelle persone scendevano in piazza sapendo bene che sarebbero state massacrate da una brutale polizia di regime, e che l’Occidente non avrebbe fatto molto per salvarle. Hanno riposto speranze nell’Europa e le loro speranze sono state tradite. Al netto dei tweet di condanna da parte di alcune personalità europee e americane, dei pareri resi dall’UE e dalla Commissione di Venezia sul progetto di legge e di qualche blanda sanzione, i georgiani sono stati lasciati soli, ma non hanno smesso di sperare e di far sentire la loro voce.
E a dire il vero non hanno neppure smesso di essere arrestati e poi picchiati in segreto nelle celle. Non hanno potuto fare molto, però: la legge è stata approvata definitivamente, anche dopo il veto presidenziale, da un’assemblea parlamentare boicottata dall’opposizione e tenutasi irregolarmente a porte chiuse, per poi ricevere la benedizione finale da una Corte costituzionale compromessa e prona al regime.
La torsione autoritaria si era ormai quasi perfezionata, e l’Occidente neppure è rimasto a guardare, visto che la Georgia non figura tra le priorità di nessuno da queste parti: ha direttamente voltato le spalle. In quel momento il “Sogno Georgiano” ha distrutto il sogno europeo: il percorso di integrazione nell’Unione Europea della neocandidata Georgia è stato frenato dall’entrata in vigore della legge illiberale, strumento di cui il regime si è anche servito per manipolare la campagna elettorale, oltre che per intimidire e ostacolare l’opposizione.
Queste ultime elezioni, se così si può chiamarle, erano l’ultimo ostacolo che il governo in carica -o meglio, agli oligarchi al servizio del Cremlino- doveva superare per completare la trasformazione del Paese in un piccolo regime satellite della Russia, senza più neppure la parvenza di alcunché di liberale o democratico. Ora che si sono svolte, la Presidente della Repubblica e l’opposizione hanno rifiutato di riconoscere il risultato che sancirebbe la riconferma del c.d. “Sogno Georgiano”.
Tale rifiuto è ben motivato: è copiosa e attendibile la documentazione delle frodi. Frodi di cui, peraltro, vi erano abbondanti segnali premonitori che l’Occidente ha scelto di ignorare: alle foto del parlamentare malmenato su un letto d’ospedale si è aggiunto il fatto che il Primo Ministro si sia permesso di manifestare apertamente l’intenzione di bandire i partiti dell’opposizione. La presenza di gravissime irregolarità è certificata anche dal rapporto OSCE, che però, condito dai “ma…” e dai “tutto sommato…”, assume un amarissimo retrogusto pilatesco. Come anche, salvo poche lodevolissime eccezioni, pilatesche sono le timide dichiarazioni -quando non addirittura il silenzio- dei leader politici occidentali.
Se, mentre le dittature si sostengono a vicenda e l’asse del male si rinsalda, l’Occidente non farà fronte unito, come d’altronde, almeno per adesso, non sta facendo, sarà la fine. Perché, al netto di ogni considerazione di opportunità o di realpolitik -la più pilatesca delle parole-, qui non si tratta “solo” (si fa per dire) dell’ennesima operazione speciale russa che il mondo libero deciderà di mandare giù. Si tratta di ben altro, di una questione di principio che ci riguarda direttamente.
Non sappiamo ancora con certezza cosa il futuro riserverà alla Georgia; per adesso abbiamo una prima protesta di piazza programmata contro un regime ormai consolidato, forte di una legislazione repressiva che ben potrebbe essere modificata e aggravata nel tempo, proprio come è successo in Russia (la legge russa sugli agenti stranieri attualmente vigente non è affatto uguale alla prima versione, già liberticida ma molto più morbida, che risale al 2012).
È più che mai vitale, per i georgiani e per tutti noi, che il sostegno all’opposizione sia incisivo e concreto. Se, come finora è accaduto, verrà meno persino la difesa delle elezioni libere, trasparenti, regolari e competitive, cioè la colonna portante di tutto ciò che rende l’Occidente superiore al resto del mondo, allora non stiamo solo abbandonando la Georgia: stiamo rinnegando la democrazia come valore.
Ammettere che la Georgia, un Paese europeo, possa fare a meno di elezioni degne di questo nome, significa aprire la strada al pensiero che allora ne può fare a meno anche qualsiasi altro Paese europeo. Ammettere che non sia poi così fondamentale difendere la democrazia a Tbilisi significa lasciare che si insinui anche nelle nostre società il pensiero che, in fondo, della democrazia possiamo farne a meno anche noi. Questo non può essere consentito.
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