

Il cordoglio intorno alla morte di Charlie Kirk è pressoché unanime. La totalità del mondo politico americano, compreso l’ex Presidente Biden, ha subito dimostrato parole di vicinanza per il giovane (32 anni) attivista di destra ucciso da un colpo di arma da fuoco durante un incontro pubblico all’Università dello Utah.
Ironia della sorte, Kirk era un fervente sostenitore del secondo emendamento, e aveva spesso dichiarato che “le vittime di arma da fuoco in America sono un ragionevole prezzo da pagare in cambio della libertà di possedere le armi”.
Ad essere registi, di quelli che vanno forte ai festival europei del cinema, non si potrebbe immaginare un soggetto più lineare. Un giovane conservatore pro-Trump e pro-armi che subisce sulla sua pelle le conseguenze delle proprie idee in un crudele, seppur meritato, contrappasso.
Manca ancora un personaggio, ovvero il killer, di cui non conosciamo ancora il volto né il nome. Ma il casting per un attore è già predisposto: un giovane bianco, dallo sguardo anonimo ma crudele, fanatico delle armi, magari molto religioso e con i profili social inneggianti a Trump ed all’odio razziale, un angelo vendicatore che punisce Kirk perché lo considera troppo moderato, troppo aperto al dialogo.
Se il vero assassino rispondesse a questo profilo, la totalità dell’opinione pubblica e dei media tirerebbe un sospiro di sollievo, tutto quadrerebbe, e la coscienza collettiva potrebbe dormire tranquilla.
Inutile aprire ora il dibattito sulla questione delle armi negli Stati Uniti, questa ennesima violenza non cambierà nulla, perché è troppo radicata, in quegli Stati, la convinzione che sia il male dell’anima a dover essere combattuto, e non il fucile che quello stesso male usa per uccidere.
L’unica cosa da notare, per noi europei che vediamo queste vicende come se facessero parte di un lontano far-west, è l’unanime compostezza dei leader di sinistra. Nessuno si espone troppo nel giudicare Kirk, e dire a mezza bocca che in fondo “se l’è meritato”, perché la lista di politici, attivisti e persino presidenti che hanno perso la vita nello stesso modo (o che si sono salvati per un pelo) è talmente lunga che ognuno sa, in cuor suo, che la prossima pallottola può essere la propria.
Questa brutta vicenda, che risponde ahimè ad un copione già visto, avviene in un momento peculiare, cioè esattamente mentre un’altra storia, ben diversa, ha montato per giorni, diventando un fiume in piena, monopolizzando ben presto social media e dibattiti televisivi, e che ora molti sperano possa essere oscurata dall’assassinio di Kirk.
È la storia di Iryna Zarutska, la ventitreenne ucraina accoltellata sul treno in North Carolina dal pluripregiudicato Decarlos Brown Jr. Qui, il film è del tutto diverso, ed è uno di quelli che non vorremmo vedere per lo squarcio crudele che riescono ad aprire sulla realtà.
Anche in questo caso, il copione avrebbe potuto essere perfetto per un film di successo. Se solo Iryna fosse stata una rifugiata di Gaza, che, mentre sognava una nuova vita in America fosse stata uccisa da un Turetta qualsiasi, un seguace di Steve Bannon con la K del Ku Klux Klan come cover dell’iPhone. Alle manifestazioni indette in suo nome la coscienza avrebbe trovato riposo, ed i mandanti morali (gli uomini, i politici, i sionisti, ecc…) subito identificati.
Invece, come direbbe De André, questa è “una storia sbagliata”. Innanzitutto, la giovane, bionda, bellissima Iryna scappava dalla guerra sbagliata – quanti morti ucraini dall’inizio della guerra? Non lo sappiamo perché non è importante. Avrebbe potuto essere il soggetto per un film di Netflix, perché l’incontro con Decarlos Brown, l’altro attore, con quell’espressione bonaria (ed oggettivamente simpatica) ed il viso un po’ alla Bob Marley, sarebbe potuto finire in una bella storia d’amore. Invece no.
Arrestato ben 14 volte e sempre rilasciato, con alle spalle una storia popolata da assistenti sociali e giudici accondiscendenti in nome della comprensione, del recupero degli ultimi, del non accanimento verso le minoranze già schiacciate dal peso della storia, Decarlos ha brutalmente, inspiegabilmente, accoltellato Iryna alle spalle. Il video rilasciato mostra la ragazza terrorizzata che si tocca il petto tremante, forse senza ancora capire cosa sia successo. Morirà pochi minuti dopo soffocata dal sangue del suo stesso polmone perforato dal coltello di lui.
Se entrambe le morti, di Kirk e di Iryna, sono crudeli, diverse sono state le reazioni dell’opinione pubblica alle due storie. Le stesse grandi testate che hanno tratto dalla morte di Kirk una morale evidente da spiegare al pubblico, hanno ignorato storia di Iryna – avvenuta il 22 agosto e balzata alle cronache solo nell’ultima settimana – tanto che il vero dibattito partito dai media conservatori non ha avuto come soggetto la vicenda in sé, ma lo spaventoso silenzio della parte più rispettabile della stampa ufficiale, fino a montare sui social media con una furia tale da non poter essere più ignorata, almeno fino alla morte di Kirk.
Quella di Kirk è una storia logica, accettabile e chiara. È per questo che, dopo il comprensibile shock per la dipartita violenta di un personaggio di punta del dibattito pubblico, non un voto, non una posizione politica verranno scalfiti da entrambe le parti.
La storia di Iryna, per nulla mainstream, illumina invece quell’angolo doloroso, ma ahimè molto vasto, della violenza all’interno delle comunità afroamericane, del numero enorme di crimini violenti commessi dagli afroamericani, dell’incapacità politica di combatterne il degrado, e della cecità della classe culturale che preferisce negare (o addirittura ribaltare) il problema invece di riconoscerlo e affrontarlo. Una consapevolezza che, insieme a molte altre, ha spostato verso la destra di Trump anche l’elettorato un tempo moderato.
Il mondo progressista della cultura e dell’informazione non deve dimenticare Iryna o peggio, nascondersi dietro la storia di Kirk per ignorarla, perché sono queste storie ad avere l’impatto più forte sulla popolazione che proprio per questo motivo non dà più credito ai media tradizionali. L’appello è ovviamente pura retorica, la rimozione sta già avvenendo, e le naturali conseguenze già in atto.
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