Prendo spunto dall’ottimo saggio della giovane storica Hanna Perekhoda, segnalato da Cecilia Sala su Twitter, per riproporre un testo che scrissi circa un anno fa, in forma di thread. Riportavo per sommi capi ciò che mi aveva colpito di un libro illuminante scritto da Bengt Jangfeldt, uno dei maggiori studiosi di cultura russa. Era un modo per sfatare un lungo elenco di conclamate falsità messe in circolazione dalla propaganda russa e purtroppo propagate “a reti unificate” dalla chiassosa claque occidentale del Cremlino.
Le menzogne conclamate della propaganda russa sono una cortina fumogena ben studiata. Ridicole ma, a loro modo efficaci -il nazismo degli ucraini, l’espansionismo della Nato, il genocidio del Donbass – servono a mascherare una verità inconfessabile: il suprematismo russo. Se l’Occidente avesse compreso prima che Putin non è solo un affarista a capo di una cleptocrazia (è anche quello) ma un dittatore mosso da un’ideologia suprematista, imperialista, millenarista, probabilmente avrebbe preso prima le contromisure utili a contrastarlo. Anche se oggi qualche ragionevole dubbio comincia a fare capolino. C’è un libro illuminante scritto da Bengt Jangfeldt, uno dei maggiori studiosi di cultura russa, in cui troverete ricostruito il contesto in cui, dopo il crollo dell’Urss, il panrussismo ed il mito della Grande Madre Russia, mai del tutto sopiti, riprende fiato. Spinto già dagli anni ’90 da gruppi come Pamjat, d’ispirazione neozarista e antisemita, (da cui proviene l’ideologo ormai celebre anche in Italia Aleksandr Gel’evi? Dugin), il suprematismo russo diviene la piattaforma ideologica a misura di Putin. Comprendere questa visione, che investe di fatto la Russia di una missione millenaristica, aiuta finalmente a contestualizzare le affermazioni dell’attuale propaganda putinista che altrimenti ci appaiono solo o soprattutto come farneticazioni. Cito qualche passaggio di un libro denso che v’invito a leggere, giusto per dare un’idea di come quello che sta accadendo oggi in Ucraina e domani chissà dove risponde ad un’idea fortemente sedimentata nella storia e nella cultura russa. Nikolaj Danilevskij, scrisse già nel 1869 nel suo libro “Russia ed Europa”: «La Russia può conquistare un posto nella storia degno di sé e dei popoli slavi solo ponendosi a guida di un sistema indipendente di Stati e agendo da contrappeso all’Europa». E poi ancora, Nikolaj Trubeckoj, l’inventore del movimento politico-filosofico definito “Eurasismo” per il quale il «mondo russo» è uno spazio che comprende Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Sono tutti pensatori che hanno fortemente influenzato le idee di Putin e del suo establishment. Dugin le ha radicalizzate ulteriormente con la sua visione (ripresa da pensatori antisemiti come Julius Evola) di un Occidente empio, decadente, plutocratico, privo di ideali: una Sodoma e Gomorra. Questo spiega per altro uno dei capolavori propagandistici del Cremlino: essere riusciti ad unire in un colpo solo le istanze antioccidentali di una parte della sinistra con quelle reazionarie e anti conciliari dell’estrema destra. Non a caso, entrambi a modo loro portano acqua al mulino di Putin. L’ossessione omofobica, l’immagine dello Zelensky ex comico, cocainomane, un burattino in mano agli americani, solo per fare qualche esempio, sono la proiezione di questa visione salvifica attribuita alla Russia, dall'”Idea Russa” (è un’espressione di Dostoevskij) di Putin. Sia la sinistra che la destra vi possono attingere a piene mani. E lo hanno fatto. Leggendo il libro di Jangfeldt sono arrivato, dunque, alla conclusione che Putin, ebro di queste idee così sedimentate nella cultura russa, creda davvero che l’Ucraina sia solo un’espressione geografica separata dalla Russia per un incidente della Storia. Che l’Ucraina fosse davvero una parte di Russia stregata dal Demonio Occidentale in mano ad un pugno di traditori. E quindi mai si sarebbe aspettato una resistenza che non è solo militare ma soprattutto patriottica. Una Patria che lui non sa e non intende riconoscere. L’idea che, di fronte a questa ossessione imperialistica e razzista, sia possibile negoziare con Putin e soprattutto l’illusione di poter continuare ad analizzare il comportamento della Russia con gli stilemi della diplomazia occidentale, segnalano la totale impreparazione delle classi politiche occidentali.
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Buongiorno,
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Per chi, a sinistra, non si é fatto irretire dalla propaganda putiniana, l’articolo offre una chiave di lettura per certi versi complementare a quella di Emiliano Brancaccio.
Leggendo questo articolo, sommato ad altre letture fatte e/o in corso, mi pongo una domanda: putin è una marionetta in mano ad una cerchia di gerarchi ex KGB o è lui il grande burattinaio?? Se fosse vera la prima ipotesi, la sua ipotetica dipartita permetterebbe un vero ricambio ai vertici politici ed una nuova postura della russia?? Personalmente non credo possa avvenire un cambio di paradigma, non fosse altro per l’immensa mole di danaro che questi soggetti arraffano sottraendolo al reale miglioramento sociale.