

Le proteste contro le nozze dei ricchi nelle città d’arte colgono un disagio reale, ma spesso ignorano il nodo più scomodo: l’Italia vive sempre più di rendite, turismo e nostalgia, mentre rinuncia a crescita, produttività e industria. Così finisce per diventare il set delle vacanze degli altri.
La famosa cantante Dua Lipa e il compagno Callum Turner, in questi giorni, stanno festeggiando le loro nozze. Comprendo che per le persone sane di mente la notizia ha una rilevanza nulla. C’è però qualcosa di interessante da osservare, credo.
Sui muri del capoluogo siciliano, infatti, sono comparsi dei manifesti con le scritte “Palermo is not for rent”, “La nostra piazza non è il tuo salotto”, “Libertà di movimento” e “Palermo non è per i ricchi”. Gli slogan, come si può apprendere dai nostri quotidiani, sono apparsi sui muri di vicolo dei Corrieri e di piazza Croce dei Vespri per contestare le ricche nozze della popstar.
Ad affiggerli, stando sempre alle notizie dei media, sarebbero stati i giovani dell’assemblea permanente “Apro Palermo”, una realtà attiva contro l’overtourism, che rivendica l’uso pubblico degli spazi cittadini di fronte a eventi privati. A causa dell’evento, infatti, i residenti hanno dovuto sopportare molti disagi e il libero accesso in determinate zone è stato sospeso.
Fatte le debite differenze, si tratta di una protesta analoga a quella che lo scorso anno è stata inscenata a Venezia, in occasione delle sfarzose nozze di Jeff Bezos, il patron di Amazon, con Lauren Sanchez. In quell’occasione, l’attualmente quarto uomo più ricco del mondo affittò una parte della Serenissima per cinque giorni.
Diverse rivendicazioni, da quelle in salsa no-global contro i capitalisti ultramiliardari a quelle civiche di rivendicazione degli spazi urbani e contro lo sfruttamento della città, si unificarono in una manifestazione che avversava la cerimonia.
Si tratta di escrescenze particolarmente famose di un’onda di perplessità e critica più estesa e profonda. La crescita del turismo ha effettivamente trasformato la realtà di molte città del nostro Paese, in termini materiali e, diciamo così, spirituali.
Se da una parte questo significa più entrate per le amministrazioni pubbliche, per gli imprenditori e di conseguenza per i lavoratori, dall’altra la qualità della vita si abbassa, trovare una casa in affitto a lungo termine è un’impresa.
In non pochi casi, le città diventano lo sfondo di super feste di milionari che affittano pezzi di Roma, Firenze, Palermo, Napoli, e così via, per farne il proprio set cinematografico privato, con divieto d’accesso per i residenti.
Ora, a mio giudizio, non si può rispondere a tutto ciò con una semplice scrollata di spalle. In molte di queste rivendicazioni, magari a volte in forme non lineari e mescolate a massimalismi un po’ ideologici, sono espressi disagi reali e timori fondati.
C’è però un’enorme contraddizione che non sempre si rileva. L’orizzonte ideale di chi protesta contro l’iperturismo o un turismo disordinato, il sovraffollamento eccessivo dei siti più visitati, l’affitto di interi pezzi di città d’arte o di costa a multimiliardari, è spesso il migliore alleato di questo scenario.
In altre parole, una parte della cultura politica che alimenta quelle proteste spesso rifiuta anche le condizioni materiali per un’alternativa. Perché?
Perché siamo un Paese che a destra, come a sinistra, ha scelto di mettere in naftalina, come parole ed espressioni brutte e disgraziate, competitività, produttività, crescita, industrializzazione e politica energetica.
Non vogliamo il nucleare, protestiamo contro i rigassificatori, perdiamo costantemente da anni pezzi importanti della nostra industria, i programmi elettorali si concentrano solo su bonus e mance da dare a questa o a quell’altra categoria sociale senza alcuna ricetta seria per la crescita.
Perché ciò implicherebbe dire la verità agli elettori: le risorse sono limitate (per definizione) e si deve scegliere su cosa metterle.
Se a destra si rivendicano con orgoglio il nostro superbo olio d’oliva e la crescita delle esportazioni del parmigiano reggiano, a sinistra l’imprenditore è sempre un brutto ceffo che vuole fare profitti e l’economia è una scienza da maneggioni.
Se a destra si pensa che l’Italia possa mantenere il proprio benessere nell’età dell’IA puntando tutto sulle piccole imprese a conduzione familiare, a sinistra “multinazionale” è sempre e solo sinonimo di capitalismo rapace.
Se a destra non si vogliono toccare le corporazioni che tengono bloccato il dinamismo economico di questo Paese, a sinistra si parla di “liberismo” anche quando non c’è, non riuscendo a capire, a causa di rigidità ideologiche, che il problema dell’Italia sono anzitutto il corporativismo e le rendite di posizione.
Per effetto di queste e altre cause, l’Italia cresce meno di tutti in Europa e i suoi cittadini perdono potere d’acquisto e ricchezza. Sembriamo aver imboccato la via del declino e di non voler far nulla per cambiare la traiettoria.
La fotografia della situazione arriva anche dal documento di lavoro dello staff della Commissione europea, “2026 Country Report – Italy”, pubblicato lo scorso 3 giugno. Dalla sanità all’istruzione, dal lavoro al fisco, l’Italia ha scelto di non voler crescere: tutto nero su bianco con numeri, analisi, prospettive.
Non è una sensazione da declinisti: nel documento si legge che la crescita della produttività italiana resta debole e che il Paese continua a essere vulnerabile proprio per la combinazione tra alto debito pubblico e bassa produttività.
Il problema non è che l’Italia riceva troppi turisti; è che ha smesso di costruire abbastanza alternative economiche al turismo. Il tutto è peggiorato da una tendenza populista dalla quale sia la destra che la sinistra italiana non sembrano riuscire a sottrarsi.
La politica ha un’enorme difficoltà a parlar chiaro all’elettore medio italiano, a prospettargli la strada delle profonde riforme che il Paese dovrebbe attuare per invertire la rotta, a cambiare l’approccio bipartisan basato su tre punti fondamentali: più spesa pubblica, stritolamento della classe media, esternalizzazione delle responsabilità.
Orbene, in questo scenario, le proteste con cui abbiamo aperto questo articolo, piaccia o meno, sono contraddittorie: un Paese che pensa di poter vivere di turismo e al contempo di mantenere gli standard di ricchezza pro capite e di welfare degli scorsi decenni; un Paese che pensa di poter redistribuire una ricchezza che ha smesso di produrre da tempo; un Paese che pensa di dover opporre alla crescita sregolata e irresponsabile di un certo disumanesimo economico, che si fa beffe dei vincoli ambientali, un’idea di decrescita altrettanto improvvida e anche un po’ parassitaria; un Paese che confonde le rendite di posizione con la protezione sociale, è un Paese destinato a diventare la location per i matrimoni dei miliardari.
Pale eoliche, zero industrie, parmigiano reggiano, olio d’oliva e vino, mozzarella di bufala, pomodorini del piennolo: lo sfondo perfetto per le vacanze degli altri. Siamo in giugno, comincia l’estate: mi sembra la stagione perfetta, quella dei matrimoni e delle spiagge, per contemplare il futuro verso cui siamo diretti.
Quando chiedono a Fabio Capello, famoso allenatore italiano di calcio ed ex calciatore, qual è stato il momento più emozionante della sua vita sportiva, spesso cita il gol segnato con la maglia della nazionale italiana a Wembley, contro l’Inghilterra, il 14 novembre 1973, che diede la vittoria agli azzurri.
I giornali inglesi, il giorno prima, avevano definito quella italiana una nazionale di “camerieri”, con allusione antipatica ai migranti. Finita la partita, Capello dedicò il gol, con orgoglio e senso di rivalsa, “ai 20.000 camerieri” presenti allo stadio.
Chissà cosa avrebbe pensato l’allora giovane Capello se gli avessero detto che, cinquant’anni dopo, gli italiani avrebbero fatto di tutto per tornare a farsi mettere dentro quello stereotipo.
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Articolo interessante. L’Italia ha rinunciato a produrre nuova ricchezza e crescita, ma poi si indigna quando l’unica cosa che resta è fare da sfondo ai matrimoni dei miliardari. Detto questo, emerge un doppio standard piuttosto evidente, dato che gli stessi disagi, come piazze blindate, strade chiuse e residenti esasperati, vengono accettati con relativa tranquillità quando riguardano grandi eventi religiosi o visite papali, perché in quel caso l’indotto e la “tradizione” mettono tutti d’accordo. Quando invece a occupare gli spazi sono due miliardari che pagano dazio alle casse comunali per l’evento, scatta immediatamente l’accusa di colonizzazione. In entrambi i casi la città diventa temporaneamente un set, con conseguenti limitazioni per i residenti. Il problema, quindi, non sembra tanto l’occupazione dello spazio pubblico in sé, quanto il copione ideologico con cui la si interpreta.